Esami di Stato, PSP: “Per quest’anno.. non cambiare “

di redazione
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PSP – I Partigiani della scuola pubblica si fanno portavoce del malumore e del dissenso suscitati dalle recenti disposizioni ministeriali che hanno riformato gli esami di stato soprattutto senza alcun rispetto per gli studenti, il cui disagio in merito è recepito quotidianamente proprio dai loro docenti.

I docenti di numerose scuole italiane, a seguito delle modifiche agli esami di Stato introdotte dal Decreto Miur n. 62/2017 (attuativo della legge n. 107/15), come modificato dalla legge n.108/2018 (di conversione del decreto Milleproghe), ci hanno fatto pervenire comunicati e lettere varie in cui esprimono le loro perplessità in merito a tali novità e che si riassumono nei seguenti motivi : Innanzitutto, i docenti ritengono non rispettoso del lavoro da essi sinora svolto, il fatto che dal Miur vengano imposte nuove modalità di svolgimento delle prove scritte e del colloquio orale, a gennaio, cioè a metà anno scolastico, con il “treno in corsa”.

Un treno che avanza velocemente verso giugno, con tempi ristretti per reimpostare dal punto di vista metodologico e dei contenuti da trattare, la programmazione di classe e quelle curricolari.

Senza considerare che, dette programmazioni, si ispirano a loro volta al Ptof, Piano triennale dell’offerta formativa che è il documento programmatico e informativo più importante di un istituto e il cui orientamento, al netto dei dettagli specifici sull’identità culturale, progettuale, sugli aspetti organizzativi e amministrativi, sulle risorse complessive e composite della scuola, è pensato in un’ottica di ampio respiro e per un arco temporale di lungo termine.

Il ministro rassicura sulla serenità dell’esame. Serenità che le commissioni hanno sempre creato e vieppiù cureranno in esami con novità, mettendo a loro agio i candidati per consentirgli di affrontare le varie prove ed esprimere al meglio le competenze, conoscenze, capacità acquisite nel percorso quinquennale.

In terzo luogo, andando a toccare nello specifico le modifiche previste per le prove, non si può non restare interdetti di fronte alle pretese del Miur.
Pretese perché impongono una revisione non di poco conto di quanto sinora è stato impostato, con un surplus di lavoro affollato, incalzante e non retribuito. Infatti, ad oggi, non sono previsti aumenti dei compensi per chi dovrà sobbarcarsi nei consigli di classe impegni aggiuntivi e per i commissari interni ed esterni, compensi, ricordiamo, fermi al 2007.

Vediamo ora, quali le criticità segnalateci per le tre prove.
Prima prova scritta: dalle tipologie, tra cui il saggio breve, articolo di giornale per cui gli studenti arrivati in quinto sono stati preparati fin dal primo anno, alle nuove, con la grave esclusione del tema storico (resta invariata , più o meno, la tip. A, analisi testuale ) , che richiederebbero un lavoro di ” addestramento ” paziente e accurato, da fare acquisire , sedimentare, pianificare in tempi più lunghi che in pochi mesi, a meno che non si pensi che i professori siano esseri di eccezione ( espressione che si addice a tutti gli insegnanti per la complessità del compito a cui sono chiamati , nel significato attribuitogli dall’illustre pedagogista Francesco De Bartolomeis ) dotati di superpoteri e con la bacchetta magica per cambiare d’incanto le cose secondo i desiderata del Miur.

Ma ancora peggio sarebbe, se il lavoro dei docenti venisse considerato alla stregua di un cambio d’abito, dunque con mortificante svilimento della loro professionalità e della ricchezza del processo formativo che la scuola si prefigge.

Seconda prova scritta: mista a seconda del monte ore delle materie nei diversi istituti ed indirizzi. Non vi è dubbio, che se l’intento è quello di saggiare le competenze dei candidati, in una visione più ampia, le difficoltà per loro aumentano, dovendosi cimentare in due discipline dissimili, seppure affini per area. Ovviamente, ci saranno problemi per la correzione e per concordare una valutazione equilibrata e non penalizzante nel caso, non lo si può escludere, che sia stata fatta bene e correttamente solo una delle due “proposte”.

A questo punto, occorre fare una breve riflessione sulle griglie di valutazione nazionale che avrebbero lo scopo di garantire equità nell’attribuzione dei voti, da nord a sud. L’equità solo alla fine del percorso delle superiori? E perché non garantirla, se questo è l’intento del legislatore, fin dal primo anno? Cosa lo impedirebbe? Il rischio di una didattica omologata e di un pensiero omologante? Il pericolo della mutilazione della libertà d’insegnamento? L’ignorare i compositi contesti umani e sociali in cui i docenti operano?? Occorre porsi degli interrogativi al riguardo che non si eludono con la buona intenzione di una valutazione standard per i maturandi e diplomandi dal 2019 in poi.
Ancora una volta, i Partigiani della Scuola Pubblica, pertanto, constatano che le riforme arrivano dall’alto, senza che i docenti siano consultati e ascoltati.

In secondo luogo, le nuove richieste non tengono conto del disagio arrecato agli studenti, giunti ormai alla metà del loro ultimo anno di scuola superiore, con le inevitabili ansie per le incognite che esse implicano.

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