Formazione docenti e politica spregiudicata. Discussione sui mali della scuola

di redazione
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Due sono i peccati originali dei mali della scuola: formazione iniziale/reclutamento degli insegnanti; approccio spregiudicato della politica (tutta) alla questione scuola. 

E’ la risposta di Antonino Petrolino sul Sussidiario.net  all’articolo di fondo di Angelo Panebianco, politologo fra i più raffinati, che sul Corriere della Sera aveva rivolto la sua attenzione ai mali della scuola.

Secondo Antonino Petrolino, i punti elencati da Panebianco nono sono slegati fra loro, ma sono l’effetto di due peccati originali: formazione iniziale/reclutamento degli insegnanti; approccio spregiudicato della politica (tutta) alla questione scuola. 

In buona sostanza, quasi tutti i mali della scuola derivano – nella visione di Petrolino – dal fatto che le infinite riforme e revisioni per l’accesso alla professione di docente continuano a succedersi con il succedersi dei Governi. Ogni ministro (leggi partito politico al potere) vuole dare la sua impostazione, sfasciando quella di chi lo ha preceduto. Il risultato nell’immediato è una sorta di sanatoria più o meno evidente (e una serie di inevitabili ricorsi) per cercare di salvare capra e cavoli. La conseguenza è quella dell’accesso in cattedra di personale con una “formazione poco strutturata“.

L’Italia è forse l’unico paese che non ha mai avuto un percorso specifico di formazione per i futuri insegnanti“. Ha scritto Petrolino, ripercorrendo sin dal principio il problema della formazione del docente.Con gli anni Duemila – è uno dei passaggi chiave dell’articolo – è cominciata la fase delle “scuole di specializzazione post-universitaria”, variamente denominate: Ssis, Tfa, Fit, fino ad arrivare all’attuale nulla“. L’analisi arriva alla conclusione che tutto questo sistema di revisioni e contro-revisioni si perde di vistail mandato sociale del docente”, perché non sempre l’insegnamento viene scelto sin dal percorso universitario intrapreso.

In altre parole, si sceglie prima la facoltà per la passione per quella materia e non per la passione dell’insegnamento di quella materia; poi, semmai, si pensa all’insegnamento come sbocco e ancor più spesso come ripiego. “Ma il problema è ancora più ampio – si legge nell’articolo – e va ricercato nell’assenza di percorsi dedicati unicamente alla preparazione all’insegnamento.

Questo comporta una difficoltà da parte del docente nell’integrare atti pedagogici all’approfondimento della conoscenza della materia appresa nel percorso universitario.

Il futuro insegnante, sempre secondo Petrolino, si convince sempre di più che “il centro e il fine del suo agire sia la sua disciplina e non la funzione servente che essa deve svolgere nei piani di studio delle scuole secondarie“. Tutto ciò aggrava la considerazione che, seppur di ripiego (per chi lo vive come tale) quella del docente è pur sempre una professione che porta a un posto dallo stipendio sicuro dove “in aggiunta, non si deve render conto dei risultati“.

Per quanto riguarda, invece, l’approccio spregiudicato della politica (tutta) alla questione scuola, l’argomento sarà approfondito in un altro prossimo editoriale. 

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