Emergenza psichica da pandemia, cosa fare? Partiamo insegnando ai genitori il lessico emotivo. INTERVISTA a Gaetano Cotena

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“Formare i docenti e i genitori sul lessico emotivo. Riuscire a nominare le emozioni, dare un nome alle medesime, è un passaggio fondamentale per capire quel che succede e per non spaventarsi di fronte a quello che sentiamo nel corpo, perché le emozioni le sentiamo nella pancia ma se non so come muovermi, quando sento quella cosa lì, mi spavento, mi taglio, aggredisco, smetto di mangiare o mangio tanto, dormo male, mi isolo ulteriormente”. Lo dice Gaetano Cotena, psicoterapeuta, professore a contratto di Psicologia clinica presso l’università degli studi di Brescia e docente di scienze umane in un liceo nella nostra intervista di oggi.

Cotena autore del libro “Insegnare senza farsi male. Le competenze emotive e relazionali del docente e la prevenzione dello stress in classe”, Utet Editore, si occupa pure di formazione relazionale ed emotiva per il personale scolastico. Lo abbiamo interpellato per commentare gli esiti molto preoccupanti di uno studio che ha indagato sull’impatto della pandemia e delle ormai lunghe restrizioni sociali sulla salute psichica degli adolescenti e dei bambini. Da un’ampia metanalisi appena pubblicata su JAMA Pediatrics, che ha incluso 29 studi condotti su oltre 80.000 giovani emerge infatti come sia in corso una crisi mondiale della salute mentale, soprattutto fra giovanissimi. L’incidenza di depressione e ansia fra adolescenti – riferisce l’Ansa, che ha rilanciato la notizia – è raddoppiata rispetto a prima della pandemia e ha dimostrato che oggi un adolescente su 4, in Italia e nel mondo, ha i sintomi clinici di depressione e uno su 5 segni di un disturbo d’ansia. Questo diffuso disagio mentale rischia di mettere una seria ipoteca sulla salute futura dei ragazzi. Lo affermano gli esperti al congresso nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia. La probabilità di disturbi mentali è particolarmente alta fra i ragazzi più grandi che più dei bambini, spiegano gli psichiatri, hanno risentito delle restrizioni che non hanno consentito di vivere in serenità e assieme ai coetanei momenti fondamentali della crescita, dalle prime relazioni all’esame di maturità. Tutto questo è confermato anche da un secondo studio, su 1500 bambini e adolescenti, pubblicato sul Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry. Una situazione che potrà purtroppo avere conseguenze negative sul lungo periodo: è stato dimostrato che soffrire di depressione durante l’infanzia e l’adolescenza si associa da adulti a una salute peggiore, mentale e non solo, e a maggiori difficoltà nelle relazioni e nella vita in generale. Questo è vero soprattutto per chi ha sofferto in maniera persistente di sintomi depressivi: essere costantemente ‘sotto tono’, specialmente durante l’adolescenza, avvertono gli esperti, ha ripercussioni più negative di un singolo episodio depressivo anche molto precoce, se questo viene poi risolto. Secondo gli studiosi riuniti a congresso è perciò necessario intercettare il disagio mentale nei ragazzi e intervenire, utilizzando gli strumenti più adeguati al singolo caso e tenendo conto delle peculiarità connesse alla giovane età”.

Professor Gaetano Cotena, si dice che se non aiutiamo al più presto i nostri giovani e giovanissimi, la quinta ondata sarà quella dei disturbi psichici. Che cosa ne pensa?

“Ci siamo già dentro, purtroppo. C’è già uno sfondo depressivo, ansioso e di aggressività, che si manifesta con diverse patologie collegate al disturbo d’ansia, all’autolesionismo, a sindromi depressive e purtroppo, dal punto di vista comportamentale, con tentati suicidi e atti di autolesionismo. Autolesionismo che è collegato alla difficoltà di consapevolizzare ed esternare il disagio emotivo. Uno dei problemi di questo periodo è proprio l’emotività taciuta, non espressa, non verbalizzata, non portata a consapevolezza e non condivisa. E quello che non è espresso o nominato, da un punto di vista psicologico, è destinato a finire nel corpo, si manifesta attraverso malattie psicosomatiche oppure diventa disagio emotivo, come depressione”.

Ma non sarà tutto frutto della pandemia. Alcuni fenomeni, come l’ansia e gli attacchi di panico, erano del resto riscontrabili, pure a scuola, anche prima dell’arrivo del Covid-19 e delle successive restrizioni.

“Il disagio adolescenziale era già presente, la pandemia ha offerto uno sfondo di ulteriori cause, che aggravano un terreno di fragilità emotiva già esistente, propria dell’età”.

Perché sono proprio gli adolescenti e i bambini a soffrirne di più?

“Per comprendere la situazione attuale occorre chiedersi: che cosa sta succedendo in questi ultimi due anni? Intanto l’isolamento ha sottratto una risorsa fondamentale per la nostra psiche, che è la ricchezza relazionale. All’adolescente e al bambino, anche dal punto di vista neurologico, è stato richiesto uno sforzo maggiore nell’utilizzo di una risorsa che nell’adolescente non è ancora pienamente formata,cioè la corteccia cerebrale. L’adolescente, così come il bambino, hanno il sistema limbico che spinge, a fronte di una corteccia non ancora pienamente sviluppata. La neurocorteccia è la parte del nostro cervello che tra le altre funzioni ha quella di identificare una scelta socialmente più giusta e che ci rende capaci di posticipare la realizzazione di un desiderio o di trovare una modalità più adeguata per esprimere l’emotività. Questa parte nel bambino e nell’adolescente non è ancora pienamente formata nello sviluppo normale, poiché si sviluppa pienamente fino ai 25 anni. Le richieste che sono state fatte e i limiti che sono stati imposti, specie ai bambini, hanno sollecitato maggiormente le richieste rivolte alla neurocorteccia, non favorendo l’armonicità dello sviluppo e l’integrazione tra la parte emotiva, sottocorticale, e le richieste dell’ambiente. A questo sforzo, che è stato chiesto ai bambini e agli adolescenti, va ad aggiungersi, in tante situazioni, il disagio emotivo vissuto dalle famiglie di accudimento, che hanno avuto, nel periodo di lockdown, meno risorse emotive a disposizione per occuparsi dei bisogni emotivi del bambino e dell’adolescente. Un altro aspetto che ha contribuito è la solitudine della propria emotività, perché un’emozione, se taciuta, spaventa di più che se condivisa. Anche solo tacere la tristezza o solo tacere la paura, significa esporsi maggiormente alla difficoltà di stare con questa emozione”.

Quale ruolo possono svolgere, in un contesto del genere, gli adulti di riferimento?

“Bisogna prendere sul serio il disagio, creare un clima emotivo nel quale il disagio possa essere esternato. Ma questo non è scontato. Di fronte alla tristezza, alla rabbia, alla paura di un bambino o di un adolescente l’adulto può minimizzare perché lui stesso è spaventato dai vissuti che gli vengono comunicati. Occorre offire ai bambini uno spazio di condivisione dei vissuti perché a volte questo è già curativo. Intendo dire che le emozioni che vengono condivise, che vengono consapevolizzate, a cui viene dato un nome, è meno probabile che vengano “agite” o che diventino un sintomo psicologico”

Che cosa significa nella pratica dire che quello che non giunge a consapevolezza rischia di essere “agito”?

“Significa che se non riconosco per esempio la mia rabbia, se non le do un nome, è più probabile che io agisca anche fisicamente l’aggressività. Sono così spiegate le risse che sentiamo tra gli adolescenti, che sono diventate quasi un bisogno”.

Torniamo al ruolo degli adulti

“In questo momento occorre formare i genitori su come stare con il disagio dei figli e su come creare uno spazio accogliente e non svalutante, e formare i docenti a creare in classe un ambiente accogliente e a far riconoscere quali possano essere i loro interventi che in questo momento, più di altri periodi, possono nuocere, evitandoli. A sapere cosa dire o non dire a uno studente che manifesta la sua tristezza la sua rabbia, la sua paura. Come sto con il suo bisogno di uscire spesso dall’aula, senza valutarlo, senza che lui trovi in quel momento un adulto ulteriore che gli va contro? Come sto, io docente, con problematiche depressive, di fronte a studenti che soffrono di attacchi di panico o che hanno problematiche nella gestione dell’impulsività? Come posso, io docente, non intensificare quella problematica? Soprattutto occorre comprendere che la classe in questo periodo rispetto ad altri potrebbe essere una grande risorsa ma è necessario che il docente venga attrezzato per stare con l’espressione del disagio emotivo degli alunni. Questo non significa fare interventi di cura ma creare un ambiente in classe che non intensifichi il disagio. Il docente deve rendere la classe e la mattinata a scuola una risorsa, utilizzando al meglio quello che la classe rappresenta e cioè una grande risorsa di umanità e di socialità, che sono proprio le cose che in questi due anni sono mancate: fare delle cose e condividere con gli altri. Non è che in classe c’è la cura ma si può non intensificare il disagio e condividere significa già fare tanto. Però – insisto – bisogna essere attrezzati, altrimenti il docente va in classe e comprensibilmente non chiede neanche come state?, se sa di non volere o non saper gestire le emozioni che potrebbero venir fuori, fermo restando il grande impegno umano e professionale che ogni docente mette comunque nella propria giornata lavorativa”.

Attrezzare i docenti su questo piano significa richiamare il ruolo dello psicologo a scuola e non solo a scuola. Che cosa si sta facendo su questo fronte, dopo la delusione per la mancata approvazione del bonus psicologo rivolto ai cittadini che ne avessero avuto bisogno?

“La svalutazione delle tematiche psicologiche la possiamo riscontrare in alcuni eventi recenti. Il primo è appunto la non approvazione del bonus psicologo, che significa non dare alla salute mentale e al benessere emotivo delle persone l’importanza che spesso viene data a parole. Questa svalutazione si vede anche a scuola, e penso ad esempio alla contraddizione evidenziata da quegli istituti che proprio di recente hanno pensato di attivare i licei quadriennali ma che nello stesso tempo non hanno magari ritenuto di attivare lo sportello psicologico che invece darebbe un grande sostegno agli alunni. Quando parliamo di sportello psicologico parliamo di sportello psicologo a scuola, a disposizione della comunità scolastica, quindi non soltanto lo sportello come luogo in cui il singolo studente o il docente possano trovare uno spazio per nominare il dolore o per non sentirsi soli nella propria emotività, ma anche della presenza a scuola di una figura professionale che contribuisca alla formazione dei docenti, per condividere con loro alcuni strumenti necessari per stare in classe anche con il disagio e per rendere la classe una risorsa sociale e relazionale. Lo sportello psicologico non è psicoterapia, lo piscologo a scuola non fa psicoterapia, lo sportello psicologico è uno spazio rassicurante e un punto di riferimento da cui iniziare a volte a occuparsi di sé”.

Eppure l’Apei, l’Associazione pedagogisti ed educatori italiani, sostiene che non ci dev’essere lo psicologo a scuola.Il disagio giovanile procurato dall’isolamento sociale non sarebbe un fenomeno psicologico, ma un fenomeno puramente sociale. Insomma basterebbero i pedagogisti e occorrerebbe potenziare la scienza pedagogica.

“Loro dicono che lo psicologo è una figura clinica e che si correrebbe il rischio di medicalizzare il disagio. Io penso invece che la pedagogia debba riconoscere la necessità di aprirsi ai contenuti e contaminarsi con gli strumenti della psicologia, poiché se il disagio è dovuto a una causa relazionale, la cura e la prevenzione del disagio non possono prescindere dalla relazione e le validissime metodologie didattiche proposte dalla pedagogia in questo momento non bastano, ma rischiano di smuovere invece un terreno emotivo e relazionale in classe che il docente deve saper gestire. Capisco che per una scienza che è stata centrale per millenni nell’educazione sia difficile abbandonare un primato di esclusività, ma penso che la pedagogia oggi, proprio perché l’educazione si svolge nella relazione, debba attingere alla psicoterapia che fa della relazione lo sfondo e lo strumento della cura. Psicologi e psicoterapeuti sono gli esperti della relazione, perché fare terapia significa sapere quali sono le sfumature relazionali che fanno bene o male a un essere umano, significa saper creare un ambiente accogliente nel creare, permettere al paziente di fare un’esperienza correttiva rispetto ai traumi e riparativa rispetto ai vissuti. E queste competenze fatte di gesti quasi impercettibili e di parole devono contaminare la pedagogia, la scuola e i docenti, per rendere la classe un luogo nel quale l’educazione, non la cura, possa svolgersi in un clima reciprocamente accogliente ma soprattutto di benessere emotivo. E’ proprio a scuola che arrivano gli attacchi di panico. Creare in classe un ambiente davvero inclusivo sul piano emotivo significa ridurre il rischio di aggravarsi della patologia offrendo un posto di buone relazioni le quali hanno un buon effetto sulla nostra psiche, quindi i docenti, che mettono il cuore nella loro azione, devono sapere come non nuocere. Dunque affermare, come fa l’Apei, che il disagio giovanile in questo periodo non è un fenomeno psicologico bensì sociale significa perdere di vista il fatto che la mancanza di socialità abbia un impatto sulla psiche. La psicologia e la pedagogia devono lavorare insieme, ciascuna deve attingere dall’altra, per il bene della comunità scolastica. I pedagogisti non devono guardare allo psicologo a scuola come a un competitor, ma come a un valido alleato nel costruire le competenze necessarie a educare. Lo spicologo lavora per il benessere emotivo e allora la scuola come fa a parlare di benessere emotivo senza che ci sia lo psicologo a scuola?”

Ma c’è o no il rischio di medicalizzare? Gli alunni spesso temono di essere etichettati se decidono di andare dallo psicologo.

“Non c’è il rischio di medicalizzare perché lo psicologo non ha a che fare solo con la psicopatologia ma ha sempre di più a che fare con il benessere emotivo e le relazioni delle persone, che come dice l’OMS è un pezzo della salute dell’individuo. Io posso andare dallo psicologo se mi lascio con la fidanzata, senza che questo eventoi sia considerato una malattia. Certo, se non ho nessuno con cui condividere la mia tristezza, rischio di alimentare una fragilità e che la fragilità diventi una problematica”.

Tornando alle “buone relazioni”, quali sono quelle buone e quali le cattive?

“Una relazione buona è una relazione accogliente. Ma che cosa mi fa sentire accolto? Sono accoglienti quelle relazioni in cui ci sia spazio per dichiarare i propri vissuti, le proprie emozioni, ma soprattutto dove possiamo essere intimi emotivamente. Questa esperienza di autenticità e di intimità emotiva possiamo farla come esseri umani solo dove non leggiamo negli occhi dell’altro un giudizio negativo verso di noi, o la svalutazione, perché siamo l’unica specie che ha paura del giudizio e di non essere all’altezza delle aspettative dell’altro e soltanto dove noi esseri umani non sentiamo il giudizio negativo dell’altro possiamo essere veramente noi stessi e condividere quello che sentiamo, altrimenti facciamo un passo indietro, ci chiudiamo, sfuggiamo alla relazione. Ulteriore aspetto che caratterizza una buona relazione è quella del coinvolgimento, cioè vedere e sentire che l’altro è coinvolto da quello che gli stiamo raccontando, da quello che gli stiamo comunicando, da quello che stiamo condividendo con lui. Questo, a proposito di sviluppo dell’identità e del benessere, ci fa fare un passo avanti verso la relazione, ci fa raccontare di noi, ci fa condividere i nostri vissuti e ci fa sentire accolti e amati. In generale l’umanità e la relazione restano una grande risorsa, ora c’è l’isolamemento ma appena c’è qualche spiraglio torneremo nella relazione e la relazione cura. Cura non solo nella dimensione trapeutica: le buone relazioni sono curative anche nelle esperienze che facciamo ogni giorno con le persone che incontriamo. Quindi il messaggio è che a partire da adesso la relazione costituisce la più grande nostra risorsa per riparare anche i traumi o le difficoltà che abbiamo vissuto in questi due anni perché dal trauma si esce facendo esperienze riparative e le esperienze riparative hanno sempre una natura relazionale”.

In conclusione, che cosa si può fare, in concreto, a scuola e in famiglia, in un contesto di emergenza psichica giovanile come quello descritto?

“Occorre formare i docenti e i genitori sul lessico emotivo. Riuscire a nominare le emozioni, dare un nome alle medesime, è un passaggio fondamentale per capire quel che succede e per non spaventarsi di fronte a quello che sentiamo nel corpo, perché le emozioni le sentiamo nella pancia ma se non so come muovermi, quando sento quella cosa lì, mi spavento, mi taglio, aggredisco, smetto di mangiare o mangio tanto, dormo male, mi isolo ulteriormente. Sono aspetti questi di cui tutti hanno il diritto oggi di sapere. Questi strumenti di lettura emotiva devono diventare strumenti di tutti e per questo è necessario investire nella cultura psicologica”.

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