Ecco perché a Napoli serve una rete cittadina di scuola di frontiera. Lettera

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Inviato da Eugenio Tipaldi – Aderisco volentieri all’appello di Alex Zanotelli sulle scuole di frontiera, una volta dette scuole situate in zona a rischio di criminalità, di devianza sociale e di svantaggio socio-economico-culturale, oggi chiamate sinteticamente zone di povertà educativa.

Lo stimato prete e missionario che già ha fatto una battaglia meritoria per l’acqua come bene pubblico, adesso propone a queste scuole di unirsi per chiedere un massiccio investimento dello Stato perché solo così si possono sottrarre i ragazzi ai richiami della malavita.

Zanotelli descrive il problema a partire dal rione Sanità, ma riconosce che è un problema comune delle periferie esterne e interne di Napoli: pensiamo a San Giovanni a Teduccio, a Ponticelli, a San Pietro a Patierno, a Miano, a Scampia, ai Quartieri Spagnoli dove è ubicato l’Istituto che dirigo da 9 anni. Da anni predico anch’io nel deserto gridando che queste scuole hanno bisogno di più docenti, di più collaboratori scolastici, di più risorse…

Il padre comboniano ritiene giustamente che l’accorpamento di istituti “non dovrebbe essere applicato in contesti periferici come i nostri". E’ la famigerata legge 111 del 2011 che risale alla manovra Tremonti e serviva/serve a risparmiare soldi su dirigenze e direttori amministrativi e non c’entra nulla con l’autonomia scolastica, in quanto è un parametro che si è voluto artificiosamente creare (quando ha meno di 600 alunni, una scuola di norma viene accorpata).

Le scuole di frontiera dovrebbero rientrare nella deroga al dimensionamento, come avviene per le scuole di montagna e per le isole, altrimenti succede come alla scuola “Viviani” nel Parco Verde di Caivano dove la preside Eugenia Carfora è dovuta andare via, perché l’istituto è stato accorpato a un altro.

Queste scuole hanno bisogno di dirigenze stabili e di continuità del personale che dovrebbe essere pagato di più perché si trattenga Ma dovrebbe essere consentita anche una selezione dei docenti che sappiano relazionarsi a questi ragazzi difficili, oltre a saper insegnare in contesti difficili, sennò, come è accaduto all’Istituto “Caracciolo” alla Sanità, i docenti bocciano a ripetizione e la scuola non è più scuola, ma “ é' un ospedale che cura i sani e respinge i malati “ come diceva don Milani. Nelle scuole di frontiera non dovrebbe essere ammesso bocciare.

Zanotelli propone di tenere aperte queste scuole fino a sera, ma mi permetta di dissentire su questo punto. I ragazzi difficili, quelli che vengono bocciati più volte e che poi abbandonano la scuola e sono a rischio di diventare manovalanza della camorra, non amano la scuola, la vedono come una prigione. Per loro si dovrebbero attivare una serie di progetti, con la collaborazione di associazioni presenti sul territorio, alternando attività a scuola tradizionali e attività esterne. C

iò presuppone l’utilizzo di strutture sportive; di biglietti gratuiti per spettacoli teatrali e musicali e per il cinema; di convenzioni con botteghe artigiane del luogo per imparare un mestiere (altra grande ipocrisia è pensare che questi ragazzi possano andare alle superiori così come sono fatte, che li espellono subitaneamente al primo anno di frequenza, seppure dovessero mettervi piede), Insomma dovrebbe essere una scuola aperta a un territorio che li accoglie, non una scuola ghetto che si isola dal resto del mondo perché “è cattivo”.

E a proposito di ghetto, nelle scuole di periferia dovrebbe essere ripristinata la platea per la scuola di base (infanzia, primaria e media). Si sono infatti messe in competizione le scuole tra di loro in una gara a chi prende più iscritti e molti genitori, pensando di migliorare la loro condizione, iscrivono i loro figli in scuole fuori dal quartiere. Questo accade nella città di Napoli e ne consegue, specie alle medie, che restano in queste scuole di frontiera solo gli alunni più difficili, senza possibilità di confrontarsi con i coetanei meglio acculturati.

Non c’è quindi possibilità di formare classi equieterogenee ma solo classi drammaticamente omogenee, le famose classi ghetto, una specie di “razzismo di quartiere”. “Uniti possiamo vincere” dice padre Alex Zanotelli. Formiamo allora una rete delle scuole di frontiera che propongo di chiamare, se siete d’accordo, con il motto di Don Milani “I Care: mi importa, mi sta a cuore”.

Dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo “D’Aosta-Scura” – Napoli

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