Eh no, “deportati” no, non dovevamo. Ministra, troviamo il termine adatto! Lettera

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Eh no, “deportati” no, non dovevamo. Cara ministra, Lei accetta tutto ma deportati no, giusto? Altrimenti significa che non siamo in grado di insegnare, giusto? E allora troviamolo insieme il termine corretto, ok? Vediamo: ho 41 anni e dopo anni e anni di precariato un algoritmo impazzito mi ha spedito, per errore, a 700 km da casa, cosi come è accaduto per altre mie 25.000 colleghe. Ho 2 bambini minorenni che non hanno più la possibilità di vedere tutti i giorni la propria mamma perché lei lavora a 700 km da casa.

Ho un marito che lavora nella mia città e non può lasciare il lavoro, quindi anche lui non ha il piacere di avere una moglie accanto.

Ho una madre anziana che vorrebbe tanto che le restituissi l’amore che per anni mi ha donato, ma a 700 km di distanza non posso farlo. Affronto doppie spese per l’affitto, per le utenze e spendo tantissimi soldi per i viaggi di ritorno a casa. Del mio stipendio non resta praticamente nulla.

Quando penso a me stessa mi accorgo che non sono più madre, non sono più moglie, non sono più figlia.

E se fosse Lei a potermi aiutare a definire questa mia situazione sarei davvero felice. Mi aiuti, ci aiuti.

Se non siamo più mamme cosa siamo? Se non siamo più mogli cosa siamo? Se non siamo più figlie cosa siamo? Per noi è stato difficile trovare un termine diverso da “deportate”, ma di certo Lei ci aiuterà a trovare una maniera più appropriata di esprimere la nostra situazione.

E poi, di sicuro, quando anche Lei si renderà conto che il problema non è trovare il termine appropriato ma mettere fine a questo dramma sociale, saprà anche aiutarci a tornare a vivere.

Amalia Sarnataro

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