Esperienza all’estero degli studenti migliora potenzialità di successo professionale. Intervista a Sebastiano Angelico, Direttore Nazionale Youth for Understanding

di Eleonora Fortunato
ipsef

item-thumbnail

Saper riconoscere le emozioni, utilizzarle nei processi di pensiero, gestire stati emotivi nella vita individuale e nei rapporti con gli altri: ecco le qualità che in futuro decreteranno sempre di più un inserimento vincente nel mondo del lavoro, qualità che esperienze di studio all’estero sembrano promuovere e potenziare in maniera sorprendente.

E’ quanto emerge dalla ricerca “L’esperienza scolastica all’estero e lo sviluppo dell’intelligenza emotiva” commissionata da Youth For Understanding Italia e realizzata dalla Luiss Business School su di un campione di oltre 1500 studenti tra i 14 e i 18 anni, i cui esiti sono stati presentati a Roma la scorsa settimana. Ne abbiamo parlato con Sebastiano Angelico, Direttore Nazionale Youth for Understanding.

Direttore, qual è la relazione tra intelligenza emotiva, successo professionale e viaggi studio all’estero?

«E’ dal 1976 che i ragazzi vengono messi in mobilità, ma si intuiva chiaramente già allora che il vero benefit non era imparare l’inglese, ma l’acquisizione di un nuovo modo di stare al mondo. In seguito la psicologia e la sociologia, studiando quello che avviene nei processi cognitivi, sono andati più a fondo, dando valore al fattore dell’intelligenza emotiva e riuscendo in qualche modo a monitorarla e ad allenarla come forma di autoconsapevolezza che si traduce in capacità di lavorare bene insieme agli altri e di essere ottimisti. Un’esperienza di studio all’estero pone i ragazzi di fronte alla necessità di cambiare abitudini e rispondere a situazioni nuove e impreviste, è facile comprendere come in queste occasioni la flessibilità aumenti, flessibilità che, in epoca moderna, può esser letta come tolleranza».

Sembra un cambio di paradigma importante rispetto al modello esasperatamente competitivo e individualistico del passato.

«Si passa a un modello nuovo di scuola. Chi fa formazione oggi sa benissimo che non ha alcun senso andare a contare il numero di contenuti che uno studente possiede, mentre bisogna presare attenzione al suo modo di essere in mezzo agli altri. Sono queste le famose competenze di cittadinanza globale, anche perché il reperimento delle nozioni oggi è facile, l’accesso alla conoscenza di per sé non è più una difficoltà oggettiva a cui solo l’istruzione può sopperire».

Su questo punto mi pare che lei la faccia un po’ troppo facile, non pensa che porre in secondo piano i contenuti nell’età evolutiva possa portare a un indebolimento cognitivo, logico e critico dei soggetti?

«Forse non è questo il momento per addentrarci in una discussione del genere, voglio però solo soffermarmi sul fatto che la scuola del passato non prestava nessuna attenzione alla crescita emotiva e relazionale dei ragazzi, noi non imparavamo a imparare, e anche il legislatore pensa oggi che si debba passare attraverso nuove metodologie per l’acquisizione di conoscenze».

Il fatto che il legislatore vada allineandosi a posizioni di ‘pedagogia progressista’ non è necessariamente la prova della bontà e dell’efficacia di questa tendenza. Ma torniamo alla mobilità studentesca, che è sicuramente un aspetto che la politica degli ultimi trent’anni ha promosso a ragion veduta.

«Il nostro Paese su questo ha visto senz’altro lungo e noi oggi possiamo trarre un bilancio più che positivo dalle esperienze degli ultimi anni. Il risultato che forse ci ha sorpresi di più riguarda i ragazzi con un livello linguistico di partenza più basso: ebbene, sono loro a trarre il maggiore beneficio dal punto di vista della intelligenza emotiva. Costretti fin da subito a mettersi in gioco più degli altri, vivono un surplus di esperienze e, di conseguenza, ritornano con un livello di maturità più alto».

Sembra convincente questa rappresentazione, ma avete potuto apprezzarla in maniera anche quantitativa?

«No, ma la nostra attività di facilitatori di scambio ci porta inevitabilmente a confrontarci in maniera sistematica con i ragazzi e a poter essere informati anche sugli aspetti più quotidiani, meno ufficiali del loro percorso, un altro dei quali riguarda le ricadute positive anche sulle famiglie che fanno questo genere di esperienza».

La situazione politica internazionale le pare possa incidere negativamente sul quadro che ci ha fatto?

«Mi risulta che in questo ultimo periodo la mobilità studentesca verso gli Usa sia addirittura aumentata, quindi non penso che in futuro questo solco si potrà richiudere, ed è giusto che sia così. Il ragazzo di 20-25 anni col trolley e lo zaino in spalla è un modello positivo, che ormai è entrato nel nostro immaginario quotidiano, non si deve tornare indietro».

Versione stampabile
Argomenti:
anief anief voglioinsegnare