Esiste un dress code a scuola? Dai top alle minigonne: libertà, ma adeguata al contesto

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Una docente di educazione motoria ha detto alle sue studentesse di non presentarsi in top (o addirittura in reggiseno) durante la lezione di ginnastica. Le alunne non ci stanno e hanno protestato vivacemente.

La vicenda riporta in auge l’annosa questione riguardo al dress code a scuola. Ogni anno una variazione sul tema, ma il succo della questione è lo stesso: posso andare a scuola in pantaloncini corti, jeans con i buchi o con minigonna?

Il discorso vale sia per gli studenti che per le studentesse. Nel 2017 una dirigente scolastica di una scuola dell’Emilia Romagna arrivò perfino a imporre un regolamento scolastico che vietava l’utilizzo di abiti “succinti”.

Fu la storia dei “jeans strappati”. Nel 2020 fu la volta di una scuola di Roma con il docente contro la minigonna perché poteva essere vista come “tentatrice” nei confronti dei professori. Anche in quel caso polemiche, striscioni, cortei.

La vicenda dell’insegnante di educazione fisica giunge pochi giorni dopo quello accaduto a Monza dove i ragazzi si sono mostrati in gonna per solidarietà nei confronti delle compagne di scuola: “Manifestare il desiderio di vivere in un luogo in cui sentirsi liberi di essere ciò che si è e di non essere definiti dai vestiti che si indossano”.

Il tema è ampiamente divisivo e sul Corriere della Sera ci sono le testimonianze di alcuni dirigenti scolastici. Tutti o quasi sono concordi: nessuna censura, sì alla libertà di abbigliamento, ma bisogna rispettare il contesto. Spiega ad esempio Cristina Costarelli, preside del liceo Newton di Roma: “Esiste una modalità di vestire in ordine all’essere adeguati rispetto al contesto, indifferentemente dall’essere ragazzo o ragazza, uomo e donna: ad esempio i calzoncini corti a scuola non sono opportuni”.

Per Amanda Ferrario, dirigente dell’istituto tecnico Tosi di Busto Arsizio: “Nessuno di noi andrebbe in chiesa in costume o a un concerto rock in smoking. Per ogni occasione c’è un outift adeguato. A scuola come in altri luoghi si entra col rispetto dei luoghi e delle persone che abbiamo intorno e coscienti del fatto che quello che gli altri percepiscono di noi è il nostro ruolo in quel contesto”.

Per Daniela Crimi, preside del Liceo Cassarà di Palermo: “I ragazzi possono esprimersi come vogliono, nel rispetto di se stessi e degli altri. Questo significa che se non sono in costume da bagno, e questo assolutamente non è consentito a scuola, ma sono in un abbigliamento dignitoso, possono indossare ciò che vogliono. Anche colorandosi i capelli: per me è una cosa molto bella, che possano esprimere i loro gusti e la loro creatività. Il top? Una cosa adeguata se si fa sport e fa caldo. Massima libertà dunque, senza offendere nessuno”.

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