Educazione all’intelligenza emotiva nelle scuole italiane, presentata mozione parlamentare. Eccola

di Stefano Centonze
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Il 1° Marzo 2019, l’On. Maria Teresa Bellucci, deputato della XII Commissione Affari Sociali e della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, ha presentato una mozione per invitare il Governo a promuovere l’educazione all’intelligenza emotiva ed all’educazione sociale in classe.

 Obiettivo della mozione, a cui ho avuto la possibilità di collaborare in qualità di Presidente Nazionale di Artedo (ente accreditato al MIUR), visto che da tempo mi occupo e scrivo di questo argomento, è aiutare gli studenti delle scuole italiane di ogni ordine e grado a sviluppare le capacità sociali, riconoscere e verbalizzare le emozioni, controllarle, prevenire e risolvere i conflitti. E, in definitiva, a ottimizzare il processo di apprendimento.

La necessità, scrive l’On. Bellucci, nasce da una serie di evidenze. Intanto, quanto evidenziato dalla terza indagine internazionale sull’educazione civica e per la cittadinanza International Civic and Citizenship Education Study (ICCS) promossa dalla IEA, secondo cui, in Italia, l’educazione alle competenze sociali ed emotive rappresenta il “pezzo mancante” dei curricula scolastici e della formazione degli insegnanti. Che, di conseguenza, ha una pesante ricaduta sull’educazione dei giovani. Peraltro, se consideriamo che, nel mondo del lavoro – e questo è una seconda evidenza – l’intelligenza emotiva è stata inserita tra le prime dieci competenze richieste entro il 2020 dal World Economic Forum, appare oltremodo sostenuta la tesi dell’UNESCO che considera tale competenza come la più grande conquista della modernità dopo internet. Competenza che, come confermano le neuroscienze, può essere appresa a tutte le età.

La consapevolezza emotiva, infatti, come mediatore di autocontrollo, motivazione, empatia e abilità sociali che influenzano il comportamento, l’apprendimento e la condotta sociale, si dimostra un elemento chiave per maturare una sana vita di relazione. Perché dare valore e sentire le emozioni, le proprie e quelle dell’altro, appare il modo più intelligente e utile per arginare il dilagare degli ultimi anni di eventi conflittuali all’interno degli istituti scolastici, dove la violenza si manifesta tra coetanei, tra studenti e insegnanti, tra insegnanti e genitori.

Ma le emozioni non servono solo a quello. Le neuroscienze, infatti, dimostrano che si apprende principalmente tramite le emozioni. Da una buona educazione emotiva ed affettiva dipende, dunque, la qualità degli apprendimenti che serviranno a rendere autonomi i giovani nella vita adulta. Ciò a cui la scuola deve puntare.

Come riportato, infatti, dal documento del 2017 “Lingua italiana. Crisi della comunicazione linguistica: una sfida democratica”, redatto dalla Fondazione Di Vittorio e dall’Associazione Proteo Fare Sapere, la comunicazione dialogica sta assumendo forme preoccupanti di riduzione e semplificazione. La povertà emotiva che trapela da un vocabolario freddo, tecnico e, troppo spesso, banale, in uso ai nostri ragazzi, consolida la difficoltà espressiva ha come origine una crisi educativa. La realtà delle persone, viceversa, è intessuta di elementi percettivi, affettivi e intellettivi, mentre la complessità a raccontare e raccontarsi è indicativa di una problematicità a rappresentare se stessi e comunicare con gli altri. Sempre nel 2017, la pubblicazione dei dati OCSE rivela che i nostri giovani sono al di sotto della media europea, in relazione ai coetanei di altre nazioni, di fatto di comprensione del testo, di qualità dell’apprendimento e di capacità di interpretazione.

Possiamo, dunque, prendere in considerazione che tutti questi aspetti siano strettamente collegati? E che, di conseguenza, possano essere trattati ammettendo una matrice comune?

C’è ancora un dato da analizzare: lo stato di malessere degli adolescenti, documentato da numerosi studi e dai frequenti fatti di cronaca, è, prima di tutto, un malessere emozionale che, oltre ad esporre ad una sofferenza psicologica, causa depressione precoce, disturbi del comportamento alimentare, abusi di alcol e sostanze.

Se, per contro, prendiamo come termine di paragone ciò che accade in altri Paesi, possiamo facilmente renderci conto di come la soluzione sia da sempre sotto gli occhi. In Danimarca, ad esempio, la Klassens tid – tempo di classe – è una lezione sociale, introdotta nei programmi di studio nel 1970. A partire dal 2016 ha iniziato ad essere legata al concetto di empatia. Si tratta di un’ora di lezione in cui gli alunni espongono i propri problemi e, a seguito di uno scambio di opinioni, consigli e solidarietà, tutti concorrono a trovare una soluzione. In Danimarca, come in Finlandia, il livello di benessere sociale percepito è maggiore rispetto a quello del nostro Paese. In quegli Stati, a dispetto del clima rigido, l’economia è più florida, gli insegnanti sono più felici, non abbiano notizie di emergenze sociali e non esiste il bullismo.

Per il grande rilancio dell’Italia, ma questa è una mia personalissima idea, occorre, dunque, rilanciare l’educazione sociale, emotiva, affettiva. Ma insegnare l’intelligenza emotiva o con l’intelligenza emotiva non è un fatto che può essere demandato alla tecnica. Le emozioni le si impara a conoscere praticandole. È al vertice di questa consapevolezza, infatti, che l’insegnante con intelligenza emotiva potrà sintonizzarsi con il tessuto emozionale della vita degli studenti, indirizzando al meglio il loro sviluppo e il loro l’apprendimento.

Insomma, sembra davvero che siamo pronti ad entrare in una nuova era della nostra società. Ma bisogna giocarsi bene questa carta. Perché ora abbiamo due possibilità: credere nelle persone e sostenere chi porta avanti le idee intelligenti che fanno crescere o, in alternativa, addurre incomprensibili logiche di bandiera che, storicamente e per definizione, sono il più grande ostacolo allo sviluppo.

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Il commento alla notizia di Stefano Centonze

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