Fedeli: no a termine deportati. Nastrini Rossi: no a speculazioni semantiche, servono i fatti

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comunicato Nastrini rossi docenti  – Ancora una volta in ballo, ci sentiamo in dovere di intervenire. Questa volta da professori. L’utilizzo del termine “deportati” non ha mai voluto indicare o suggerire un’analogia tra la nostra situazione e quella riservata alla popolazione ebraica sotto il nazifascismo.

Per “deportazione”, s’intende, a livello generale, “il trasferimento coattivo di un individuo o un gruppo di individui poi obbligati a risiedere in un luogo diverso dal proprio.” Nel nostro caso, anche noi ci sentiamo coattivamente trasferiti, naturalmente non fisicamente con la forza, ma con  commi vessatori della norma che prevedono il licenziamento. Con l’utilizzo del termine “deportati” intendiamo richiamare, non certo i campi di sterminio e le loro vittime, ma piuttosto la pratica di insediare intere popolazioni, o parti di esse, in zone differenti dalle propria città di origine o appartenenza, abitudine tipica per esempio dell’Impero romano. Facciamo qualche esempio: nel 67 a.C. Pompeo reinsediò una moltitudine di persone che si erano sottomesse spontaneamente e senza combattere, nell’entroterra di diverse città spopolate e in altre zone che soffrivano della carenza di manodopera, utilizzandole come contadini.

Perfino Virgilio ha descritto questi meccanismi di insediamento di categorie di persone in luoghi distanti dalla propria residenza abituale, evocando modalità in parte analoghe a quelle impiegate per sistemare i veterani dell’esercito, anche se, a differenza di questi, i deportati non ricevevano tanta terra, ma appena quanto bastava per non morire di fame. Ed anche qui noi vediamo metafore ed analogie all’infinito.

C’è molta differenza tra questi deportati e noi? Noi crediamo di no.

Inoltre i deportati storici si sono visti sottratti i diritti fondamentali e noi riteniamo di aver subito dei meccanismi di reclutamento che sono andati ad infrangere almeno nove articoli della Costituzione Italiana che vanno dal dritto al lavoro, a quello della famiglia, alle pari opportunità (art. 3, 4, 29, 30,31,33, 35, 36,37).

Di non meno tenore la trasparenza delle procedure: per ben due volte abbiamo partecipato all’algoritmo ed ancora non conosciamo le procedure e le graduatorie.

Una legge per poter essere considerata giusta, deve sancire l’uguaglianza tra persone appartenenti alla stessa comunità (giuridica, lavorativa, politica, umana).

Per questo la legge 107 ci ha profondamente segnati come persone, esseri umani, prima ancora che docenti. Viviamo una emergenza sociale tutta nel Mezzogiorno e non possiamo fare altro che continuare a dirlo. Attendiamo una risposta che vada oltre le analisi semantiche. Siamo docenti ultraselezionati, con 10-15 anni di precariato alle spalle, per chi non ha differito, causa sede impossibile al nord, abbiamo tutti superato l’anno di prova, noi pionieri del piano assunzionale straordinario e delle nuove modalità dell’anno di formazione e prova.

Noi chiediamo risposte concrete a problemi che non sono solo personali o delle nostre famiglie, ma che interessano il sud dell’Italia. Perché lasciarci al Nord vuol dire impoverire le nostre regioni economicamente, socialmente e culturalmente. Qui si continua a speculare sui termini, ma la verità è che nulla o davvero molto poco, si fa per risolvere la nostra questione. Più volte noi nastrini rossi abbiamo incontrato la ministra Fedeli e molti altri rappresentanti del Miur. Dai quali parole rassicuranti, certo, ma finora solo parole… è giunto il momento di essere concreti e farsi carico delle oltre 25mila famiglie che quotidianamente vivono questo incubo chiamato “buona scuola”.

Bari, 1 marzo 2017

Nastrini rossi docenti

Francesca Marsico

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