Fare il docente non deve essere solo questione di titoli, ma anche di empatia e intelligenza. Lettera

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Inviato da Nicola Antonio Raduazzo – Sono un ragazzo di vent’anni ed attualmente studente della facoltà di Lettere Classiche e Operatore Volontario.

Ho letto e sentito molto riguardo l’affermazione di Luciana Littizzetto rispetto la figura dell’insegnante. Da figlio e nipote di insegnanti umilmente e senza pretese sostengo dal mio canto che è in parte vero, l’insegnante dovrebbe ogni giorno stimolare i propri alunni affinché diano il meglio di se stessi. Ci sono vari metodi per catturare l’attenzione degli studenti, i classici – e più arcaici – sono racchiusi da una formula molto familiare: “o con le buone o con le cattive”; ovvero, con il sorriso o con il fare duro.

Gli alunni in questione ovviamente hanno completamente torto, perché non è consentito lanciare oggetti o colpire l’insegnante se si prova tedio e noia. Il mestiere dell’insegnante, anche se dovrebbe essere inteso più come una missione, un qualcosa di umanitario, l’ho sempre percepito come carico di responsabilità e doveri, poco per quello che tutti definiscono comodamente “posto fisso” ed iniziano a proferire così quell’orrenda sequela di solite frasi fatte. Fare questo mestiere oggi è comodo, è comodo per chi vuole cambiare vita, per chi vuole tentare la famosa scalata sociale dei Malavoglia, per chi ha quel diploma, quel foglio A3 ripiegato nel cassetto dedicato ai documenti più importanti ed ora finalmente ne ha trovato un’utilità, un modo degno per rispolverarlo.

Mentre scrivo ciò riaffiorano alla mente le immagini dei miei anni di fanciullezza, quando vedevo mia madre solo in estate e alle festività più importanti, gli anni a Brescia, le iniziali trasferte mattutine a Velletri a bordo della famosa Panda rossa fino al nostro breve trasferimento lì e gli anni in cui finalmente è riuscita ad arrivare nella nostra provincia. Ogni volta però ho sempre visto un’insegnante con la voglia di fare, con mille idee in testa, pronta e disposta a tutto, noncurante del giudizio di colleghe e altri ma sempre con lo sguardo rivolto all’obiettivo finale, e cioè: “far star bene gli alunni, lasciare un piccolo semino in loro e farlo crescere”.

Purtroppo non sempre i sacrifici fatti vengono riconosciuti e premiati e tentare di fare un lavoro del genere, anche arrivati ad una certa età, solo per affermazione personale e carenti in voglia di fare, per me è inutile. Fare l’insegnante non dovrebbe essere solo una questione di titoli ma soprattutto di empatia ed intelligenza, spero che un giorno si torni alla vera figura dell’insegnante e al vero modo di fare scuola.

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