Dove la DaD non può. Lettera

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Inviato da Sara Piazza – Sono un’insegnante di lingue nella scuola secondaria della provincia di Treviso e anch’io sperimento la didattica a distanza ai tempi del Covid.

Inviato da Sara Piazza – Sono un’insegnante di lingue nella scuola secondaria della provincia di Treviso e anch’io sperimento la didattica a distanza ai tempi del Covid. Leggo spesso testimonianze di insegnanti e genitori, in cui si discutono i pro e contro della scuola digitale.

Tra i vantaggi ad esempio l’accessibilità gratuita alle piattaforme e la svariata gamma di risorse e materiali digitali usufruibili in rete; tra i contro la difficoltà di valutare in modo obiettivo e oggettivo i nostri alunni e la necessità di adattarsi con flessibilità a un nuovo e in parte inesplorato ambiente di apprendimento. A mio parere ci si sofferma molto e anche a ragione su questioni tecniche che sicuramente “servono” all’insegnamento: i nuovi tempi e orari, le metodologie più efficaci o le modalità di verifica, il funzionamento delle connessioni, la disponibilità di device. Sarà superfluo ma non banale ricordare che dietro a questi apparecchi ci sono persone, stati d’animo, situazioni, dinamiche familiari. Queste ultime non sempre serene, soprattutto in tempi di reclusione.

E allora l’adolescente che prima trovava respiro o sfogo a certi malesseri nell’ambiente scolastico, ora lo trattiene nella sua stanza, davanti al pc. Una giornata di pensieri tristi sarebbe senz’altro migliorata dopo una chiacchiera con la compagna di classe o una parola di supporto del proprio insegnante. Perché anche noi insegnanti siamo persone che in questo mestiere mettiamo soprattutto noi stessi, il modo di essere e agire, la visione che abbiamo del mondo, la capacità e sensibilità (o meno) nel relazionarci con l’altro: l’umanità insomma, che tranne per qualche professore piuttosto sadico o di vecchio stampo, non può non affiorare davanti a una fervida gioventù che ha voglia di apprendere ma anche di ridere, arrabbiarsi, sbagliare, appassionarsi. In quei momenti si fa scuola, quando alla trasmissione di saperi si aggiunge un quid, un sentimento, che rende questo sapere vivo, fruibile, attraente.

Ecco dove sta, a mio parere, la trappola che tende la DaD. Credo che pur essendo un utile e unico strumento per non interrompere il percorso scolastico, la scuola digitale sia in realtà una sorta di benevola minaccia alla vera scuola, quella in presenza. Dietro a uno schermo che si oscura, a una connessione lenta, a un microfono che si spegne, si perde un contenuto, un passaggio della faticosa videolezione; ma soprattutto si perde uno sguardo, un’emozione, uno scambio autentico di parole e pensieri che scatenano reazioni e sensazioni. Così la rete che unisce sa anche dividere e creare muri alla vera partecipazione, alla motivazione, al dialogo.

In professioni che non coinvolgono i più giovani, lo smart working funziona e prende piede, ma la scuola è un’altra cosa, è presenza viva, è dare insieme anima e voce a contenuti e nozioni altrimenti sterili. Dunque se qualcuno auspica che la scuola diventi sempre più a distanza e che possa poco a poco sostituire la didattica tradizionale, dal canto mio, pur apprezzando i vantaggi del digitale e considerandolo risorsa indispensabile in aula, mi auguro però che non si candidi a scelta prioritaria e spero di cuore di tornare presto in classe, per guardare in faccia i miei studenti, fare lezione con e tra di loro, ritrovando quel prezioso contatto umano che rende autentica e viva la scuola e noi che la facciamo.

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L’Eco Digitale di Eurosofia, il 14 dicembre segui la Tavola rotonda:“Didattica a distanza e classe capovolta – Ambienti di apprendimento innovativi”