Emergenza Coronavirus, è giusto assumere i docenti precari. Lettera


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inviata da  Giuseppe Speziale – Nel pieno di uno stato emergenziale dichiarato da ormai due mesi a livello nazionale (delibera del CdM del 31/01/20), è opportuno scrivere e dibattere a proposito di scuola e reclutamento docenti?

Sì, lo è.

Lo è perché occorre apprendere dall’esperienza, orientando le traiettorie future anche a partire dagli errori recenti. Serve una prospettiva di ampio respiro, lungimirante, strategica, non soltanto finalizzata al “mettere una
pezza” alla situazione, più o meno complessa, di volta in volta contingente.
Lo è perché occorre, e occorrerà con ancora più audacia dopo questa surreale parentesi temporale, investire.

Occorre porre fine realmente, non abbaiando slogan, non proferendo vuota retorica, a decenni di tagli in settori chiave della società (tra i quali figurano senz’altro istruzione e ricerca).

Occorre un’inversione totale di rotta rispetto alla logica neoliberista che non investe, che non ha a cuore il welfare state, che colloca al centro l’economia e non la cosa pubblica, il consumatore e non il cittadino.

Occorre ricordare, tutelare e, se necessario, rivendicare i diritti umani e civili. Tra questi, senz’altro attinente all’argomentazione che segue è l’articolo 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Ogni
individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione”.

Per l’anno venturo sono previste tra le 200 e le 250mila cattedre vacanti.

I concorsi preventivati, che in questa fase di chiusura del Paese con divieto di assembramenti è assurdo ipotizzare, erano mal strutturati, discriminatori e poco utili.

Mal strutturati: il concorso straordinario affiderebbe ad una crocetta il futuro lavorativo e la stabilità di decine di migliaia di precari della scuola. Il quiz si sostituisce all’esperienza maturata sul campo e ai titoli acquisiti negli anni universitari.

Discriminatori: la legge n.62 del 10/03/2000 parla chiaro. Le scuole paritarie sono da equipararsi a quelle statali: entrambe appartengono al sistema scolastico nazionale, rilasciano titoli di studio aventi valore legale, svolgono
servizio pubblico, ecc. Si obietterà che, de facto, esistono differenze tra scuole paritarie e statali. Forse. Ma non esistono differenze tra docenti con servizio pregresso nello stato e docenti con servizio pregresso nel paritario,
nell’IeFp o misto.

Perché quindi escludere questi ultimi dalla procedura straordinaria atta al ruolo? Basta discriminare avvalendosi della direttiva europea del 28/06/1999.

Primo: ad oggi l’Unione europea pare più che
altro una dis-Unione europea (a nostro discapito, evidentemente).

Secondo: diversi articoli della nostra Costituzione e la già menzionata legge 62/2000 dicono altro. Terzo: nelle graduatorie di terza fascia, il punteggio
è calcolato alla stessa maniera, l’anno lavorativo vale 12 punti indipendentemente da dove si sia prestato servizio (purché la scuola, e questo è corretto, appartenga al sistema scolastico nazionale).

Quarto: i posti di lavoro ci sono. E sono più dei candidati. Quinto: se anche si prescindesse dai primi quattro punti … la stessa Europa NON
distingue tra scuole afferenti al medesimo sistema scolastico nazionale. Meno che mai tra docenti!

Poco utili: il concorso straordinario avrebbe portato in cattedra 24.000 docenti. È un numero spaventosamente esiguo a fronte delle cattedre vacanti (200-250mila) e dei pensionamenti previsti.

Alla luce di quanto sopra, la ricetta è semplice e consta di pochi e chiari punti:

1) assunzione a scorrimento da graduatorie di terza fascia (in subordine a seconda fascia e gae), senza assurde discriminazioni tra docenti che sono inseriti nelle medesime graduatorie, già esistenti. Le esclusioni discriminanti vanno contro Costituzione, buon senso e benessere collettivo (prestano infatti il fianco a ricorsi che rappresentano esborsi per lo stato).

L’assunzione deve avvenire a livello territoriale, secondo il fabbisogno delle singole regioni. Ripetiamo, a scanso di equivoci: non siano esclusi i docenti che hanno prestato servizio nelle paritarie, nell’IeFp o misto. L’assunzione sia quindi determinata dalle graduatorie pubbliche, già in essere, definite da punteggi trasparenti, già in essere, maturati sulla base di titoli e servizio. Il “primo” anno sia di prova con contratto a tempo determinato.

Nel corso del medesimo anno scolastico (2020-21) si segua percorso abilitante da strutturare (presso lo stesso istituto dove si svolge l’anno di prova? In tal caso potrebbe implementare l’offerta formativa della scuola … sarebbe un male? In alternativa: in università? In tal caso garantirebbe un introito allo stato … sarebbe inutile? Misto scuola-università?). Al termine del percorso abilitante si tramuti il contratto in indeterminato, procedendo alla stabilizzazione.

2) Vi sono docenti non inclusi in graduatoria, e tuttavia precari storici delle paritarie o dell’IeFP, che non hanno l’abilitazione. Così come vi sono docenti inclusi in graduatoria, precari storici con servizio pregresso in paritarie o IeFp, che intendono proseguire il loro lavoro presso queste strutture (che, per legge, necessitano di personale  abilitato).

L’abilitazione deve dunque essere concessa a tutti coloro che abbiano maturato servizio di 36 mesi o più. Si proceda, pertanto, strutturando un percorso abilitante unico per l’anno scolastico 20-21 da porre poi a
regime per gli insegnanti che raggiungano i tre anni di docenza. Si ponga fine al vulnus dell’ultimo lustro (e più) che ha impedito di abilitarsi.

Stabilizzazione dei docenti implica continuità didattica per gli studenti, migliore offerta formativa delle scuole nel loro complesso. Studenti meglio seguiti contribuiscono ad una maggiore tranquillità delle famiglie. Tutti gli
attori coinvolti nel processo educativo-didattico ne gioverebbero. Il che è ovvio, poiché benessere individuale genera benessere sociale. Benessere sociale genera benessere nel Paese e del Paese. Benessere del Paese agevola
benessere individuale. L’innesto di questo circolo virtuoso ha differenti nomi, ma simili prospettive. Senz’altro non ha nome di austerity, debito pubblico e paura. Si chiama piuttosto investimenti, cura del welfare state e
coraggio.

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