Facciamo sentire alunni e studenti protagonisti di un’insolita attenzione di tutta la società. Lettera

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inviata da Annalisa Boselli –  Se i ragazzi non possono venire a scuola, che sia la scuola ad andare dai ragazzi. Facciamo in modo che entri prepotentemente dentro la vita della comunità; facciamo in modo che la voce dell’insegnante e dei compagni risuoni tra le mura domestiche; che i genitori o chi per loro seguano i figli nel percorso scolastico e/o che li spronino quando non possono. Che assistano anche loro alle lezioni e che le lezioni siano fatte anche per loro, in un’ottica di life long learning, quella visione di apprendimento permanente che fa parte da anni degli orientamenti promossi dall’Unione europea.

Serve inoltre una efficace comunicazione casa-scuola, soprattutto quando insorgono dei problemi ed è fondamentale che insieme si lavori per risolverli. Non sarà facile, ma è necessario.

Abbiamo bisogno che si faccia il tifo per la scuola dei prossimi mesi: un luogo senza mura, senza banchi e senza quella prossimità fisica cui eravamo abituati. Un luogo nuovo, fatto, però, di persone che vogliono costruire una solida relazione educativa.

Mettere al centro la scuola – questo sembra essere diventato il nuovo slogan di una spesso ipocrita retorica integralista – non significa necessariamente presenza a tutti i costi. Perché oggi tenere aperte le scuole superiori, medie ed elementari significa chiudere gli studenti dentro aule fermi con la mascherina per 5 ore al giorno con quarantene continue che rendono la didattica singhiozzante e squilibrata tra chi è a casa e chi è a scuola. Per non parlare dei ritardi delle Asl nel comunicare gli esiti dei tamponi, perchè i sistemi di tracciamento, dati i numeri elevati, rischiano di saltare con tutto il rischio che ne deriva se consideriamo che un docente di scuola superiore/media incontra in aula ogni settimana almeno un centinaio di studenti, distribuiti su varie classi, senza considerare i contatti extra-scolastici.

Allora, se la situazione è eccezionale, creiamo misure eccezionali. Riallacciamo un nuovo patto sociale per l’istruzione; ricostruiamo quel modello di comunità educante di cui la pedagogia parla da tempo, ma che fatica ad essere colto, quasi si lasciasse alla scuola l’appalto in esclusiva dell’educazione dei figli per poi disprezzarla perché considerata incapace di condurre a una vita di successo.

“Per crescere un bambino ci vuole un villaggio” recita un antico proverbio africano. Educare è un processo molto complesso che ha bisogno della collaborazione di tutti. Facciamo in modo che i nostri figli si sentano protagonisti di una missione fondamentale e oggi ancora più difficile: quella di imparare. Imparare per se stessi e per gli altri. Ricordiamo loro che studiando si può migliorare noi stessi e il mondo che ci circonda e quanto ne abbiamo bisogno ora, di un mondo migliore!

E allora alla chiusura della scuola rispondiamo con l’apertura di una comunità capace di accoglierla finalmente al centro. Coinvolgiamo tutte le realtà che le ruotano intorno: la famiglia in primis che deve sostenere, guidare e accompagnare l’azione educativa , ma potrebbero arrivare contributi importanti anche da esperti come medici, scienziati, artisti, giornalisti, politici, volontari, che i ragazzi hanno bisogno di vedere come rappresentanti di quel mondo che di solito “sta fuori” ed è spesso “altra cosa” dalla scuola. Proviamo a rimescolare le carte, creando insolite alchimie.

Facciamo sentire alunni e studenti protagonisti di un’insolita attenzione di tutta la società. Facciamo che ne siano il centro di gravità. Che siano loro sotto i riflettori; trasmettiamo tutti noi (genitori, nonni, zii, fratelli, chiunque all’interno della società) la curiosità e la spinta alla creatività; insegnamo loro a conoscersi meglio e a scoprirsi. Si dice che mancando la presenza, manchi la relazione. E allora facciamo in modo che questo incontro avvenga davvero e in forma ancor più profonda con i libri; si possono avere relazioni anche nella letteratura, nella musica,nella filosofia, nella scienza. E se tutti noi siamo capaci di dare valore a questa relazione, quest’ultima diverrà più solida, più autentica e più efficace sarà allora anche l’azione educativa.

Facciamo in modo che questa emergenza sanitaria si trasformi il meno possibile in emergenza educativa.

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