Dottori di ricerca a Conte: sbloccare decreto salva-precari per nostra abilitazione. Lettera

ipsef

item-thumbnail

Inviato da Silvia Crupano – Illustre Presidente del Consiglio, il precedente governo da Lei guidato ha elaborato uno dei più grandi piani di reclutamento nella storia della scuola. Un piano di assunzione che aiuterà, in maniera importante, a colmare i vuoti di personale docente di cui soffre il nostro sistema educativo.

Come Lei ben sa, essendo stato il primo firmatario dell’intesa, nel piano nato dall’accordo tra Governo e Sindacati erano inclusi anche i Dottori di ricerca, ai quali (per la prima volta) era stato consentito l’accesso al Percorso Abilitante Speciale (PAS), senza l’obbligo di servizio scolastico pregresso. Come docente universitario e conoscendo bene il percorso dottorale e post-dottorale, Lei sa che questa ammissione è un primo passo in avanti verso un sistema di reclutamento che guarda alla “meritocrazia” su base valutativa e curricolare: cosa, quest’ultima, che dovrebbe fornire maggiori garanzie in termini di qualità dell’insegnamento, rispetto a un sistema basato esclusivamente sugli anni di servizio.

I PhD, Philosophiæ Doctor, sono conosciuti dalla maggior parte degli Italiani con la locuzione sgradevole di “cervelli in fuga”, perché spesso costretti, in modo apparentemente ingrato, ad abbandonare il nostro Paese dopo che lo Stato ha speso circa 400.000,00 € per formare ciascuno di loro.

Sono Chimici, Scienziati farmaceutici, Filologi e Linguisti, Fisici, Medici, Avvocati, Geologi, Matematici, Ingegneri, Architetti, Biologi, Storici, ecc. che posseggono un’altissima specializzazione nelle rispettive discipline. Sono il massimo grado dell’istruzione italiana, l’unico riconosciuto in tutto il mondo, corrispondente al terzo livello dell’istruzione universitaria italiana.

All’inizio degli anni ’80, quando il Ph.D fu istituito per equiparare i sistemi di riconoscimento del massimo titolo di studio in Europa e nel resto del mondo (art. 8 della L. 28/1980), esso costituiva la chiave d’accesso alla carriera di ricercatore e all’insegnamento universitario. Successivamente, con la riforma universitaria Gelmini e l’introduzione dell’ASN (Abilitazione Scientifica Nazionale) per l’accesso ai ruoli universitari, il titolo di Dottore di Ricerca è diventato l’accesso alla “schiavitù” della ricerca accademica.

L’ASN, valutazione curricolare, per essere ottenuta, richiede infatti una serie di titoli post dottorali (assegni di ricerca, borse di studio, pubblicazioni, organizzazione di conferenze e mostre, insegnamento nei corsi e nei seminari), che costringono i Dottori di ricerca ad anni di permanenza precaria, e spesso a titolo gratuito, nelle strutture universitarie. Durante questi anni di speranza verso l’ASN, i PhD sono veri e propri schiavi della ricerca. Spesso vengono assunti dalle Università, su selezione curricolare e a titolo gratuito (1500,00€ di rimborso totale annuo), come docenti precari (docenti a contratto): professori a tutti gli effetti, ma non pagati allo stesso modo dei loro colleghi. Sono “costretti” ad assistere i docenti strutturati dell’Università (ordinari e associati) in tutte le loro attività didattiche e scientifiche, spesso sostituendoli completamente. Basti pensare che, negli atenei italiani, circa il 65% dei corsi è tenuto da docenti a contratto e se venisse a mancare questa “manovalanza”, le Università italiane sarebbero costrette ad accorparsi o a chiudere. I PhD devono inoltre reperire i finanziamenti per le proprie pubblicazioni e per le proprie attività di ricerca mediante bandi europei a cui lavorano generalmente di notte, non appena espletata la consueta corvè di compiti degli studenti e tesi di laurea da correggere.

La maggior parte dei Dottori di ricerca, per non abbandonare il sogno dell’ASN, si vede pertanto costretta a svolgere anche un ulteriore lavoro parallelo al servizio gratuito prestato all’Università. Ma quando l’obiettivo dell’ASN si allontana sempre di più negli anni e le necessità della vita diventano più forti dell’inseguimento del sogno stesso (nel 2016 solo il 9,6% dei Dottori di ricerca è stato assorbito dalle Università italiane!), l’unica alternativa possibile per non buttare alle ortiche anni su anni di competenza, professionalità, lavoro e risultati, resta quella di metterli, loro malgrado, a disposizione dello sviluppo economico e culturale di altri Paesi.
Del resto, fuori dalle Università italiane, per i Dottori di ricerca non c’è nulla: troppo qualificati per essere assunti dall’attuale impresa italiana e paradossalmente ritenuti troppo poco qualificati dal settore pubblico e dalla scuola.
Ma se il sistema Italia, non è in grado di dare un lavoro ai PhD, perché continuiamo a spendere e a investire nel formare dei Dottori di ricerca? Non sarebbe meglio eliminare il titolo?

Il paradosso: quei Dottori qualificati, che insegnano come precari all’Università e sono relatori di tesi di laurea, non sono ritenuti qualificati per l’insegnamento scolastico…
Eppure, se chiedessimo a qualsiasi genitore italiano chi sceglierebbe come insegnante per i propri figli, la risposta sarebbe scontata. Ma vediamo le motivazioni: Il sistema scolastico italiano richiede un’abilitazione per poter accedere all’insegnamento – che è fornita dalle stesse Università su discipline metodologiche, antropologiche e psico-pedagogiche e sono spesso i docenti a contratto precari, con il titolo di PhD, a tenere i corsi su tali discipline per i futuri docenti abilitati. Proprio loro, dunque, ai quali lo Stato italiano non riconosce l’abilitazione necessaria per insegnare nella Scuola Secondaria di I e II grado sono lo strumento pubblico di cui esso si serve per assicurare il titolo abilitante ai futuri docenti con la sola laurea. Si può dunque dire, senza timore di smentita, che lo Stato italiano ha il coraggio di sputare nel piatto del dottorato di ricerca da cui mangia con avidità pantagruelica.

Da ciò la mobilitazione dei PhD affinché venisse loro riconosciuta l’abilitazione, sebbene tale rivendicazione sia stata silenziata dalla recente sentenza della Corte Costituzionale, già anticipata con il comunicato del 7 maggio scorso (Sentenza 28 maggio 2019, n. 130 Presidente: Lattanzi – Redattore: Amato). Tale sentenza porta allo scoperto un’altra delle tante contraddizioni che riguardano il sistema legislativo sul dottorato di ricerca: come può, chi non ha la patente, rilasciarla ad altri? Come possono i Dottori di ricerca aver rilasciato l’abilitazione agli attuali docenti scolastici, senza possederla essi per primi?

Risolvere l’impasse sarebbe semplice pratica di buon senso.

Dal momento che è stato proposto un Decreto, conseguente ad un patto stabilito con i sindacati di categoria, da parte del Governo da Lei guidato, con la previsione di un P.A.S (Percorso Abilitante Speciale) – a cui possono accedere i precari della scuola con almeno 36 mesi di servizio e i Dottori di ricerca, il cui solo titolo accademico equivale o supera in annualità il suddetto servizio – basterebbe dare seguito a questo lavoro.

Ci appelliamo a Lei quindi Prof. Conte, Primo ministro della Repubblica italiana, affinché questo accordo-progetto vada avanti. Ai molti detrattori che hanno accusato questo piano di reclutamento, che vede coinvolti anche i PhD per la prima volta, di non essere meritocratico e abbastanza selettivo, vorremmo precisare che, anche tralasciando il fatto che l’ammissione stessa al dottorato ha comportato il superamento di un selettivo concorso pubblico, va sottolineato che molti PhD assommano al titolo di dottorato, conseguito in 3 o 4 anni a seconda della disciplina di formazione, anche altri titoli accademici che dovrebbero essere un valore aggiunto per il mondo della Scuola: master, pubblicazioni, certificazioni linguistiche, borse di studio, assegni di ricerca, nonché i famigerati 24 CFU in discipline antropo-psico-pedagogico e metodologie e tecnologie didattiche, che inizialmente dovevano essere la conditio sine qua non per un equo concorso in sostituzione delle 3 annualità di servizio, ma che sono ora solo carta straccia per i titolari e moneta sonante per le Università (i corsi costano dai 500,00 agli 800,00€).

Umiliati e delusi, i Dottori di ricerca si rivolgono a Lei affinché non consenta l’ennesima beffa di Stato nei confronti del massimo titolo di studio che, fino ad ora, è stato utile solo per fare carriera all’estero. Noi vogliamo servire il nostro Paese e il modo migliore per farlo è trasmettere il nostro sapere e le nostre pratiche di conoscenza, alle nuove generazioni: d’altronde, siamo stati preparati per questo.

Certi di un suo interessamento, saremmo lieti di incontrarLa per parlare con Lei della nostra situazione.

30 agosto 2019

*V.I.Ph.D – Gruppo per la Valorizzazione Italiana del Dottorato di ricerca
[email protected]

Versione stampabile
anief banner
soloformazione