Emergenza Coronavirus, didattica a distanza non è l’unica soluzione. Ecco come lavorano le scuole Steineriane

di Anna Angelucci

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Damiano Giuranna è un insegnante di musica della scuola Waldorf “Giardino dei Cedri” di Montemario a Roma. Una scuola nata nel 1978, la seconda in Italia dopo quella fondata a Milano.

Nella capitale ce ne sono altre due, una sulla Nomentata e una all’Eur. Il “Giardino dei cedri” è frequentato da circa 160 studenti tra asilo, scuola elementare e scuola media. Anche loro, come tutti, rimasti a casa da due mesi e “precipitati” all’improvviso nel distanziamento sociale e nella didattica dell’emergenza. Ma con un “cibo scolare”, mi dice il maestro Giuranna, un po’ diverso da quello più diffusamente ammannito a colpi di circolari del Miur.

La pedagogia steineriana che alimenta le scuole Waldorf (cosiddette dalla prima, fondata nel 1919 a Stoccarda per i figli degli operai della fabbrica di sigarette Waldorf Astoria) segue lo sviluppo e la crescita degli alunni per fasce d’età sotto il profilo fisico e psicologico. Si fonda su una visione antropologica e filosofica che presta particolare attenzione alla correlazione tra corpo, anima e spirito, osservata nel tempo. L’attività didattica è avviata da un impulso artistico in tutte le materie, da una spinta a trovare un gesto artistico che parte come atto creativo e che dà lo spunto, l’avvio allo sviluppo attivo della materia.

“I nostri quaderni”, mi dice Giuranna, “sono piccoli libri di testo che contengono al loro interno tanti materiali artistici, disegni, mappe, cartine. Queste immagini creative non sono un semplice orpello, un ornamento decorativo ma costituiscono la prassi che sospinge docente e studente nel trattare l’elemento cognitivo. Seguendo le tappe della crescita antropologica dei nostri alunni, negli otto anni del ciclo unico elementare e medio, le discipline seguono un andamento diverso rispetto all’ordinamento statale. Poiché prestando attenzione ai complessi momenti di passaggio interiore di crescita, di autonomizzazione, di soggettività, di presa di coscienza, sappiamo che in ogni anno, a seconda dell’età, c’è una dimensione umana prevalente che comporta la scelta di alcuni argomenti o materie significative e che evita la frammentazioni dei saperi e dei percorsi di conoscenza. Due lingue già dalla prima classe, la musica dalla terza, in cui si inizia il lavoro collettivo dell’orchestra della classe, un’attività importante se si intende la musica come etica dell’anima, sociale e individuale al tempo stesso. Il lavoro manuale è una materia importante già dalla prima perché consente di sviluppare l’attività fine delle mani, quella manualità sottile da cui scaturiscono le facoltà cognitive.”

Precipitati nella distanza anche questi studenti, hanno tuttavia potuto far ricorso ad un repertorio di pratiche svolte a scuola con i loro insegnanti, con i quali coltivano un rapporto empatico molto radicato sotto il profilo emotivo. Esattamente come sta accadendo a tanti alunni della scuola pubblica, la possibilità di un rimando alla memoria di atti e azioni svolte in maniera empatica a scuola con il proprio insegnante e i compagni di classe è una risorsa fondamentale a cui attingere nel momento dell’emergenza, della lontananza, della reciproca assenza, della perdita di una quotidianità condivisa.

“Dopo una prima settimana di smarrimento generale, c’è stata la possibilità di avere contatti individuali telefonici con tutti i bambini, poi abbiamo cercato di attivare una grande fantasia nel dare piccoli compiti creativi, giochi, attività da svolgere a distanza, ovviamente compatibili con l’età e il livello scolare. I genitori si sono rivelati affidabili e fidati collaboratori di questa ecodidattica. Abbiamo cercato di impegnare gli alunni senza ricorrere eccessivamente ai device digitali, limitandoci a telefonate ed email per dare suggerimenti e indicazioni. Ad esempio, io nella mia seconda classe ho proposto un gioco: rintracciare in casa tutti gli oggetti che producono suoni, distinguendoli dal suono più basso al suono più alto, e poi provare a comporre con quegli oggetti ogni giorno alla stessa ora una piccola musica, e quindi fare un disegno che esprima l’atmosfera generata da questi suoni. Ai bambini è piaciuto, lo hanno fatto volentieri, ascoltati dai loro genitori”.

Per le materie più teoriche, e per i più grandi, vengono naturalmente assegnati dei compiti, poi restituiti corretti dagli insegnanti attraverso piattaforme standard open access oppure per email. Davanti al video per le spiegazioni on line, pochissimo, due sole volte a settimana con lezioni di 45 minuti in tutto per le materie principali come italiano, storia, geografia. La pedagogia steineriana non deroga al principio della relazione incarnata, neppure nell’emergenza.

“Certo, mi rendo conto che nella scuola pubblica con le ‘classi piccionaia’, questo è impossibile, noi abbiamo classi con massimo 18 alunni. Tuttavia le lezioni digitali ogni giorno per ore non sono compatibili con lo sviluppo corporeo e psichico di creature in crescita e soprattutto non hanno alcuna efficacia didattica. In che modo l’attività cognitiva può avere effetto? La complessità dell’elaborazione cognitiva ha bisogno di tanti elementi insieme che la consentano, soprattutto per la memorizzazione. Complexus viene da complector, che vuol dire abbracciare, cingere, contenere. La complessità cinge, abbraccia, circonda e solo con la complessità si può avere un risultato sotto il profilo cognitivo. Il digitale asciuga questa complessità, la riduce, perché distrae, semplifica, banalizza i processi di insegnamento e apprendimento.”

‘Classi piccionaia’, un’espressione che restituisce l’immagine del sovraffollamento delle nostre scuole, attenuando quel sentimento spregiativo sotteso alla comune definizione mainstream delle classi pollaio. Mi piace, maestro Giuranna, gliela ruberò! Ancora una riflessione sulla questione valutazione, che tanto angustia la ministra, i suoi burocrati e tanti, troppi insegnanti della scuola pubblica.

“La nostra scuola non prevede i voti, poiché non si fonda sulla misurazione e sulla valutazione degli apprendimenti. Noi osserviamo i processi piuttosto che i risultati e questo ci consente di intervenire tempestivamente su eventuali gap didattici, recuperandoli. Non abbiamo una direzione, un dirigente scolastico che ci impone scelte didattiche e organizzative ma ci autogoverniamo attraverso la dimensione collegiale sotto il profilo pedagogico e gestionale. E’ faticoso, ma è profondamente democratico” (chissà perché mi vengono in mente quei nostri lunghi collegi dei docenti, in cui troppi di noi preferiscono evitare le responsabilità del coinvolgimento nelle decisioni comuni…).

La scuola steineriana sollecita molto l’autodidattica, sempre nella direzione di favorire l’autonomia dell’alunno. Senza essere luddisti, questi nostri colleghi ci suggeriscono di usare in questo frangente la massima creatività e fantasia, riducendo al minimo il ricorso al mondo virtuale astratto e disincarnato in cui tutti, a cominciare dalla ministra, sembrano volerci confinare per sempre, ben al di là dell’emergenza. Una scuola senza digitale, senza classi piccionaia e senza Invalsi, evidentemente, si può. Pensiamoci.

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