Ed. civica rischia di essere un calderone vuoto. Lettera

di redazione
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inviata da Giuseppe Bruno ex Dirigente Scolastico – Si parla, oggi, sempre più come di una necessità impellente, da parte di politici e di “agenzie” istituzionali e para istituzionali, di educazione Civica o alla Cittadinanza, da introdurre nella scuola come disciplina autonoma con proprio insegnante e valutazione finale.

Varie sono le proposte presentate e in esame alla VII Commissione e da codesta Redazione validamente sintetizzate in uno degli ultimi numeri.

Si richiamano in tali proposte ed in altre ancora in itinere, quasi a volerle includere in qualche modo in essa l’ educazione all’ambiente, quella alimentare, al rispetto del diverso, alla legalità, alla solidarietà ecc. Si parla in una parola, insistendo questa volta sulla centralità dell’educazione alla cittadinanza, di tante “educazioni” dettate dall’emergenza educativa e democratica che oggi viviamo in Italia.

In realtà sono ormai vari decenni che si cerca di far entrare nella scuola le “educazioni”, come tentativi di risolvere i vari problemi che affliggono i nostri giovani e i nostri adulti, la nostra società.

Finalmente, però, bisogna prenderne atto, si comincia ad assumere coscienza che i tanti rivoli delle “educazioni” lungi dall’aver risolto i problemi per cui erano nate si manifestano come dispersivi momenti che abbisognano di un comune denominatore che li tenga insieme e in qualche modo li coordini.

Ma il rischio è che ancora una volta si finisca per creare un calderone che voglia parlare di tutto senza riuscire a mettere davvero a fuoco niente. Il problema, c’è, e, a mio avviso, va affrontato a monte.

Non bastano certo le 33 ore di una disciplina nuova, l’Educazione alla Cittadinanza o civica che dir si voglia per affrontare con successo le emergenze educative e di civile e costruttiva convivenza democratica che oggi viviamo in Italia.

Oggi c’è bisogno di Educazione, di Educazione senza aggettivi. Se vogliamo risolvere i problemi che vanno dal bullismo e cyberbullismo al sempre più difficile rapporto tra docenti e alunni e genitori e docenti nelle scuole e ai problemi di dipendenze di ogni tipo che oggi affliggono sempre più precocemente e con effetti di forte compromissione di un sano futuro i nostri ragazzi, dobbiamo trovare il metodo giusto per veicolare contenuti e valori che riteniamo davvero indispensabili e farlo in modo duraturo, convincente; detti valori devono radicarsi non essere acquisiti in modo meccanico ripetitivo come slogan.

Si, dobbiamo smetterla di scimmiottare la tv e i media e anche i social nella loro veste più deleteria e purtroppo prevalente. Molte agenzie educative “non intenzionali”, associazioni, Enti, ecc. oggi pensano di poter risolvere i problemi con una “educazione ad hoc”, presentando i contenuti e i valori da trasmettere come pillole da far ingerire al discente.

O peggio ancora con una specie di lavaggio del cervello che ha tutto il sapore dell’indottrinamento. Basterebbe non andare molto lontano e scomodare solo Piaget per ricordare, facendo tesoro della sua teoria della stadialità epigenetica, che nulla si assimila realmente se non si è precedentemente raggiunto lo stadio di sviluppo cognitivo adeguato.

Ma basta il buon senso ed il ricorso alla migliore pratica di insegnamento che negli anni passati ha caratterizzato in positivo e ancora caratterizza, nonostante tutto, la scuola italiana a livello non solo nazionale, rivisitando in modo più critico anche l’“anglicizzazione” della nostra scuola.

Le innovazioni didattico metodologiche ispirate alle avanguardie anglo-americane ed europee, praticate tra l’altro come al solito in modo parziale vista la rigidità normativo burocratica del nostro sistema educativo, non ha realmente giovato e non giova ad una vero radicamento di conoscenze, contenuti, competenze, capacità e vera e consapevole condivisione di valori.

Ciò che è andato di fatto scomparendo nei tanti progetti educativi che vengono a getto continuo proposti da Associazioni enti, ecc. alle scuole è – pur se sempre menzionato in modo tanto enfatico quanto inesistente nella realtà – lo sviluppo del pensiero o spirito critico.

A quello bisogna tornare se si vuole davvero trasformare le educazioni in una vera Educazione che abiliti davvero ad una cittadinanza veramente democratica.

A tal proposito, avendone preso inizialmente parte, metto in guardia dall’eccessivo ottimismo in merito alla esperienza dei consigli comunali e dei sindaci dei ragazzi Purtroppo per esperienza diretta devo segnalare che spesso senza adeguati correttivi che sta agli educatori pensare e mettere in atto, come ha cercato di fare lo scrivente, questa esperienza può essere addirittura negativa facendo da palestra alla formazione di “politicanti” che ricalcano i peggiori comportamenti degli adulti, o prestandosi, peggio, a strumentalizzazione da parte degli adulti per i loro fini.

Del tutto inadeguato a maggior ragione e per gli stessi motivi appare il tentativo sollevato da qualche forza politica di estendere anche ai bambini delle elementari e ai ragazzi della scuola media la rappresentanza negli organi collegiali. Dio ce ne guardi!

Quindi si torna al discorso di partenza: una vera educazione alla cittadinanza o civica non può essere un indottrinamento o l’apprendimento acritico di una pratica, ma non può non coincidere con un’Educazione integrale della Persona che necessita dell’acquisizione da parte del discente di una robusta e allenata capacità critica attraverso cui esercitare una vera libertà di scelta di originale propositività e di convinta collaborazione nella costruzione e salvaguardia del Bene Comune.

La democrazia non si può imporre attraverso esercizi acritici di democrazia spiccia applicata anche a situazioni concrete di cui non si ha nemmeno una piena, libera e matura visione critica; già l’idea di imporre, attraverso l’esercizio non sufficientemente critico di essa, la democrazia è un controsenso. La Democrazia deve essere voluta, scelta e amata alla radice perché possa veramente attecchire e dare frutti nella vita dei nostri ragazzi.

Il discorso è molto serio e non può essere affrontato da una Commissione di tecnici non si sa per quali meriti scelti da chi di volta in volta detiene il potere, che stili obiettivi generici e programmi o ridursi ad una lettura commentata della Costituzione o di altre carte e dichiarazioni Internazionali. Essa deve far maturare innanzitutto il senso critico, che non è, come qualcuno esasperato dall’uso disinvolto che se ne fa dell’espressione finisce per ritenerlo, un concetto polisemico o vuoto, ma semplicemente la capacità di far ragionare le persone con la propria testa, questa è l’unica “testa ben fatta” di moriniana memoria che davvero ci interessa e non ha colore politico. Un programma di educazione civica che metta al primo posto questo obiettivo dovrebbe interessare, coinvolgere e unire tutte le forze politiche che davvero credono ancora nella democrazia.

E soprattutto dovrebbe soprattutto coinvolgere le varie Componenti la Comunità scolastico-educativa a cominciare dai docenti e dai genitori, ognuno nel suo specifico campo, e non solo una Commissione di non meglio identificati “tecnici”.

Questa potrebbe davvero essere l’occasione, di cui si sente sempre più e da più e differenziate parti bisogno, per tentare un rinnovato Patto Educativo di Corresponsabilità tra Scuola e Famiglia; già con la scorsa amministrazione avviato. Che ben venga, se su queste condivise premesse, una nuova “Educazione” che sarà sicuramente veramente democratica e civica.

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