Formazione docenti. Chi forma i formatori? ANFIS: “con l’alternanza tra docenza e ricerca”

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ipsef

di Daniela Sala  – Chi forma i formatori? Paradossalmente nessuno, o almeno non in modo strutturale. “Al contrario di altre professioni, come quella medica, non esistono un profilo o requisiti strutturati per diventare formatori degli insegnanti”, spiega Riccardo Scaglioni, presidente dell’Anfis (Associazione nazionale dei formatori insegnanti supervisori). Una carenza non solo italiana

di Daniela Sala  – Chi forma i formatori? Paradossalmente nessuno, o almeno non in modo strutturale. “Al contrario di altre professioni, come quella medica, non esistono un profilo o requisiti strutturati per diventare formatori degli insegnanti”, spiega Riccardo Scaglioni, presidente dell’Anfis (Associazione nazionale dei formatori insegnanti supervisori). Una carenza non solo italiana

“Mentre a chi insegna ai futuri medici – continua Scaglioni – è richiesto di dimostrare la costanza nell’esercizio della professione, per chi prepara i nuovi insegnanti l’aver praticato la professione di docente non è nemmeno un prerequisito necessario”.

Una carenza che comunque non è solo italiana: stando all’ultimo rapporto dell’agenzia europea Eurydice, il panorama è molto vario. “I formatori degli insegnanti – si legge nel rapporto – sono un gruppo altamente eterogeneo. Questo dipende dal fatto che le organizzazioni che se ne occupano sono estremamente diversificate”. Generalmente comunque per quanto riguarda i titoli accademici ai formatori per il livello di istruzione terziaria è richiesto al meno un master avanzato o un dottorato per la materia di insegnamento. Requisiti ulteriori possono essere richiesti ai formatori per la scuola primaria: per fare alcuni esempi, in Francia a occuparsi del training per gli insegnanti della primaria sono formatori che hanno seguito dei corsi specifici. Similmente lo staff che si occupa del tutoraggio ai neo-insegnanti a Cipro e in Estonia ha seguito corsi particolari. In Portogallo i tutor sono preferibilmente scelti tra il personale che ha almeno 5 anni di esperienza e che ha ricevuto una formazione ad hoc.

In generale in diversi paesi (Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Irlanda, Austria, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia, Finlandia e Regno Unito) pur con alcune differenze, i formatori devono necessariamente avere una qualifica come insegnanti. E in 12 paesi i formatori devono avere una qualifica come docenti specifica per il livello di cui si occupano. Una qualifica questa che in Italia e in Spagna è richiesta solo ai tutor che seguono i neo-insegnanti nell’inserimento sul luogo di lavoro.

Un caso particolare e interessante è quello dell’Olanda, in cui l’associazione dei formatori insegnanti (Velon) ha istituto un registro e degli standard professionali. Per iscriversi, appunto, i formatori devono provare di avere determinate competenze didattiche interpersonali e organizzative.

“Da noi – commenta Scaglioni – c’è un blocco culturale più che legislativo. Molti formatori per la scuola primaria, ad esempio, vengono da un’esperienza esclusiva come ricercatori e la collaborazione tra scuola e università è vista con sospetto perché si ritiene che le differenze tra le due sfere siano incolmabili”. E quando a occuparsi dei corsi di formazione è personale con esperienza didattica i primi ad accorgersi della differenza sono proprio gli aspiranti insegnanti: “Quando è capitato, abbiamo ricevuto feedback assolutamente positivi”. Inoltre mancano i dati sulla provenienza dei formatori e non esiste una banca dati organica cui attingere.

“Il problema è che non esiste un vero sviluppo professionale nella professione degli insegnanti – spiega il presidente di Anfis -, l’unica progressione prevista è quella a dirigente scolastico. Se invece al docente fosse data la possibilità di crescere nella scuola, di collaborare con l’università, alternando docenza e ricerca, potrebbe diventare un esperto nel suo campo e nel campo della formazione di altri insegnanti”. E la chiave per riuscire in questo secondo Scaglioni è il tirocinio.

“Ma d’altra parte – conclude – se prima non legittimiamo gli insegnanti come possiamo sperare di legittimare i formatori?”

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