Educazione alle relazioni a scuola? “Sarebbe l’ennesimo corso di buoni sentimenti, insegniamo alle ragazze i segnali di un rapporto pericoloso”. INTERVISTA a Susanna Tamaro

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“Se la socialità è malata, insufficiente o non costruttiva è piuttosto facile che i bambini crescano con alterazioni comportamentali non curabili con un semplice corso ad hoc”.

Non ci sono dubbi per Susanna Tamaro, la scrittrice friulana di origine ebraica diventata, “qualche anno” prima di Elena Ferrante, il caso letterario forse più famoso, con il suo Va dove ti porta il cuore. A Orizzonte Scuola, all’indomani dell’omicidio di Giulia Cecchetin, ha parlato di socialità umana, di fragilità degli uomini, di cosa sia importante insegnare a scuola alle ragazze, degli errori commessi durante la pandemia, della Dad e degli studenti italiani, felici quando riescono ancora ad ascoltare il battito del loro cuore.

Susanna, lei ha recentemente parlato di uomini fragili, sempre meno virili e di donne che risentono di questo. E ha anche aggiunto che la rieducazione a scuola è una pessima idea. Cosa intendeva dire?

Intendo dire che la complessità umana non permette di risolvere una questione così complessa, e così a lungo trascurata, con l’ennesimo corso di buoni sentimenti che, direi quasi, rischia di generare il sentimento opposto. L’educazione umana è segnata dall’importanza della socialità: a partire dalla famiglia, fino al quartiere e alle associazioni del posto, e se la socialità è malata, insufficiente o non costruttiva è piuttosto facile che i bambini crescano con alterazioni comportamentali non curabili con un semplice corso ad hoc.  Senza parlare poi dell’uso dei media in molti, anzi aggiungerei troppi, casi fuori controllo. E ciò permette ai bambini di accedere acriticamente a comportamenti sopraffattivi e fortemente degradanti verso il mondo che li circonda.

Abbiamo appena vissuto la giornata contro la violenza sulle donne all’indomani dell’omicidio di Giulia Cecchettin, una dolcissima ragazza, con tutta la vita davanti, poco più grande dei nostri studenti. E mentre conversiamo, un’altra donna è stata uccisa dal marito con una mazza da cricket in testa. Come affrontare il tema del femminicidio tra i banchi di scuola, cosa dire agli studenti?

Bisogna parlare loro con l’unica via che porta alla comprensione, che passa per le parole. Io credo sia molto importante, ad esempio, insegnare alle ragazze quali siano i segnali di un rapporto che sta rischiando di diventare pericoloso. Innanzitutto la possessività escludente, quella che tende ad allontanarti da tutto ciò che ti circonda, Inoltre è importante insegnare loro a distinguere ciò che è sana affettività da  ciò che invece malattia. Ed è altresì importante per tutti coloro che vivono intorno alla ragazza saper captare i gravi segnali di disagio che ella ha e aiutarla a ribellarsi. In una parola essere sempre molto vigili.

Nel suo libro Tornare Umani, edito da Solferino, parla di quanto accaduto con il Covid. Che cosa non ha funzionato durante la Pandemia?

Direi che quasi niente ha funzionato, e ciò che è ancora più preoccupante è che  su questo “quasi niente” sia sceso un velo impenetrabile. Fare errori nella conduzione delle cose è umano e normale, soprattutto all’inizio, ma negarlo caparbiamente è un atteggiamento pericoloso e foriero di altri errori. Sono state prese molte decisioni affrettate, segnate dall’irrazionalità. Di scienza ce ne è stata poca, di fanatismo irrazionale purtroppo molto. 

Gli insegnanti sono stati la prima categoria di lavoratori, dopo l’ordine dei medici, con l’obbligo di vaccino. Chi si è rifiutato è stato sospeso. Anche in questo caso si poteva fare meglio?

Si doveva fare meglio. Personalmente, dal punto di vista della storia, penso che il tempo del Covid  sia stato uno dei momenti più oscuri della nostra Repubblica.  L’Italia è stato l’unico paese  ad avere imposto il vaccino indiscriminatamente non solo a certe categorie professionali a rischio ma a tutte le persone al di sopra dei cinquant’anni, per non parlare del fatto che senza il terzo vaccino si era esclusi da qualsiasi tipo di socialità.  Sono stati calpestati i diritti democratici fondamentali, tra i quali il diritto di poter lavorare e di poter guadagnare.  Per non parlare del silenzio totale sul modo in cui sono stati penalizzati i bambini e i ragazzi, con l’aggravante che sopra i dodici anni, senza vaccino erano esclusi da qualsiasi attività sociale, sportiva e comunitaria. Mi domando dov’era il Garante dell’infanzia.

A scuola è stata sperimentata la Dad, forse ancor prima del lavoro da remoto, quali sono state secondo lei luci e ombre della didattica a distanza?  

Io dire più ombre che luci. Oltre alle difficoltà di apprendimento legate al mezzo stesso e alle mille scappatoie inventate dai ragazzi per sfuggire alle lezioni, oltre  al grande stress e alle gravi frustrazioni imposte agli insegnanti, bisogna anche tenere presente che il nostro Paese non è fatto solo di città e di famiglie dotate di case spaziose, computer e wi-fi ma anche di grandi zone collinari e montane in cui la linea arriva saltuariamente e dove le famiglie al massimo possono avere uno smartphone e dove, spesso, i bambini vengono affidati ai nonni che in quel caso non potevano essere loro d’aiuto. Certo la scuola è andata avanti a distanza ma gli studenti e gli insegnanti ne hanno pagato il prezzo.

Lei è arrivata al grande pubblico, agli inizi degli anni Novanta con il suo bellissimo Va’ dove ti porta il cuore: intanto vorrei chiederle se è un libro che si legge a scuola. E poi le domando se i ragazzi oggi, che vivono una vita tra social e TickTok, sanno ancora andare dove li porta il cuore

Francamente non credo che  Va’ dove ti porta il cuore si legga a scuola. Si leggono sicuramente i miei libri per bambini soprattutto Cuore di ciccia, Il Cerchio Magico e il Grande Albero. 

C’è stato un salto evolutivo veramente straordinario ed è difficile, per le persone nate nel secolo scorso come me, cercare di  capire questo mondo così nuovo. I ragazzi vivono proiettati in un mondo fatto anche di apparenza, penso che l’esternalizzazione delle loro vite li porti a non sapere, a volte, neanche di avere un cuore. Ma, posso dirle che, quando riescono a scoprirlo – e parlo per esperienza –  sono realmente felici, di sentirlo battere.

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