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È bene assegnare compiti a casa da svolgere online? È bene stimolare la tendenza delle nuove generazioni al “multitasking perenne”? INTERVISTA a Marco Gui

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Gli ultimi anni ci hanno portato una maggiore consapevolezza sull’utilizzo degli strumenti digitali anche nel campo educativo. Ma anche per il digitale vale la regola delle due facce della medaglia, ovvero degli aspetti positivi e negativi ad esso legati. Ne abbiamo parlato con il Professor Marco Gui, Professore associato nel Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore del Centro di Ricerca “Benessere Digitale”, autore di numerosi studi sulle disuguaglianze sociali connesse all’uso dei media digitali, sulle competenze digitali, sulla relazione tra digitalizzazione e benessere e sui media nella scuola.

Professor Gui, siamo tornati ad una scuola in presenza dopo la parentesi legata alla crisi pandemica. Questi anni hanno visto un’accelerazione del digitale a scuola. Siamo sulla buona strada per creare una didattica che coinvolga anche il digitale, magari in modalità blended, oppure dobbiamo rivedere alcuni aspetti che in questo momento sono trascurati?

Durante la pandemia abbiamo usato molto il digitale perché siamo stati costretti a farlo e, a volte, facendone indigestione. Questa esperienza ci ha lasciato una consapevolezza in più: si sta diffondendo più ampiamente il superamento di quella retorica della digitalizzazione come “obbligo” della scuola per essere innovativa, cioè la spinta a usare quanto più possibile il digitale perché questo avrebbe contribuito all’innovazione (usato come sinonimo di miglioramento) della scuola. Oggi possiamo decidere quando e se usare le tecnologie digitali in base alle esigenze didattiche che abbiamo: non è obbligatorio usare il digitale sempre, lo facciamo quando c’è un bisogno, un’attività che viene svolta meglio con uno specifico strumento rispetto che con altri. Poi, oltre a questo abbiamo invece una maggiore esigenza – che anche la pandemia ha contribuito ad aumentare – di educazione civica digitale, che va fatta sempre; la considererei obbligatoria. Ma anche questa non va sempre costruita per forza mediante l’utilizzo delle tecnologie in classe: anche il semplice confronto sulle esperienze, sulle problematiche, sull’attualità legata alle tecnologie è un’attività possibile per l’educazione civica digitale. Spero che oggi ci sentiamo più liberi di giostrare l’uso della tecnologia laddove ci è utile al raggiungimento di un obiettivo.

Professor Gui, lei è stato ospite al convegno organizzato dalla Erickson “Didattiche.2022” dove è stato affrontato anche il tema su come innovare la didattica per renderla più efficace in una società sempre più interconnessa. Uno dei sui interventi riguardava l’aumentare o diminuire quale dilemma per l’educazione nella sovrabbondanza comunicativa. Ci spiega meglio questo aspetto?

Al Convegno Didattiche di Erickson ho portato le istanze di molte famiglie con cui siamo in contatto nell’ambito di diversi progetti del Centro di Ricerca “Benessere Digitale” dell’Università di Milano-Bicocca, che dirigo. Queste istanze che ci portano le famiglie sono legate ad alcuni dubbi molto concreti sul concetto di “aumento digitale”. Come dicevo prima, c’è stata una retorica che spingeva al digitale come soluzione obbligatoria per innovare la scuola – retorica che ho analizzato nel mio libro Il digitale a scuola del 2019 – che ha prodotto una spinta molto forte all’introduzione di tecnologie nella scuola, e a una didattica digitalizzata anche nei compiti a casa il pomeriggio. Ho portato quindi il caso in cui la scuola chieda di effettuare attività online a un ragazzino o a una ragazzina di prima media che debba fare i compiti da solo o da sola il pomeriggio. Quali sono i pro e i contro di quella decisione della scuola, che ovviamente segue la spinta di cui parlavamo? Ho cercato di illustrarli: i pro sono i benefici agli apprendimenti specifici e alla collaborazione che questi strumenti portano, ma ci sono anche tanti contro che riguardano i materiali con cui ragazzi e ragazze possono venire in contatto con una navigazione libera, riguardano la sovrastimolazione che questa comporta, e riguardano anche le disuguaglianze che un uso non guidato delle tecnologie oggi sappiamo che produce. La ricerca sta accumulando molte evidenze negli ultimi anni su questa altra faccia della medaglia. Quindi il mio invito è stato a ragionare insieme, scuola e famiglie, su quali possano essere le soluzioni creative per tenere insieme i pro della digitalizzazione dei compiti a casa, considerando però attentamente i contro. Seguendo l’evidenza secondo cui una navigazione libera non guidata e in autonomia non è adatta a certe fasi dello sviluppo e della crescita di ragazzi e ragazze, bisogna trovare degli strumenti con cui disegnare un ingresso graduale e protetto nel mondo digitale.

Un’ultima domanda, sul digitale abbiamo posizioni discordanti dividendoci tra apocalittici e integrati, per dirla alla Eco. Quanto è importante che la scuola si allinei alla modernità della società e inizi a ragionare su un diverso modo di fare didattica che sia più vicina alle caratteristiche dei propri studenti?

Anche su questo vorrei sfatare alcuni miti che si sono creati in relazione a quella retorica con cui ci sono stati presentati i media digitali negli ultimi vent’anni, e di cui parlavo prima. Non è vero che le caratteristiche strutturali e antropologiche degli studenti di oggi sono diverse da quelle degli studenti di ieri: a livello cerebrale e cognitivo non c’è stata un’evoluzione sensibile in questo senso. Quelli di oggi, sono solo studenti abituati a vivere in un contesto diverso, ma non è detto che le abitudini acquisite siano positive, e che quindi la scuola debba seguirle e adattarsi ad esse. Questa è un’idea che si è creata ma che va presa con le pinze: dipende se queste abitudini sono o meno funzionali e positive agli scopi della scuola. Per esempio, ci sono abitudini tipiche dei giovani studenti di oggi che sono altamente disfunzionali, come quella al multitasking perenne: la scuola deve capire quali sfruttare e quali caratteristiche nuove vanno invece sviluppate. Nel caso del multitasking, la dimensione su cui lavorare è quella dell’allenamento all’attenzione focalizzata, dell’insegnamento alla protezione da una stimolazione continua, sia per quanto riguarda lo studio ma anche per quanto riguarda le relazioni e le conversazioni con gli altri. Quindi, oggi sicuramente più che seguire i mutevoli trend delle pratiche digitali dei giovani è necessario operare una selezione di ciò che di questi trend è funzionale agli obiettivi che la scuola si dà.

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