Finlandia: il fallimento della matematica orientata al “problem solving”. Ma non erano i primi della classe?

di redazione
ipsef

di Eleonora Fortunato – Cosa è cambiato in vent’anni nell’insegnamento della matematica in Finlandia? Perché i quindicenni del paese di Babbo Natale non sono più i ‘primi della classe’? E soprattutto, come mai i disastrosi effetti della matematica basata sul ‘problem solving’ tanto cara alle rilevazioni internazionali non generano un’attenta riflessione sull’opportunità della rincorsa ai modelli standardizzati di verifica degli apprendimenti?

di Eleonora Fortunato – Cosa è cambiato in vent’anni nell’insegnamento della matematica in Finlandia? Perché i quindicenni del paese di Babbo Natale non sono più i ‘primi della classe’? E soprattutto, come mai i disastrosi effetti della matematica basata sul ‘problem solving’ tanto cara alle rilevazioni internazionali non generano un’attenta riflessione sull’opportunità della rincorsa ai modelli standardizzati di verifica degli apprendimenti?

I luoghi comuni sono duri a morire, ma prima o poi dovremo mettercelo in testa: la Finlandia non è più al vertice della classifica PISA sulle competenze matematiche dei quindicenni. Che cosa è successo? Sembra paradossale, ma è tutta colpa del problem solving, la formuletta da cui avrebbe dovuto irradiarsi il cambiamento copernicano nella didattica della matematica (e anche di tutto il resto). Basta a teoremi, concetti e dimostrazioni fumose: d’ora in avanti i ragazzi dovranno conoscere la matematica che serve davvero nella vita di ogni giorno (la riforma più radicale in Finlandia si chiama non a caso proprio Everyday mathematics). Basta, insomma, andare a scuola con l’idea di concorrere tutti alla medaglia Fields. Adesso, però, dopo venti anni di sperimentazioni e di plausi si concretizza sempre più il dubbio che questa rivoluzione contenga i germi di una pericolosissima involuzione: la perdita di abilità nel calcolo mentale eseguito attraverso passaggi non consentiti al computer.

Per capirci meglio, in Finlandia un cliente non può più chiedere di comprare 3/4 di agnello a un macellaio che si sia formato sui banchi di scuola negli ultimi venti anni: l’espressione corretta è 750 grammi, poiché questo dato può essere inviato a un computer. E’ questo l’esempio che lo studioso Olli Martio riporta per dimostrare i cambiamenti prodotti nella vita quotidiana dalla nuova didattica della matematica tutta basata e orientata al problem solving. Un fallimento totale, che si è reso palese anche attraverso la comparazione dei risultati di uno stesso test di matematica somministrato a distanza di più di vent’anni, nel 1981 e nel 2003. Dopo la premessa non c’è la suspence di sapere quali sono stati migliori.

Sul rapporto tra i limiti della nuova didattica della matematica e le rilevazioni internazionali è stato efficace l’intervento di qualche tempo fa di Giorgio Israel sul suo blog: “Da più parti è stato severamente osservato che le varie riforme introdotte in Finlandia hanno finito col generare un ‘oggetto didattico’ che con la matematica propriamente detta ha in comune soltanto il nome e che serve a superare bene i test OCSE-PISA ma ha avuto effetti disastrosi sulla cultura matematica diffusa, oltre che su un declino accertato della conoscenza superiore nelle università e nei politecnici”. Israel tirava in ballo il Teaching to test che tanto l’Invalsi quanto il Miur a parole stigmatizzano severamente, probabilmente consci però del fatto che la realtà anche da noi è ben diversa e che sempre più spesso gli insegnanti finalizzano la loro pratica didattica alla riuscita dei ragazzi nei benedetti quiz.

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