Figli? “Un’impresa sempre più titanica, famiglie non hanno supporto”. “Nessuno si educa da solo”: INTERVISTA a Daniele Novara

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L’educazione non è un aspetto che deve essere delegato solo alle figure specialistiche, è necessaria un’alleanza tra tutti gli attori coinvolti per creare una comunità educante che sia di supporto al soggetto in crescita. Ma tutto ciò è possibile? Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

Professor Novara, “nessuno si educa da solo”, nel suo libro afferma che il compito educativo non può essere delegato in via esclusiva agli specialisti ma è necessario costruire una comunità per crescere insieme. Ci spiega come è possibile realizzare questa condivisione educativa?

È un profilo molto importante a livello sociale. Se pensiamo che l’educazione debba riguardare solo i genitori e gli insegnanti abbiamo già fallito, bisogna creare un immaginario che comprenda nella nostra società delle funzioni educative. Ogni generazione si pensa sempre educativa nei confronti delle generazioni successive e viceversa cerca di rompere gli schemi educativi che sono stati consegnati loro e di andare avanti anche in termini più trasgressivi, ma l’imprinting educativo è un imprintig generazionale, in altre parole qualsiasi adulto deve sentire uno spirito educativo verso i bambini ed i ragazzi, non si può delegare solo a chi se ne occupa dentro le mura familiari o dentro le mura scolastiche, questo è un equivoco. Bisogna dire che la nostra società, molto narcisistica e incentrata sui bisogni individuali, non sembra essere in grado di avere questo afflato, questo spirito anche oblativo per cui ogni generazione spera che quella successiva, in un certo senso, sia una generazione migliore, come nel modo di dire dei “Verdi” tedeschi: Il pianeta c’è dato in prestito dai nostri figli.

Quindi ogni generazione si pone in una logica di favorire un passaggio emotivo e progressivo, ma questo oggi sta mancando e lo vediamo anche per quanto attiene la questione demografica, non sono assolutamente dell’idea che la questione demografica sia una questione sociale o addirittura etnica, come dice qualcuno azzardando delle idee che andrebbero consegnate ai libri di storia e basta. Credo che oggi sia difficile investire nei figli perché l’investimento educativo è molto basso, ad esempio mi è capitato di sentire una ragazza la quale affermava che riflettendo con il compagno ipotizzavano che probabilmente non avrebbero mai avuto dei figli e quindi avevano deciso di prendere un cane. Una scelta personale, però che la nostra tendenza all’accudimento, tipica dei mammiferi ai quali apparteniamo, si riversi in altre direzioni a me sembra un pasticcio, allo stesso tempo capisco che oggi come oggi fare figli è un’impresa sempre più titanica perché si ha poco supporto e non semplicemente in termini di asilo nido e tutto il resto, si ha poco supporto nell’immaginario di famiglia.

Se pensiamo ad esempio ad un condominio pieno di bambini, difficilmente ci sarà un pensiero gioioso nei confronti di questa situazione, invece sarà più verosimile avere dei cartelli limitativi dell’uso degli spazi comuni, come ad esempio il cortile che non può essere utilizzato dai bambini per giocare. Che poi sono imposizioni illegali, perché ogni condominio deve prevedere aree di gioco per i bambini, addirittura degli spazi al chiuso come previsto dalla normativa che però non viene rispettata. Facciamo un altro esempio, una rotonda stradale costa dai 600.000 a 1.200.000 euro, un parco giochi potrebbe costare circa 200/300.000 euro, tendenzialmente un amministratore è più propenso a realizzare una rotonda che un parco giochi. Questo per arrivare al problema reale dei tanti soldi del PNRR bloccati sugli asili nido e sulla scuola in generale, se pensiamo che la soluzione sia quella retorica dei nonni a nome dei nonni dico basta, pensate a realizzare asili nido piuttosto. I nonni non sono “Gianni Rodari”, ci vogliono i nidi e la scuola dell’infanzia in generale.

La figura del pedagogista nel nostro paese non è ancora valorizzata adeguatamente. Lei afferma che le istituzioni pedagogiche, scuola e famiglia, sono orfane della pedagogia. Ci spiega chi è il pedagogista e qual è il suo ruolo in ambito educativo, sia per quanto riguarda la scuola che la famiglia?

Siamo ancora fermi alla figura del pedagogo, che era l’antico monitore come Quintiliano o Vittorino da Feltre, non siamo ancora nell’età moderna, quella di Maria Montessori, dove il pedagogista è quello che organizza i processi di apprendimento, favorisce le dinamiche educative, una figura tecnica estremamente importante. Quindi la pedagogia non come branca della filosofia, come incautamente hanno insegnato per decenni nei licei, ma come scienza operativa, allo stesso modo dell’architettura, della medicina o della giurisprudenza che sono tutte scienze applicative. In Italia abbiamo le discipline universitarie di pedagogia ma non abbiamo la professione, come se ci fosse l’insegnamento universitario di architettura e non gli architetti, capite che le città non starebbero in piedi e di fatto la scuola fa fatica a stare in piedi.

I dati sono agghiaccianti, la dispersione scolastica è al 13%, i NEET sono al 20/25%, la percentuale di laureati è molto bassa, all’ultimo posto in Europa insieme alla Romania. Nel libro ho parlato di una professione che nella logica comune non esiste, non ci sono bandi per fare il pedagogista, non esistono scuole con il pedagogista come invece avviene in tutta Europa. Ad esempio stiamo lavorando in Croazia dove ogni scuola ha un pedagogista, così come da tempo avviene in Francia o nel Nord Europa. È una figura che ha un background scientifico che permette di organizzare i processi di apprendimento, altrimenti la scuola va avanti ripetendo sé stessa in un giro del criceto continuo: Ho ricevuto tante lezioni frontali quindi faccio lezioni frontali, mi facevano le interrogazioni programmate, mi davano le note a scuola quindi le adopero anche io.

Si replica un modello frutto del vissuto senza chiedersi se questo sia il metodo giusto. È un modello che delega i problemi scolastici alla famiglia, ad esempio mi capita di sentire insegnanti che si rivolgono ai genitori chiedendo di fare qualcosa con i propri figli perché disturbano i compagni durante l’intervallo, ma cosa può fare un genitore? Queste sono idee dell’insegnamento fai da te prive di un approccio pedagogico. C’è bisogno di una pedagogia come scienza operativa, non quella “tromobonistica” di tante università, perché oggi gli insegnanti hanno una orfanità strumentale enorme che si evidenzia con l’invasione digitale che la scuola sta subendo. Se non si ha metodo come si può utilizzare tutta questa tecnologia? Ad esempio la usi in senso individuale o sociale? E come la usi in senso sociale? È fondamentale avere dei basilari pedagogici.

Ci sono incontri che lasciano il segno, nel suo libro lei ricorda le figure di Mario Lodi, Danilo Dolci, Paulo Freire e Maria Montessori. Quanto cambia avere dei riferimenti come le figure appena accennate?

Nella mia vita professionale e anche personale sono stato fortunato, ho avuto delle figure che mi hanno aiutato, poi in questi casi vale il detto che non si sa mai se viene prima l’uovo o la gallina, nel senso che sono io che le ho cercate o sono loro che mi hanno incontrato. È logico che non esiste la fortuna o semplicemente il destino, esiste la motivazione e personalmente avevo una forte motivazione verso l’attività educativa che mi ha portato ad incontrare queste persone. L’incontro con Danilo Dolci, a circa 23/24 anni, è stato molto importante. Ero già estremamente motivato a 18 anni, tant’è che con degli amici avevamo realizzato un doposcuola in un quartiere popolare della mia città, Piacenza, e stavo vivendo l’esperienza del servizio civile in una casa d’accoglienza realizzata con altri giovani, l’incontro con Danilo Dolci mi ha confermato che ero sulla strada giusta ed è molto importante che un giovane abbia questo tipo di indicazioni. Che qualcuno di spessore ti confermi di essere sulla strada giusta e di proseguire su quel cammino, o viceversa ti dica di correggere il cammino e ti indichi come farlo, è importante.

Oggi capita a me di farlo con giovani collaboratori e allievi, lo faccio volentieri. In pratica si è creata una staffetta con il passato che porto avanti. Con Maria Montessori non è stato un incontro diretto, ovviamente per motivi anagrafici essendo lei una figura a cavallo tra l’800 e il ‘900. Però alla fine degli anni ’90 ebbi la fortuna di incontrare la sua nipote diretta e fu un’esperienza molto importante. Quando si incontrano figure genealogiche c’è dentro l’anima di Maria Montessori, Renilde aveva vissuto con la nonna letteralmente fino a 22/23 anni e mi ha raccontato diversi episodi che gli sono accaduti in quella che è stata una settimana straordinaria. Renilde stava creando “Educateurs sans frontières” e voleva un po’ il mio contributo per i suoi direttori delle scuole montessoriane internazionali sull’educazione alla pace. Poi ricordo Mario Lodi, grandissimo Maestro, una figura straordinaria che mi ha dato l’idea della scuola.

Paulo Freire mi ha dato l’idea che in età adulta si può imparare tanto, come ha fatto lui con i contadini del nord-est del Brasile che è riuscito ad alfabetizzare in 40 giorni grazie al suo metodo. Una cosa che resta nella storia della pedagogia in maniera indelebile. Avrei potuto mettere tante altre figure, come ad esempio Don Lorenzo Milani, che diventano figure se si vuole manualistiche, anche se per me Lorenzo Milani con lettera ad una professoressa e lettera ai giudici mi ha aperto un mondo, ma sono figure con le quali non ho avuto una frequentazione diretta.

I buoni incontri, bisogna cercarseli, non avvengono da soli. Voglio dire che fare il pedagogista come lo sto facendo io è un’esperienza bellissima perché è un lavoro dove non ci si può stancare per i tanti impegni che si susseguono. Ad esempio a Pesaro ho incontrato circa 200 docenti per parlare del tema della valutazione evolutiva, perché in quella città stanno partendo le esperienze delle scuole superiori senza voti, quindi mi hanno chiesto un riferimento pedagogico essendo un sostenitori della valutazione senza voti, il giorno dopo sono stato a Milano all’Edufest, un appuntamento eccezionale dove ho parlato della discriminazione dei bambini con le “etichette”, perché l’“etichetta” è una nuova forma di discriminazione, altro che inclusione, dove non esiste alcuna forma di privacy per gli alunni ad esempio con DSA, con diagnosi L.104/92 o altra forma di bisogno educativo. In mezzo ci metto 40 minuti online sul mio metodo “litigare bene”. C’è tanto da fare, è molto appassionante.

Un’ultima domanda. Lei si rivolge ai ragazzi invitandoli ad avere coraggio per vivere appieno la propria adolescenza. Quali sono i suggerimenti che si sente di dare e che possono essere considerati complementari al loro ruolo di studenti?

In questo momento storico la mia preoccupazione, specialmente per gli adolescenti, è di stare nella loro età, è molto importante. Non bisogna isolarsi, l’adolescenza è l’età in cui si esce dal nido familiare, quello domestico e materno, e si costruisce una nuova appartenenza, non più familiare, nel gruppo. I ragazzi devono vivere la dimensione del gruppo in maniera intensa perché da un lato è un modo per uscire dalla famiglia e dall’altro serve a prepararsi alla famiglia.

L’idea che un ragazzo si fidanzi a 15 anni, o anche a 13, come spingono a fare certi genitori con tutto un sistema di permanenza di queste coppiette all’interno delle mura domestiche, lo trovo poco utile. L’adolescenza è l’età delle sperimentazioni sentimentali ma in primis l’età del gruppo. In questi anni i ragazzi sono stati troppo isolati, per il motivo che conosciamo tutti del Covid, quindi vorrei invitarli a fare un’estate ricca di esperienze sociali, di esperienze dove sfidano anche le loro risorse, per esempio viaggiando, facendo esperienze di solidarietà, esperienze di apprendimento, in pratica “vivere”.

La scuola dovrebbe andare in questa direzione, per la prossima primavera stiamo organizzando un convegno proprio su questo tema, la scuola non è solo lo studio, questo è un grande e grave equivoco. La scuola è stare insieme e costruire delle occasioni di apprendimento reciproco, problematizzando i contenuti utilizzando le discipline per affrontare e risolvere i problemi, questa è la vera scuola dove si creano motivazioni ed interessi. Però prima c’è l’estate e allora prendo spunto da una lettera presente nel libro che mando ai ragazzi di 15 anni in cui li invito a vivere tutte le occasioni. Per vivere ci vuole coraggio, ecco che diventa importante viaggiare, stare nelle relazioni, ma anche fare esperienze di lavoro, stare su un prato piuttosto che su un videoschermo.

C’è una preoccupazione enorme su questo versante dei videoschermi e dei videogiochi, l’intelligenza straordinaria di un ragazzo di 15/16 anni deve essere usata per imparare, non semplicemente imparare un videogioco che, da quel che ne so, si impara solo a migliorarsi nel videogioco stesso. Un altro aspetto importante è quello della lettura, sembra superfluo dirlo ma va ripetuto perché viviamo in una società dominata prevalentemente dalle immagini.

Le immagini vanno bene, ma la lettura è inderogabile, è un’età di lettura che va sostenuta. Infine la condivisione, perché sentirsi responsabile del cambiamento climatico, sentirsi responsabile della pace e dell’ingiustizia di chi vive in condizioni di inferiorità è necessario a questa età. Sostengo tantissimo il movimento dei giovani contro il cambiamento climatico e vorrei che ci fosse lo stesso movimento di giovani per la pace, perché è un anno che parliamo di guerra e invece si dovrebbe parlare di pace. Bisogna tornare a parlare di questa parola e dei personaggi che ha ispirato, come Gandhi, Tolstoj, Martin Luther King, Nelson Mandela, anziché parlare dei generali russi e ucraini. Bisogna tornare a parlare di questi testimoni della nonviolenza. La situazione è critica e per questo invito i giovani ad una partecipazione attiva alle manifestazioni per la pace, perché se non c’è la pace anche il cambiamento climatico diventa un’opzione molto aleatoria come battaglia.

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