Emozioni difficili in aula: “mindfulness” per ridurre lo stress

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Quante volte in aula, ma anche fuori dall’aula, ci capita di sentire un senso di frustrazione, di inadeguatezza, di timore per il giudizio dei ragazzi, dei genitori, dei colleghi.

Quante volte in aula, ma anche fuori dall’aula, ci capita di sentire un senso di frustrazione, di inadeguatezza, di timore per il giudizio dei ragazzi, dei genitori, dei colleghi.

Sensazioni ed emozioni difficili, che giorno per giorno rischiano di trasformare il lavoro più bello del mondo in un’attività usurante.

Ne abbiamo parlato con Marisa Marotta, membro del Centro Italiano Studi Mindfulness (CISM) che proprio per i mesi di gennaio e febbraio prossimi organizza a Roma un fitto calendario di incontri attraverso cui imparare a gestire le difficoltà e lo stress per esempio sospendendo il giudizio sugli altri e riconoscendo sempre più i propri limiti.

Dottoressa Marotta, la parola ‘mindfulness’ significa letteralmente ‘consapevolezza’. Perché è importante che questo concetto entri nelle scuole?

“La prospettiva della mindfulness introduce un modo profondamente diverso di porsi in relazione con la propria esperienza, con se stessi e con gli altri, permettendoci di entrare in contatto con ciò che succede dentro e fuori di noi proprio mentre accade. La scuola è un luogo di apprendimento, di relazioni, di aspettative, di possibilità, di reciprocità e, dunque, il luogo elettivo del cambiamento. L’introduzione di percorsi dedicati alla coltivazione della consapevolezza nelle scuole è legato alla profonda esigenza di dinamismo e aderenza alla realtà espressa dalle persone che vivono la scuola partecipando, in prima persona, al processo di costruzione del sapere. L’apprendimento proposto nei percorsi di mindfulness è “altro” perché propone una conoscenza in cui la dimensione intellettuale/concettuale e quella esperienziale/sentita sono profondamente integrate e il bisogno di conoscere non è astratto dall’esistenza”.

Può essere considerato un metodo per prevenire il burnout tipico delle helping profession?

“La mindfulness non è una tecnica, non è un metodo, è un modo di essere che accompagna nella scoperta progressiva di una nuova prospettiva da cui osservare la realtà. Questo permette un contatto più profondo, aperto e sincero con il momento presente creando il tipo di relazione necessario per migliorare la qualità del processo di apprendimento/insegnamento. Il protocollo mindfulness per insegnanti coltiva attitudini mentali che facilitando una relazione efficace, riducono lo stress quotidianamente prodotto dalla difficile arte dell’educare e promuovono processi di salute che contrastano i fenomeni di burnout. Ricerche hanno evidenziato come siano in particolare alcune qualità della relazione a produrre i maggiori benefici: attenzione e presenza mentale, attitudini quali empatia, fiducia, calore, comprensione, accettazione, gentilezza, supporto positivo e incondizionato e coerenza tra insegnante e allievo, (Bohart, Elliott, Greenberg & Watson, 2002). Le stesse attitudini inoltre sono state individuate anche come fattori di prevenzione del burnout, quell’insoddisfazione e irritazione quotidiana, prostrazione e svuotamento, senso di delusione e di impotenza che insorgono in molti lavoratori che operano all’interno delle professioni di aiuto”.

Ci sono, quindi, anche evidenze scientifiche che dimostrano significativi benefici nella vita professionale dei docenti?

“Flook ed.al. 2013 riferiscono migliore capacità di autoregolazione emozionale , migliore capacita’ di non giudizio ridotta iperreattività, notevoli miglioramenti della qualità del sonno. Sono presenti dati relativi a riduzione dello stress e di sintomi di burn out ( ansietà e depressione) e aumento della resilienza (….) ed del piacere di lavorare (Roeser ed al. 2013). Per gli studenti le evidenze scientifiche mostrano un miglioramento dell’autocontrollo, della consapevolezza di sé (Flook ed al. 2010 e dell’attenzione (Schoner- Reichl ed al. 2010, Napoli ed al. 2005, Zyloska ed al. 2008). Una riduzione dello stress e dell’ansia da prestazione (Semple ed al. 2005) ed una significativa riduzione dell’aggressività e degli atti di bullismo (Black ed al 2009, Barnes ed al. 2003)”.

A quanto diceva, esiste anche un protocollo ‘mindfulness’?

“Il Prof. Kabat-Zinn, biologo molecolare, docente di medicina presso la Medical School di Boston, praticante di yoga e di meditazione, si è dedicato, per diversi anni, alla ricerca di un metodo per poter ridurre gli effetti dello stress in ambito clinico fondando, alla fine degli anni 70, la prima Clinica per la riduzione dello stress basata sulla coltivazione della Consapevolezza. In questo contesto si applica un percorso strutturato MBSR – protocollo di riduzione dello stress basato sulla consapevolezza – creato grazie alla visione integrata in cui Kabat-Zinn ha incluso la prospettiva scientifica, la millenaria esperienza delle tecniche meditative e gli aspetti psicoeducazionali. L’attività di ricerca e le numerose pubblicazioni hanno posto il Protocollo al centro dell’interesse scientifico e della ricerca in psicoterapia, medicina comportamentale e in ambito educativo e psicosociale. Il progetto elaborato per la scuola – Mindfulness Based Teaching and Studying – nasce dall’esperienza di un gruppo di professionisti che ha sperimentato l’efficacia del protocollo in scuole di diversi ordini. L’integrazione di prospettive diverse – filosofica, psicologica e pedagogica – permette di mantenere la rotta verso il benessere ed è volto a creare le condizioni in cui i diversi attori della relazione educativa possano esprimere al meglio le proprie potenzialità”.

Come reagisce un docente che aderisce a questo protocollo di fronte a situazioni di stress come il litigio con un collega o con un dirigente?

“L’obiettivo del percorso è di sviluppare le capacità per una migliore gestione delle difficoltà ed è attribuita ad una accresciuta capacità di mantenere il contatto con emozioni difficili anziché reagire per evitare di sentirle. La competenza a calmarsi e a disidentificarsi dalle proprie emozioni e dai propri pensieri, nelle parole di chi ha sperimentato il protocollo, è vista come prerequisito per implementare la capacità di lasciare andare. Gli intervistati attribuivano alla capacità di lasciare andare il senso di controllo un minor bisogno di utilizzare comportamenti difensivi della propria identità e la conseguente maggiore tolleranza per l’ ambivalenza delle loro emozioni e dei loro pensieri. La maggiore accettazione di sé che emergeva era caratterizzata da una sospensione del giudizio, una maggiore benevolenza e maggior rispetto per i propri limiti. I partecipanti si descrivevano come più pazienti, meno reattivi e meno difensivi apprezzando come l’aumento di riflessività ampliasse le possibilità di scelta. La maggiore consapevolezza di sé aveva prodotto una migliore conoscenza e accettazione dei propri confini ed una più chiara differenziazione dagli altri”.

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