Dottori di ricerca, è il momento della loro valorizzazione

di redazione

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Dott. Daniele Iannotti* – Sabato scorso ADI (Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia) ha pubblicato un comunicato nel quale si evince quanto segue:

[…] la nuova legge va a modificare l’art. 35 c. 3 lettera e-ter del Testo unico sul pubblico impiego, rendendo «prioritaria» la valutazione del titolo di dottorato tra i titoli rilevanti ai fini del concorso, laddove pertinente. A questo si aggiunge – con l’inserimento del comma 3-quater – la previsione di un decreto che disciplini i criteri di valutazione del titolo di dottore di ricerca e si assegna alla contrattazione collettiva il compito di valorizzare il dottorato nell’attribuzione delle progressioni economiche.

Il significato della parola prioritario quale voce dall’Enciclopedia Treccani è: “che ha la priorità, che deve avere la priorità, cioè la precedenza, in quanto più importante, più valido […]”.

Si prende pertanto atto che il titolo di dottore di ricerca e le sue competenze saranno da qui in poi oggetto di una valutazione qualitativa e non quantitativa. La “prioritarietà” è proprio un esempio di che cosa vuole dire essere valutati con quel quid professionale aggiuntivo, quello cioè che altri non hanno e non potranno eguagliare persino conseguendo e assommando altri titoli – qualitativamente diversi, appunto.

Sì specifica, inoltre, che questa valutazione è valida laddove il titolo sia “pertinente”; quindi sorge spontanea una domanda: e nella Scuola? Il Dottorato non è dunque pertinente nel suo luogo naturale – assieme al mondo della ricerca?

E allora perché sin qui non ci si è battuti per un pieno riconoscimento qualitativo o prioritario, anche nei concorsi della Scuola, del dottorato?

Forse perché anche qualcuno – gravido nel suo seno di PhD che hanno potuto abilitarsi coi precedenti sistemi – ha impostato le sue battaglie per riconoscere solo un maggiore punteggio al dottorato; posizione certamente necessaria, ma non sufficiente perché, come abbiamo sostenuto diverse volte, il punteggio si può acquisire anche con corsi e corsettini in università private che, dietro denaro sonante, diventano un vero e proprio “puntificio”. Quantità e non qualità dunque.

Delle due l’una: o il Dottorato non è pertinente alla Scuola, e la pertinenza non può avere un valore relativo – o c’è o non c’è – punto; oppure, ci si sta muovendo politicamente su di un sentiero pericoloso, ovvero quello di iniziare da altre categorie, che non hanno un conflitto di interessi, nei sindacati non ci sono tesserati in possesso di vecchie abilitazioni (come nella Scuola) e la politica non deve allocare le persone alle quali ha promesso un posto, anche lì a pagamento.

Se dovesse essere necessario, ripetiamo ancora una volta: nessun astio contro i TFA, anche se non possiamo dire che il sentimento sia sempre stato reciproco. Si discute dei titoli e della loro logica rispetto alla Scuola, non delle persone e non si vuole togliere nulla a nessuno, bensì riconoscere a chi ha dei diritti le proprie rivendicazioni.

Qualcuno, perciò, ci spieghi questa contraddizione per la quale nella Scuola, vera emergenza del Paese assieme alla Sanità, non debbano essere “prioritari” e “pertinenti” i dottori di ricerca, riconosciuti e valutati come tali, anche nella progressione economica; come si vede la riflessione è oggettiva, perché include una valorizzazione anche dei PhD già di ruolo, ai quali, implicitamente secondo nuova disposizione normativa, va dunque riconosciuta una progressione remunerativa e di carriera.

Qualcuno ci deve delle risposte, soprattutto dopo questo provvedimento e dopo quello che annulla l’abilitazione dei medici per l’emergenza sanitaria in corso. Essi certamente svolgono un servizio meritorio ed eroico – assolutamente non in discussione – tuttavia rimarranno tali anche ad emergenza finita, quindi senza aver mai conseguito l’abilitazione e senza mai doverla “recuperare” ex post.

Allora l’abilitazione è una questione semplicemente amministrativa che il legislatore può richiedere o togliere ogni qualvolta ritenga di farlo, sulla base di valutazioni contingenti e “politiche”; dunque non sarebbe necessaria, perché la professionalità il medico, ci viene detto, l’acquisisce nel percorso precedente, molto impegnativo e selettivo.

Riteniamo che lo stesso valga per il dottore di ricerca. Perché dunque questo strabismo, considerato anche che molti PhD già insegnano a Scuola, cioè “sul campo”?

Qualcuno risponda a queste contraddizioni seguendo la logica formale e giuridica e anche la concretezza, piuttosto che argomentazioni burocratiche.

*Referente per il Lazio e responsabile delle Pubbliche Relazioni del
Comitato per la valorizzazione del Dottorato di Ricerca nella Scuola Secondaria

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