Formazione e reclutamento docenti, cosa non ha funzionato e come dovrebbero essere

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Inviato da Francesco Pozzato – Le continue riforme sull’accesso all’insegnamento nella scuola secondaria hanno generato il silenzio più assordante di sempre attorno all’abilitazione alla professione docente. Un silenzio che dura da ben cinque anni. Enon parrebbe destinato a rompersi in breve tempo, vista l’attuale crisi dell’esecutivo. Ripercorriamo quanto visto e vissuto finora dacché furono istituiti i primi percorsi abilitanti.

Cronistoria di un fallimento?

Dapprima ci furono i concorsi abilitanti, l’ultimo nell’a.a. 1999-2000. Ai vincitori non soltanto l’abilitazione alla professione docente, ma anche il ruolo. Gli idonei, ovvero i vincitori senza cattedra, finivano in graduatoria per il ruolo negli anni a venire, e alcuni ci sono ancora.

Poi vennero le SSIS, Scuole di specializzazione all’insegnamento secondario . Nove cicli biennali attivati tra il 1999-2000 e il 2008-2009, che conferivano l’abilitazione all’insegnamento e l’ammissione ai concorsi in ruolo. Vi si accedeva tramite concorso per titoli (laurea quadriennale) e due prove.Il percorso formativo prevedeva vari insegnamenti con esami di profitto (attività di base psicopedagogiche e metodologico-didattiche) e trecento ore di tirocinio didattico; tramite il superamento del doppio esame finale (scritto e orale) il candidato accedeva alle graduatorie permanenti provinciali, oggi graduatoriea esaurimento(GAE), da cui il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR)attinge per il 50% dei ruoli disponibili ogni anno.Va da sé: a oggi non sono ancora state pienamente assorbite.

Fu quindi la volta dei TFA, Tirocini formativi attivi . Due cicli annuali attivati nel 2011-2012 e nel 2014-2015. Fino ad oggi il secondo TFA fu l’ultimo percorso abilitante (cinque anni di assoluto silenzio: è la pausa più lunga di sempre). Vi si accedeva tramite concorso per titoli (laurea quadriennale o magistrale) e tre prove (preselettiva, scritta, orale).Il percorso formativo prevedeva vari insegnamenti con esami di profitto (attività di base psicopedagogiche e metodologico-didattiche) e quattrocento settantacinque ore di tirocinio; superando l’esame finale, il candidato otteneva l’abilitazione, valida per l’inserimento nella seconda fascia delle graduatorie d’istituto(GI).
Dal 2009 infatti, abolite le SSIS, le GAE sono chiuse a qualsiasi nuovo inserimento; a sostituirle, le GI, gestite da ogni singolo istituto di scuola secondaria, non dall’ufficio scolastico provinciale. Le GI contano tre fasce: in prima fascia rientrano i docenti iscritti nelle GAE; in seconda fascia i docenti provvisti di abilitazione; in terza fascia i docenti sprovvisti di abilitazione. Finora le tre fasce GI hanno avuto validità triennale, ma con l’art. 1 c. 107 della legge 13 luglio 2015, n. 107 “La buona scuola” (vedi oltre) la terza fascia fu cassata, salvo poi essere stata riaggiornata e riaperta a nuovi inserimenti: attualmente, dunque, il triennio 2017-2020 dovrebbe essere l’ultimo di vita per la terza fascia GI; dal 2020 si potrà iscriversi alle GI solo se provvisti di abilitazione, quindi in seconda fascia .
Contemporaneamente ai TFA furono attivati nel 2013 i PAS, Percorsi abilitanti speciali , riservati ai docenti con servizio di almeno cento ottanta giorni per tre diversi anni scolastici . Il percorso formativo era il medesimo dei TFA. Unica sostanziale differenza: non c’era selezione in entrata.

Arriviamo dunque ai concorsi docenti 2016 e 2018 : si sono prefissi il compito di abbattere il precariato degli abilitati alla professione, quindi furono riservati. Il concorso 2016 fu ovviamente il più selettivo, perché i candidati, essendo abilitati TFA, avevano già sostenuto tre selezioni per l’accesso ai TFA. Quello del 2018, invece, non fu selettivo, perché serviva esclusivamente a stilare la nuova graduatoria di assunzione. Ad oggi le graduatorie di merito regionali 2016 e 2018 (GMRE), valide per l’immissione in ruolo del personale docente in diverse percentuali, non sono ancora state assorbite.

Veniamo alla Legge 13 luglio 2015, n. 107“La buona scuola” che tramite il decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 59riformò profondamente l’accesso all’insegnamento: abolì il TFA e istituì il FIT, Formazione iniziale e tirocinio. La modifica più sostanziale però eranella sequenza: non più selezione + abilitazione + concorso = ruolo, ma concorso(a cadenza biennale) + abilitazionetriennale = ruolo. Ovvero la selezione e la formazione erano subordinate all’immissione in ruolo. L’accesso al FIT era dunque tramite concorso (laurea) e tre esami (due scritti e un orale). Perché due scritti? Perché uno inerente alla classe di concorso specifica e uno riguardante i 24 CFU sulle discipline antropo-psico-pedagogico e metodologie e tecnologie didattiche . Altra sostanziale novità: per accedere al FIT servivano allora due prerequisiti, la laurea non bastava più. Il percorso formativo triennale prevedeva: abilitazione alla professione con esami di profitto, approfondimento in pedagogia e didattica, anno di prova per l’immissione in ruolo. Ultima sostanziale novità: spese di formazione a carico dello Stato con “retribuzione” di qualche centinaia di euro, non più migliaia di euro richiesti al candidato come in passato. Infinel’art. 17 istituiva, con cadenza biennale, anche dei concorsi riservati ai docenti coi prerequisiti del PAS; il loro percorso formativo sarebbe stato ovviamente abbreviato di un anno (il secondo). Sembrava tutto pronto e invece…

Legge di bilancio 2019 (art. 1 cc. 792-795 della legge 30 dicembre 2018, n. 145): FIT abolito, senza aver visto mai la luce; si torna ai concorsi abilitanti di cui sopra, ultima apparizione a.a. 1999-2000.

Per finire, osserviamo le maggioranze parlamentari e gli esecutivi che hanno pensato tutte queste modifiche sull’accesso all’insegnamento nella scuola secondaria.

SSIS: XIII legislatura; maggioranza Centrosinistra; esecutivo Prodi; ministro Berlinguer
TFA: XVI legislatura; maggioranza Centrodestra; esecutivo Berlusconi; ministro Gelmini
PAS: XVI legislatura; maggioranza Centrodestra-Centrosinistra; esecutivo Monti; ministro Profumo
FIT: XVII legislatura; maggioranza Centrosinistra; esecutivo Gentiloni; ministro Fedeli
CONCORSI ABILITANTI: XVIII legislatura; maggioranza M5S-Lega; esecutivo Conte; ministro Bussetti

Che cosa ne ricaviamo?

In primis, che di scuola si sono interessati i partiti di ogni orientamento politico, ma nessuno in maniera definitiva e lungimirante. Inoltre, abbiamo assistito a ben tre riforme in tre legislature, segno che l’approccio all’ambito istruzione è stato quantomeno limitato, se non totalmente fallimentare. A farne le spese, chiaramente gli aspiranti docenti, costretti a barcamenarsi tra continui riaggiustamenti, che comportano investimenti di energia, tempo e soprattutto denaro (soprattutto l’introduzione delle lauree magistrali, la modifica delle classi di concorso e la spesa di 500€ per il conseguimento dei 24 CFU).

Considerazioni senza pretesa di esaustività

Partiamo dall’assioma per cui i concorsi abilitanti NON sono sufficienti a formare il docente, forse nemmeno a valutarne la preparazione. Quindi la legge di bilancio 2019, a firma M5S e Lega, è retrograda perché diciannove anni di evoluzione nell’abilitazione alla professione docente tra SSIS, TFA, PAS e FIT non possono ritenersi esclusivamente fallimentari, come vuole far credere il legislatore. Con una precisazione doverosa: i 24 CFU sembrerebbero restare l’unica valida “conquista” pedagogico-didattica dal 1999-2000. Eppure tale percorso formativo attivato dalle università è quanto mai nozionistico e superficiale, niente a che vedere con la formazione sul campo di cui necessiterebbero i candidati.

L’esperienza più longeva furono le SSIS. Riconosciamone alcuni pregi: attivate in continuità, selezione in entrata e in uscita, formazione sul campo. I difetti:percorsi a spese del candidato, che crearono un bacino spropositato di abilitati alla professione docente che ancora oggi, a undici anni dalla chiusura, non è stato pienamente assorbito in ruolo; quindi assoluta discrepanza tra formati e impiegati.

I TFA, in un piano di revisione della spesa pubblica in seno all’istruzione, miravano a limitare lo stuolo degli abilitati. Difatti furono attivati con cadenza triennale. Non risolvevano però il problema dell’assunzione, tanto che i concorsi riservati furono attivati esclusivamente a distanza di anni dai due cicli. Riconosco un unico pregio: il numero limitato di abilitati. Difetti: percorso a spese del candidato e cadenza troppo rada. Inoltre i PAS intervennero a complicare la questione, riportando la moltitudine degli abilitati al livello delle SSIS. Infatti le graduatorie dei concorsi 2016 e 2018 sono ancora lontane dal completo assorbimento; ed è ovvio, dato che pure le GAE sono ancora vive e vegete.

Il FIT, forse, fu la riforma più vicina alla soluzione, sebbene non sia mai stato attivato. Innanzitutto il concorso a monte avrebbe potuto selezionare i candidati sul fabbisogno effettivo per le immissioni in ruolo, senza andare a creare una pletora di abilitati senza cattedra. La formazione sarebbe stata in previsione del ruolo appunto e quindi estremamente motivante. Terzo, il percorso a spese dello Stato sarebbe stata una conquista straordinaria: la retribuzione di qualche centinaia di euro, comunque troppo bassa, sarebbe stata un incentivo per un giovane laureato; certamente una mortificazione per un precario, ma a questo avrebberimediato l’art. 17 col concorso riservato ai triennalisti , che avrebbero potuto continuare a supplire, normalmente retribuiti, durante la formazione iniziale. Diciamo quindi che i crismi di buona riforma c’erano tutti. Eccetto due aspetti: i 24 CFU, dispendio di forze e di denari inutile (il programma è in parte quello delle SSIS e dei TFA); il secondo anno di formazione e approfondimento, assolutamente evitabile in quanto nebuloso. In ultima analisi va segnalato che il FIT differenziava le carriere tra scuola statale e scuola paritaria per il conseguimento dell’abilitazione (rispettivamente retribuita e a pagamento), pur riconoscendo ai precari pari diritti nel concorso riservato. Punto su cui ritorneremo. Con qualche piccolo accorgimento insomma il FIT era pronto a dare le risposte che i precari della scuola e i neolaureati si aspettavano.

La legge di bilancio 2019, per quanto concerne l’insegnamento, è un disastro normativo: precari completamente abbandonati, eccetto un ridicolo 10% di posti accantonati in un ipotetico futuro concorso ordinario; concorsi abilitanti, quindi salto all’indietro di diciannove anni; sopravvivenza dei 24 CFU; possibilità di concorrere per una sola classe di concorso. L’impianto del concorsorimarrebbe quello del FIT, con un’enorme contraddizione: i precari sarebbero esentati dai 24 CFU, ma dovrebbero comunque sostenerne la prova. In sintesi, la reintroduzione del concorso abilitante guarda in una specifica direzione: la contrazione della spesa pubblica in ambito “istruzione”.
Negli ultimi mesi è stata ventilata l’ipotesi di un nuovo PAS, a seguito di un accordo, sottoscritto dalla presidenza del consiglio dei ministri, tra Lega e sindacati confederati . E qui siamo all’apogeo dell’assurdità. Un PAS, aperto a docenti impiegati nella scuola statale e paritaria, che torna a riproporre gli errori di SSIS e TFA, ovvero creare una miriade di abilitati senza ruolo, quando i concorsi riservati 2016 e 2018 avrebbero dovuto chiudere definitivamente questa problematica. Contestualmente è stato presentato un concorso straordinario per l’assunzione di alcuni di questi futuri neoabilitati tramite PAS: validosoltanto per i docenti di scuola statale. Vi si potrebbe leggere una precisa volontà politica e sindacale: stabilizzare esclusivamente i dipendenti statali. Ciò solleva comunque alcuni quesiti. Qual è la reale necessità del MIUR e dello Stato? Stabilizzare i precari statali per “semplicemente” mettere una pezza ai continui abusi di contratti a tempo determinato, e riempire i vuoti di percorsi abilitanti e concorsi in ruolo negli ultimi anni? O sostenere la meritocrazia al fine di creare un corpo docente valido? E dunque quali maggiori capacità professionali dimostrano i docenti di scuola statale rispetto a quelli di scuola paritaria? All’evidenza nessuna, perché l’età anagrafica (che ti permette di accumulare maggior servizio e quindi maggior punteggio nelle GI) non è una capacità professionale. La scuola paritaria invece può certamente chiamare per cooptazione, ma pretende risultati, altrimenti, come sempre accade nel settore privato, il datore non riconferma l’impiego. Nella scuola statale invece la chiamata avviene per scorrimento delle graduatorie: siamo davvero sicuri che ogni ufficio scolastico provinciale e ogni dirigente scolastico vigili sull’operato di ogni singolo precario?
Le scelte della Lega avevano un unico scopo: spingere migliaia di precari a versare migliaia di euro nelle casse delle università, prospettiva che il FIT a firma PD aveva cancellato definitivamente.
La visione del M5S circa la scuola è invece estremamente ingenua. Contrapporsi al PAS proposto dalla Lega significa non voler risolvere la questione annosa dei precari, significa semplicisticamente voler premere reset e sperare di ricominciare la pratica dell’assunzione in ruolo da zero. Questo ormai è purtroppo impossibile: chiedere a chi ha anni di servizio di ripartire dalle origini come un giovane laureato qualunque non è realistico. Servizio in ambito scolastico significa assunzione di responsabilità professionali quando si insegna, quando si valuta, quando si licenziano i diplomati; non è banale sinonimo di esperienza didattica.

Tutte le forze politiche devono riflettere seriamente sulle necessità dei docenti dal punto di vista dell’assunzione in ruolo e della stabilità contrattuale. L’interesse per l’ambito scuola dev’essere primario e non sottoposto: la scuola dev’essere LA struttura dello Stato, non UNA sovrastruttura.
Forse il ripensamento va attuato sin dall’accesso alle lauree, sull’ordinamento e sul conseguimento delle stesse. Da qui verrebbe naturale ristrutturare tempi, modalità e costi dell’abilitazione professionale, e contestualmente dei concorsi in ruolo.
L’accesso senza numero programmato ai corsi di laurea è una conquista essenziale del mondo contemporaneo, ma non dovrebbe tradursi in una sanatoria per cui tutti i candidati meritino di conseguire il diploma .Questo permetterebbe di ridurre il numero di candidati alla professione docente, effettuando una prima selezione e valutazione già durante il percorso formativo. Inoltre i corsi di laurea dovrebbero prevedere a monte la possibilità di abilitarsi alla professione docente, diversificando o integrando i curricula con appositi insegnamenti circa le discipline antropo-psico-pedagogico-didattiche (sulla falsa riga dei 24 CFU insomma). Con qualche accorgimento quindi ci sarebbero tutte le possibilità per pensare, bandire e organizzare a cadenze regolari concorsi in ruolo. Manca la volontà politica, perché significherebbe investire in maniera massiccia sull’istruzione (con risultati a medio-lungo termine), evidentemente troppo rispetto agli standard attuali, rischiando di deludere altre parti sociali che assicurano un ampio bacino di voti (con risultati a breve termine).

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