Educazione di periferia e narrazione in strada per diffondere istruzione e cultura tra le fasce sociali più deboli. Lettera

di redazione
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inviato da Fernando Mazzeo – Grazie ai fondi europei diverse amministrazioni locali si stanno attivando per realizzare biblioteche di comunità e importanti contenitori culturali, in grado di promuovere iniziative educative e di sviluppo sociale, fornire strumenti idonei al benessere interiore e contrastare tutto ciò che tende a distrarre dai veri bisogni, ad allontanare dal mondo del sapere e dal valore della vita come importante strumento di condivisione e di crescita umana.

Purtroppo, la triste realtà di periferie umane e urbane sempre più ampie, il continuo e doloroso esodo di migranti che determina una miscela umana e sociale complessa, la fatica dei giovani a partecipare efficacemente alla vita ordinaria, a percorrere la strada della cultura e della formazione, ad interrogarsi sul significato che la vita ha per l’uomo e ad impegnarsi nel sociale, pongono l’esigenza di riflettere su questa porzione di dolente e disorientata umanità che, nelle nostre città, vive ancora nella fredda solitudine della marginalità istituzionale, culturale, ed economica e, soprattutto, nell’abbandono morale e sociale.

Nella consapevolezza che lo studio, il sapere e la conoscenza nell’ età della fanciullezza e dell’adolescenza siano determinanti per la crescita umana e culturale della persona, per guardare al futuro con fiducia ed inserirsi responsabilmente nella società e nel mondo del lavoro, occorre offrire ai tanti ragazzi privati del sostegno familiare, resi insensibili dalla povertà economica e dalla precarietà affettiva, nuove opportunità di crescita e di aggregazione culturale.

Il difficile programma di far giungere la conoscenza in un terreno naturalmente poco propenso ad accoglierla, in comunità segnate, come le definiva Pasolini intorno alla metà degli anni ’70, da una “mutazione antropologica” che sta distruggendo culturalmente una popolazione, necessita di un forte stimolo ad “uscire di casa”, ad andare verso ambienti refrattari ad ogni sentimento di bene, a creare spazi fisici e incontri umani dove poter ascoltare, con orecchie e cuore un po’ meno occupate dal peso della quotidianità, parole diverse da quelle abituali.

Bisogna allargare gli orizzonti e portare nelle comunità di periferia, a quelle persone che, secondo la sociologia, si potrebbero definire povere, con il volto carico di difficoltà, un cammino nuovo che possa aiutarle a non sentirsi più sole e vittime in un mondo difficile e incomprensibile, ma ad essere più forti per non lasciarsi ferire dalle tante spine o sopraffare dalle tempeste della vita, dal fragore delle onde che coprono la sofferenza interiore e conducono alla disperazione.

In tanti, intrappolati nelle spire dei falsi bisogni, si sfiorano appena senza avere il tempo di dirsi qualcosa, di aprire il loro cuore al dialogo e all’ascolto. Il mondo è diventato indifferente, sordo, muto e incapace di ascoltare le tante persone stanche e sfiduciate, da troppo tempo afflitte dal peso del vivere e incapaci di cambiare il proprio destino.

Quello che è più triste è che, spesso, si è sordi, ciechi e muti, di fronte a creature che chiedono solo di essere ascoltate, viste, considerate e che, nel loro cammino, hanno solo visto croci di dolori, di pene e delusioni.

Come dialogare, allora, e venire incontro a quella porzione di società civile contaminata dalla necessità e dal bisogno e abbrutita dall’esperienza dell’isolamento e dell’emarginazione?
Occorrono, a livello educativo, interventi densi di passione civile capaci non solo di offrire servizi migliori, ma una vita diversa che possa rafforzarsi e crescere nel contatto con le periferie umane e culturali delle nostre comunità.

L’obiettivo è quello di ridurre la distanza tra assistenti e assistiti, tra educatori ed educandi, tra famiglia e scuola, tra centro e periferia, per suscitare il gusto di una vita un po’ più umana e vivere esperienze comuni prive di condizionamenti negativi.

A tal proposito, l’educazione di periferia e la narrazione in strada possono configurarsi come via felice per la conoscenza e la restituzione di dignità a spazi antropologici che chiedono liberazione dai pregiudizi e interventi concreti per la soluzione di situazioni deleterie.

Non a caso, i racconti, frutto della più nobile tradizione orale, che, soprattutto, durante il periodo estivo animavano i crocicchi delle strade, costituivano un punto di riferimento per tanti giovani ed avevano un alto valore etico-formativo.

Pertanto, le narrazioni ludiche e simboliche, se realizzate fuori dai comuni contenitori culturali, oltre ad essere strumenti funzionali a una didattica orientata al recupero dell’appartenenza territoriale, delle radici e delle istanze memoriali di una comunità, offrono un linguaggio comune di profonda intesa che illumina, riabilita e sopperisce alla carenza di affetto, di dignità, di prospettive, di senso della vita.

Si tratta, attraverso la percezione sottile dei sentimenti di chi non è mai stato bambino perché non c’è mai stato nessuno che si è preso cura di lui, di promuovere nuove forme di disponibilità interiore, e favorire un modo nuovo di fare educazione che liberi dai pregiudizi, dalle diffidenze e dalle ostilità che si scaricano sempre sui più deboli.

La didattica viva delle emozioni, dei gesti del corpo e dello spirito, non chiede e non pretende, non si chiude nei luoghi del sapere, ma esce, parla e aiuta chi non ha mai avuto l’occasione e il tempo per vivere e per pensare.

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