Esami di Stato: uno spreco di risorse. Lettera

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Inviata da Linda Ciano – Quando penso al caldo, inevitabilmente mi viene in mente l’Inferno dantesco; non avviene mai il contrario con il freddo e il gelo del Cocito… reminiscenze degli anni di catechismo e di una cultura anni Novanta ancora fortemente ancorata al tradizionalismo cattolico.

È il 20 giugno 2022. Sono nella mia scuola, in attesa che cominci la riunione plenaria per l’Esame di Stato e… fa terribilmente caldo. Ne ho due in realtà, di riunioni, perché ho insegnato in due quinte. Stranamente sono un po’ in ansia. L’attesa e la conoscenza dei presidenti m crea sempre una sensazione di leggero disagio; l’esperienza mi ha insegnato che, nella roulette delle nomine, qualche volta capitano spiacevoli incontri.

Si comincia. Dopo le presentazioni, è un vortice ascendente di carte impilate, documenti che si dibattono in faldoni colorati, fogli lasciati a caso e presto dimenticati, griglie e valutazioni, voti e giudizi, piani di lavoro più o meno caotici.

È ufficiale: anche quest’anno l’Esame di Stato è iniziato… Si sentono sospiri che vagano nella stanza rincorrendosi e alternandosi; c’è qualcuno galvanizzato. Gli altri… Ci guardiamo con le palpebre che si dimenano tra apatia e disappunto, rassegnazione e desiderio di finire presto.

Ora… Qualcuno recitava che la domanda non può che sorgere spontanea: a che cosa servono gli Esami di Stato? E c’è chi dice che è l’ufficiale e indispensabile coronamento della fine del percorso formativo dello studente; chi riporta frasi da copione in didattichese stretto, quello che si contorna di deliziose parole dal retrogusto psico-pedagogico e che, con ostentato narcisismo, dimenticano che la scuola è fatta di gesti, cultura, sentimenti e
persone; ci sono persino professori e presidenti che questi inutili esami li amano a tal punto da mettere in gioco una serie di strategie volte alla mortificazione dello studente e all’esaltazione di se stessi, latori di grandezze culturali e di incredibile maestria, con un autocompiacimento che atterrisce e genera compatimento, almeno per me.

Miei cari messeri del Ministero, che, come Voldemort, non osiamo nominare (tanto, a dispetto di generazioni e nomi che si succedono, cambia ben poco…), non vi è mai venuto in mente che questo “affaire” di mussoliniana memoria potrebbe essere eliminato per investire le risorse impiegate nell’Esame – tante, troppe… – in innovazione, formazione dei docenti, ristrutturazioni, progetti e percorsi per rendere la scuola migliore e magari
restituirle quello status di agenzia educativa di cui è stata completamente privata? Nella società fluida – Baumandocet – la scuola non solo ha perso la sua dignità, ma è continuamente vilipesa, perché evidentemente il suo ruolo sociale è del tutto eclissato da un mondo vorticoso dove ideali e valori sono l’ultimo baluardo, fragile, drammaticamente fragile, di un sistema che confonde le menti e le tiene irretite in un limbo di alienazione e appiattimento; in cui pensiero critico, interpretazione, studio e cultura si frantumano di continuo, come in un perverso gioco labirintico dal quale non è possibile uscire. La scuola è parte di noi; è l’imprescindibile incipit delle nostre vite; è osmotico rifugio di variegate voci, che si ascoltano reciprocamente per la positiva costruzione della nostra identità, in un universo sociale e social in cui ogni istante costituisce una sorta di attentato alle nostre categorie personali, fisiche e mentali.

Ma ciò che sento con maggiore tristezza, da docente ancora innamorata del suo lavoro e disperatamente ancorata ad un’idea di crescita e
benessere in un luogo che ha per me la sacralità di un tempio, è che ormai siamo diventati un ingranaggio burocratico di cui gli Esami di Stato rappresentano la degenere apoteosi.

Basti pensare a come sono strutturati e alla incredibile capacità, se non volontà, di renderli peggiori anno dopo anno: la prova di Italiano – comune a tutti gli indirizzi, e già questo richiederebbe una trattazione specifica – si compone di tre tipologie, che mi ricordano i personaggi pirandelliani di “Sei personaggi in cerca d’autore”. Si aggirano guardinghe sul foglio rivendicando di recitare la loro parte su un palcoscenico confuso e affollato.

1. Tipologia A: analisi di un testo letterario con tanto di domande-guida e di richiesta di produzione;
2. tipologia B: testo argomentativo… E qui si potrebbero esponenzialmente moltiplicare i punti interrogativi, perché le tracce non rispettano i requisiti fondanti di un testo argomentativo puro, ma vagano in una terra di mezzo dove la sezione di “Comprensione e analisi” riprende la tipologia A e quella di “Produzione” chiede allo studente di strutturare un incipiente testo in cui argomentare la propria opinione, spesso senza possibilità o richiesta di confutazione;
3. tipologia C: riflessione di carattere argomentativo-espositivo su tematiche di attualità: forse, tra le tre, la traccia da cui si evince maggiormente la capacità di scrivere dello studente.

Ora, mi chiedo e vi chiedo: come si può confinare una produzione scritta in un approccio quasi contabile di paragrafi e sotto-paragrafi e domande e titoli “opportunamente paragrafati” e numeri e…? La scrittura è un’espressione dell’anima, è linfa di mente e cuore, è voce della creatività e dell’interpretazione. Come si può ridurla a questa vivisezione, come se fosse un cadavere sventrato da interessi anatomici accademici? Per
me che scrivo e amo scrivere sopra ogni altra cosa, permettetemi, queste tipologie sono un abominio. Non si potrebbe, molto più semplicemente proporre ai ragazzi un ventaglio – numericamente definibile – di tracce in cui si richieda un’analisi del testo con il solo testo e le note di riferimento oppure lo sviluppo di un tema di attualità e, semmai, una traccia di carattere storico, quest’ultima brutalmente soppressa qualche anno fa? Questo, nell’ipotesi in cui si vogliano forzatamente tenere in vita gli Esami di Stato-spreco di risorse…

E vogliamo parlare dei colloqui orali? Vogliamo davvero palarne? Io credo che ci sia una maligna propensione all’involuzione formativa nel colloquio orale… E questa maligna propensione reca in bella vista, gloriosa virtù dei tempi moderni, il proprio nome: percorsi pluridiciplinari e/o interdisciplinari… Spiegatemi – perché io proprio non ci arrivo – come in un indirizzo come l’Agraria, per esempio, si possa pretendere di mettere insieme, in un
delirante vaniloquio, discipline come quelle di indirizzo con le discipline umanistiche. Come si possa pensare di mettere insieme la simbologia pascoliana degli elementi faunistici e floristici con una dissertazione tecnico-scientifica di quegli stessi elementi…per esempio…

In questi giorni ho sentito spesso parlare di studenti che scambiano la siepe leopardiana, scatola metaforica dalle polisemiche interpretazioni, per “cespugli”; io stessa ho assistito alla “meraviglia” di Mussolini che diventa re d’Italia e ascoltare Giovanni Pascoli mentre racconta l’esperienza in trincea… È dannatamente indiscutibile che i nostri ragazzi e la loro preparazione hanno fortemente risentito degli effetti degeneri della D.A.D., così com’è
fondatamente vero che la scuola si muove oggi tra le maglie sottili di un sistema valoriale e sociale che ne scardina i fondamenti pedagogici per approdare su lidi, reali e virtuali, ben più affascinanti per i nostri studenti. D’altronde, è ugualmente oggettivo constatare che, a fronte delle difficoltà nelle quali la scuola italiana è irretita, i dettami ministeriali sono spesso schizofrenici, abulici e dominati da finalità politiche o pseudo-politiche che rendono avulse le pratiche normative da obiettivi efficaci e di lungo periodo. E allora succede che, nel concreto, il MIUR, con tanto di ufficiale carta intestata, chieda ai ragazzi sedicenti elementi lessicali che semplicemente non esistono nella lirica pascoliana oggetto di analisi. E sembrerebbe un evento banale. O forse no. A voi l’ardua sentenza. Ma, dopotutto, questo mio flusso di coscienza che si snoda – ribelle e inarrestabile per sua
stessa natura – tra tracce discutibili, valutazioni aleatorie, percorsi ai limiti del parossismo, colleghi stanchi e demotivati, presidenti talvolta egocentrici e dispotici e troppo desiderosi di evitare ricorsi, forse potrebbe indurre alla riflessione.

E poi c’è il caldo di giugno e luglio, i ventilatori in faccia, i ventagli spiegati, “Commissione web” che non funziona, il miraggio di un’estate promessa, e poi, e poi, e poi… Forse sarebbe auspicabile ripensare all’opportunità o meno di mantenere in vita l’Esame di Stato e, se questa mia provocazione può risultare per alcuni blasfema, sarebbe bello che gli studenti potessero completare il loro percorso educativo con una cerimonia, col tocco perché no?, in cui raccontare e raccontarsi, ricordare i loro momenti più belli e anche quelli brutti, quelli che ti segnano e ti fanno crescere, insieme ai loro insegnanti che saranno per loro, nel bene e nel male, riferimenti di vita, mentori e guide nella più rosea e lusinghiera prospettiva.

Perché parliamo tanto di persone riferendoci ai nostri ragazzi, ma la mia impressione – a dirla tutta – è che, presi da carte, acronimi e verbali digitali, non ci rendiamo nemmeno conto di vederli uscire dalle nostre vite senza nemmeno incrociare il loro sguardo, forse per l’ultima volta.

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