DSGA a docente “ti prendo per i capelli … prima o poi ti faccio qualcosa”, sentenza: non è una minaccia

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Nella scuola ne succedono di cotte e di crude, e le relazioni umani sono tutt’altro che pacifiche, serene, idilliache. Una interessante sentenza della Cassazione pensale del 29 dicembre 2020 n. 37654 entra nello specifico nel caso di una possibile minaccia e quando possa questa intendersi come sussistente o meno all’interno del contesto scolastico in relazione ad un contrasto di vedute in ambito lavorativo.

L’episodio

Con la sentenza impugnata il Giudice di Pace aveva assolto per la insussistenza del fatto, un DSGA dal reato di minaccia aggravata perchè, nella qualità di dirigente dei servizi amministrativi di un istituto scolastico “aveva minacciato di un male ingiusto una insegnante con mansioni di vicaria dell’istituto la frase “Ti prendo per i capelli… prima o poi ti faccio qualcosa”. Propone ricorso per cassazione il Procuratore Generale che per la Cassazione è infondato. Vediamo il perchè.

Quando si ha il reato di minaccia?

Osservano i giudici nella sentenza in questione che “Nella minaccia – che costituisce reato di pericolo – elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima; la minaccia va valutata con criterio medio ed in relazione alle concrete circostanze del fatto (Sez. 5, n. 8193/2019; Sez. 6, n. 35593/2015). Pertanto, i criteri che debbono orientare il giudice di merito nel suo prudente apprezzamento, sono costituiti dal tenore delle espressioni verbali profferite e dal contesto in cui esse vengono pronunciate, con valutazione suscettibile di controllo da parte del Giudice di legittimità sotto il profilo della logicità e completezza della motivazione. (Cass. sez. 5 n. 43380 del 26/09/2008, De Marco, Rv. 242188; sez. 1, n. 9314 del 05/04/1990, Monteleone, Rv. 184724). Si afferma costantemente che non è necessario che il soggetto passivo si sia sentito effettivamente intimidito, poichè è sufficiente che la condotta dell’agente sia potenzialmente idonea ad incidere sulla libertà morale, che abbia, cioè, attitudine ad intimorire; che è irrilevante l’indeterminatezza del male minacciato, purchè questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente. (Sez. 5, n. 45502 del 22/04/2014, Rv. 261678); e che l’atteggiamento minaccioso o provocatorio della vittima non influisce sulla sussistenza del reato, potendo eventualmente sostanziare una circostanza che ne diminuisca la gravità, come tale esterna alla fattispecie (Sez. 1, n. 44128 del 03/05/2016 Rv. 268289; Sez. 5 -, n. 6756 del 11/10/2019 (dep. 2020) Rv. 278740)”.

Si deve valutare complessivamente il fatto e la circostanza

“ Alla luce di tali direttrici, osserva il Collegio che è proprio la valutazione complessiva delle poche e piuttosto banali parole attribuite alla ricorrente – che tenga conto, cioè, del contesto in cui sono state pronunciate – ad escluderne ogni idoneità minatoria, posto che alla semplice espressione “ti prendo per i capelli”, in mancanza di ulteriori aggiunte verbali in grado di colorarla e riempirla di contenuti effettivamente minacciosi, non può attribuirsi oggettiva valenza intimidatoria”.

Dire ti prendo per i capelli non ha finalità intimidatoria se si inserisce in contrasto di vedute in ambito di lavoro

Concludono i giudici affermando che “un effetti, il male ingiusto prospettato non possiede una capacità di intimidazione oggettiva, riconoscibile al di là della percezione e della reazione individuale della persona offesa. Connotazione intimidatoria che non viene in rilievo nel caso di specie, poichè – al di là della genericità dell’espressione ” prima o poi ti faccio qualcosa” – il male minacciato (“ti prendo per i capellì) – non viene percepito come una significativa deminutio nè dell’integrità fisica nè, più in generale, di quella personale. Il significato attribuibile a tali parole in un contesto caratterizzato, come quello in esame, da una discussione animata, occasionata da un contrasto di vedute in ambito lavorativo, non è univocamente ed ineluttabilmente riconducibile ad una finalità intimidatoria; in tale contesto, esse, piuttosto, hanno finito per assumere, come osservato in sentenza, la sola connotazione di una esternazione dettata dalla foga del momento, anche per l’assenza di un benchè minimo collegamento di quelle parole con il contesto fattuale nel quale vennero pronunciate”.

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