Festa della Mamma, Anief: se si vuole lavorare a scuola, meglio restare single

di redazione
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comunicato Anief – L’82% tra i docenti, oltre il 65% tra il personale Ata: sono le percentuali “bulgare” di presenza delle donne nelle nostre scuole. Le donne che, come natura vuole, ad un certo punto della loro vita hanno tutto il diritto di diventare mamme. Ma chi opera nella scuola difficilmente può permettersi il lusso di avere figli. Lo sanno bene le donne che si sono “avventurate” in questa esperienza, sottoposte a un sacrificio incredibile che nessuna lavoratrice conosce nel nostro Paese. Quasi sempre, la donna italiana che vuole diventare insegnante o Ata sceglie suo malgrado di fare la supplente per diversi anni, spesso a centinaia di chilometri di distanza dalla famiglia, privandosi dei suoi affetti e rinunciando quasi sempre alla maternità, in attesa della stabilità lavorativa.

Poi, quando riesce ad entrare di ruolo, si costruisce una famiglia ma non ha diritto a ricongiungersi neanche per un anno con il proprio bambino se ha più di otto anni di vita. Né lo stipendio va meglio, visto che guadagna la miseria di 1.200 euro, tre volte di più del reddito d’inflazione se rimanesse a casa. Di fare carriera non se ne parla e poi, dopo avere lavorato 42 anni, può fare la nonna con una pensione neanche doppia rispetto all’assegno di disoccupazione che avrebbe percepito se non avesse mai lavorato.

“Perché festeggiare allora, e come festeggiare – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – se, addirittura, come successo ad alcune maestre con diploma magistrale sei assunta ancorché con riserva per poi ritrovarti licenziata, così non potrai neanche mantenere quella famiglia che con stenti e sacrifici avevi costruito? È proprio il caso di dire che oggi si festeggia la festa della mamma, ma se si vuole lavorare nella scuola è decisamente meglio rimanere single. È giunta l’ora di voltare pagina, garantendo alle mamme docenti, ma anche alle amministrative, tecniche e collaboratrici scolastiche, maggiori permessi e spazi per stare vicine ai figli, cambiare le norme sui trasferimenti e sulle assegnazioni provvisorie, aumentare gli stipendi legandoli almeno all’inflazione, reclutare tutte le precarie in organico di fatto su posti vacanti, aprire ‘finestre’ per le pensioni, tutelare chi è  a rischio licenziamento e chi non sarà mai assunto con la riapertura delle GaE e la conferma dei ruoli”.

Ma quante sono le donne docenti in Italia. Tantissime: oltre 600mila. In Europa, solo l’Ungheria ha più donne in cattedra (82,5%); in Spagna le insegnanti si fermano al 63%, negli Stati Uniti al 74%. Nel Belpaese, invece, a livello di scuola dell’infanzia le docenti costituiscono il 99,3% dell’organico, mentre gli uomini sono appena 590 su oltre 93mila (uno ogni 153 maestre!). Nella scuola primaria, alle maestre sono affidate il 96% delle cattedre (in Spagna il 75%, nel Regno Unito l’81%, in Francia l’82%), lasciando ai colleghi maschi appena 8.193 posti su 224.124. Anche alle superiori, la presenza “rosa” tra i docenti fa riscuotere percentuali altissime: si scende sì al 65%, ma il numero è molto più alto che altrove. In Germania, ad esempio, dopo le scuole medie si riscontrano solo il 46% di docenti “rosa”. E non dimentichiamo le oltre 150mila tra amministrative, tecniche e ausiliarie, con gli stipendi più bassi della PA.

In assoluto, scuola a parte, decidono di diventare madri sempre più tardi. Proprio in questi giorni Save the children ha pubblicato un report da titolo emblematico: “Le Equilibriste. La maternità in Italia”, che traccia la classifica delle regioni italiane dove è più o meno facile essere madri. Nello studio si evidenzia come l’Italia si trovi non solo in cima alla classifica europea per anzianità delle donne al primo parto con una media di 31 anni, ma le donne del Bel Paese rinunciano sempre più spesso alla carriera professionale quando si tratta di dover scegliere tra lavoro e impegni familiari (il 37% delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio risulta inattiva). A questo si aggiunge la scarsa o inesistente rete per la prima infanzia.

Inoltre, l’associazione si sofferma su un altro triste primato: nel nostro Paese la denatalità ha toccato un nuovo record, registrando la nona diminuzione consecutiva dal 2008. Ecco spiegato perché le mamme italiane hanno pochi figli, con un numero medio per donna pari oggi a 1,34 che torna ai livelli del 2004, dopo aver raggiunto il suo massimo di 1,46 figli nel 2009. E le donne della scuola non sono da meno: anzi, sono le più penalizzate. Soprattutto se sono nate al Sud. Sempre Save the children ha rilevato che Tra le regioni del Mezzogiorno fanalino di coda della classifica delle donne mamme, la Campania risulta la peggiore regione “mother friendly” e perde due posizioni rispetto al 2008, preceduta da Sicilia (20° posto), Calabria (che pur attestandosi al 19° posto guadagna due posizioni rispetto al 2008), Puglia (18°) e Basilicata (17°).

E per le donne che hanno più possibilità e coraggio, il doppio ruolo è un Everest da scalare. Anche senza un’occupazione. Il sito internet ProntoPro.it ha calcolato, riporta Tuttoscuola, che l’occupazione della donna mamma “se dovesse mai essere retribuito varrebbe qualcosa come 3.045 euro netti al mese. Già, perché nel lavoro di mamma c’è un po’ di tutto: autista dei figli, chef per tutta la famiglia, ovviamente colf, personal shopper, insegnante privato, life coach e chi più ne ha più ne metta. Per calcolare la somma sono state prese in considerazione tutte le attività svolte dentro e fuori casa, con le relative paghe orarie. Il ruolo di autista privato ad esempio, quello per accompagnare a tutte le ore i bambini a scuola, in piscina o dagli amici, prevede una retribuzione oraria media pari a 13 euro l’ora, lo chef a domicilio guadagna mediamente 30 euro l’ora”.

Il potenziale compenso indicato dallo studio, oltre 3mila euro netti al mese, appare doveroso. Allo stesso modo, però, la somma non fa che confermare la miseria dello stipendio assegnato alle donne lavoratrici. A partire della mamme docenti e Ata della scuola: poco più di mille euro al mese, che vanno a compensare sacrifici enormi, aggravati spesso dalla lontananza dai figli; è una condizione innaturale che le donne casalinghe possono dire di non vivere.

13 maggio 2018

Ufficio Stampa Anief

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