Compiti per le vacanze sì o no? Un’alternativa. Esprimi la tua opinione

di Giuseppe Lavenia
ipsef

item-thumbnail

Ormai ci siamo: mancano pochi giorni a che gli studenti lascino i banchi di scuola per dedicarsi a un periodo di riposo. Mancano, dunque, anche pochi giorni allo scattare dell’ora dell’annuale dibattito sull’utilità o meno dei compiti per le vacanze.

Prima che arrivi quell’ora, rispolveriamo l’etimo delle parole: compito deriva da computo, calcolare, portare a compimento e vacanza da sgombro, libero, senza occupazione. In sintesi, l’espressione “compiti per le vacanze” si può interpretare con “portare a compimento lo stare senza un’occupazione”. In effetti, di questi tempi, è un compito difficilissimo, visto che la capacità di oziare, intesa nell’accezione latina, è sostituito dall’imperante “Faccio, tutto e subito. E se non è subito, non lo sarà mai più”. E se invece di continuare a usare quella formula, iniziassimo a parlare ai ragazzi di allenamento alla comprensione dei valori della scuola per arrivare più motivati sui banchi l’anno seguente? E se insegnassimo loro davvero il valore di quello “sgombro”, che si può raggiungere attraverso l’ascolto di sé, il miglioramento della capacità di reggere la frustrazione, l’attenzione alle proprie emozioni, la scrittura di queste su un diario estivo…?

Ma, innanzitutto, riflettiamo insieme noi: perché cambiare formula alla dicitura utilizzata fino a oggi? In primis, perché molte volte, da quello che osservo e da quello che ascolto, i compiti sono in realtà una “noia” per i genitori che devono (in)seguire i figli affinché li svolgano. L’estate è il momento in cui si ha più tempo per stare insieme ai bambini e ai ragazzi e così facendo diventa una fatica per grandi e più o meno piccoli. In secondo luogo, perché gli obiettivi scolastici dell’anno concluso dovrebbero essere già stati raggiunti e consolidati in classe. Certo, mantenerli non guasta, ma non si può farlo chiedendo ai ragazzi di organizzare momenti di ripasso condiviso insieme agli altri coetanei, in modo da dare valore anche allo stare insieme e al fare team?

C’è un’altra motivazione che a mio avviso va tenuta presente, ed è forse quella che avrei dovuto elencare per prima: quel vuoto che si cerca di insegnare ai ragazzi, comprende anche un training al reggere la frustrazione. I giovani non sanno più annoiarsi: con le nuove tecnologie saltano da una chat a un social come fossero cavallette e passano molte ore connessi senza ascoltare davvero cosa accade nel loro campo emotivo e nel corpo. E se suggerissimo loro di annotare su un diario estivo quello che provano nei momenti in cui si dedicano a un sano e concordato momento dalle nuove tecnologie? E se chiedessimo loro di scrivere quale invenzione tecnologica ha cambiato loro la vita e le relazioni nel corso di questi anni di vita? Qual è l’esperienza che associano ai social, a una chat, e che in qualche modo li ha fatti emozionare? Che emozioni hanno provato? Prima di fotografare o di fare un video, saprebbero raccontare cosa hanno visto senza la mediazione di uno schermo? Perché sentono il bisogno di fermare in un’immagine ogni istante delle loro giornate? Sono solo pochi esempi, naturalmente, che però potrebbero diventare compiti, anzi no, un allenamento al vivere l’estate con uno sguardo nuovo.

Un’altra motivazione per sostituire compiti con allenamento riguarda i valori della scuola: cosa hanno compreso i ragazzi del messaggio educativo che gli insegnanti tentano di trasmettere loro per un intero anno? Alle elementari, per esempio, dovrebbero imparare anche la fiducia in se stessi, iniziare a coltivare la loro autostima, mentre man mano vanno avanti nel percorso dovrebbero migliorare il loro processo di autonomia per poi metterlo a frutto nel migliore dei modi nel caso decidessero di frequentare l’Università. In fondo, è un allenamento, quest’ultimo, che servirà loro anche quando inizieranno a lavorare. Chiediamo ai bambini e ai ragazzi di trovare uno spazio di scrittura e di lettura che li incuriosisca, dove possano portare anche quello che è l’intento della scuola. Trasmettendo loro che non si tratta di compiti, ma di una sorta di allenamento alla comprensione del perché fare questo percorso sarà un training che durerà una vita.

 

Versione stampabile
Argomenti:
anief anief
soloformazione