La proposta APEI per uscire dal caos del doppio educatore

di redazione

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Comunicato stampa – La stratificazione delle norme degli ultimi 20 anni in materia di professioni educative restituisce al sistema delle professioni sociali due professioni diverse di educatore professionale, molto differenti se si considerano le formazioni che le caratterizzano, ma abbastanza simili se si considera il novero delle attività che effettivamente vengono svolte nei servizi socio assistenziali, socio sanitari ed educativi.

Siamo passati dalla vecchia denominazione di “Educatore Professionale” a quella di “Educatore Professionale Socio Sanitario” e dalla generica definizione di “Educatore” a quella europea di “Educatore Professionale Socio Pedagogico”. La prima organizzata del recentissimo albo tenuto dal TSRM, la seconda organizzata secondo il dettato della legge n. 4 del 2013 che disciplina tutte le altre professioni non organizzate in ordini e/o collegi, consentendo a questi ultimi di avere una rappresentanza organizzata in associazioni iscritte nell’elenco del Ministero dello sviluppo Economico (MISE) come l’APEI.

Se si esula dal sistema zero-sei, che vede “l’esclusiva professionale”
attribuita ai laureati in scienze dell'educazione e della formazione L19
(“educatore per i servizi educativi all’infanzia” di cui al D.Lgs. 65/2017),
negli altri ambiti si viene a trovare la seguente situazione: le due figure sono riformate dai commi 594 – 601 dell’articolo 1 della Legge 205/2017, che fa un esplicito rimando, per l’educatore professionale socio-
sanitario, al contenuto del DM. 520/98, regolamento emanato in attuazione
dell’art. 6, co. 3, del D.lgs. 502/1992 – che, nell’individuare le figure
professionali ed i relativi profili, relativamente alle aree del personale
sanitario infermieristico, tecnico e della riabilitazione, ha stabilito che
“educatore professionale è l’operatore sociale e sanitario che, in
possesso del diploma universitario abilitante, attua specifici progetti
educativi e riabilitativi, nell’ambito di un progetto terapeutico
elaborato da un’equipe multidisciplinare, volti a uno sviluppo equilibrato
della personalità con obiettivi educativo/relazionali in un contesto di
partecipazione e recupero alla vita quotidiana; cura il positivo inserimento o
reinserimento psicosociale dei soggetti in difficoltà”. Esso opera
all’interno di strutture socio-sanitarie-riabilitative e socio-educative.
Invece, per il profilo dell’educatore professionale socio pedagogico, ex
educatore di formazione pedagogica, viene stabilito sia per l’Educatore
professionale socio-pedagogico che per il pedagogista (notasi la vicinanza delle due professioni non solo formativa ma anche legislativa) che questi operano nell’ambito educativo, formativo e pedagogico, in
rapporto a qualsiasi attività svolta in modo formale, non formale e
informale, nelle varie fasi della vita, in una prospettiva di crescita
personale e sociale, secondo le definizioni contenute nell’articolo 2 del
decreto legislativo 16 gennaio 2013, n. 13, perseguendo gli obiettivi della
Strategia europea deliberata dal Consiglio europeo di Lisbona del 23 e 24
marzo 2000 e operano nei servizi e nei presidi socio-educativi e
socio-assistenziali, SOCIO SANITARI E DELLA SALUTE (L. 145/18, art.
1, comma 517) nei confronti di persone di ogni età, prioritariamente
nei seguenti ambiti: educativo e formativo; scolastico; socio-
assistenziale, limitatamente agli aspetti socio-educativi; della
genitorialità e della famiglia; culturale; giudiziario; ambientale; sportivo e
motorio; dell’integrazione e della cooperazione internazionale.

Salta subito agli occhi che sono due professionisti formati per creare due
diverse autonome professionalità, il primo chiamato ad attuare un progetto
educativo/riabilitativo all’interno di un progetto terapeutico costruito da una equipe multidisciplinare sanitaria (senza pedagogisti appunto!) mentre il secondo è chiamato a creare progetti educativi condivisi con l’utente e con
i servizi sociali ed educativi, e con il coordinamento pedagogico (senza
medici appunto!)

La problematica del “DOPPIO EDUCATORE” è stata portata alla ribalta
della cronaca professionale dall’APEI in un servizio televisivo su RAI 3, nel
2011 e da allora l’aspro conflitto tra le due professioni ancora non ha
trovato una soluzione.

I primi venti anni dal DM. 520/98 sono trascorsi in continua tensione e
generando false aspettative, malesseri e incomprensioni che ancora
durano del tempo tra gli stessi professionisti.

Gli Educatori Socio sanitari e la loro associazione di rappresentanza
lottavano per una esclusività professionale, per essere l’unico
educatore legittimato ad operare in tutti i servizi; mentre dall’altro lato gli Educatori Professionali Socio Pedagogici sono stati impegnati a difendersi
da questa impropria e costante aggressione, evidenziando che la
pretesa secondo la quale il DM. 520/98 preannunciasse l’educatore unico
era priva di fondamento; a cominciare dalla considerazione che trattasi di
una professione sanitaria definita da un decreto di un Ministro della Sanità
che non poteva avere valore al di fuori degli ambiti sanitari.

Il primo gennaio 2018 (il ventesimo anno dal 1998) entrava in vigore la
riforma dell’educatore professionale che tuttavia lascia un quadro non
ancora cristallino, motivo di ricorsi come per il concorso ASL Bari contro
l’esclusione degli SDE L 19 o a Bergamo, concorso ASL speculare a quello
della ASL di Bari, in cui gli SNT fanno ricorso per rientrare in un concorso
per educatori all’interno del quale non erano richiesti.

E’ notizia recente che il TSRM ha lanciato una iniziativa con i suoi legali ed
un ricorso al Presidente della Repubblica contro l’ASL di Bergamo, mentre
gli educatori SDE L 19, presentano un ricorso al TAR contro l’ASL di Bari,
con relative spese processuali, blocco delle procedure, lunghi tempi di
attesa e esiti incerti… e tanta sofferenza individuale.

A Roma, nel dicembre scorso, ci siamo conosciuti in un importante incontro
che ha prodotto una crepa, nella granitica richiesta di essere unici, con una
lettera del Tsrm (circolare 87/bis), nella quale si richiede ad un terzo super
partes, una circolare interministeriale che definisca gli ambiti professionali
delle due figure (o nella ipotesi fantasiosa di alcuni, della figura unica),
stabilendo chi fa cosa, dove e come.

Il punto è che difficilmente si arriverà ad un tale pronunciamento: dal
lontano 1998 sono passati 10 ministri della sanità e altrettanti del welfare e
dell’istruzione senza che nessuno di loro mettesse mano al riordino della
materia delle professioni educative.

Forse è venuto il momento di risolvere questo conflitto ventennale con
maturità e senso di equilibrio, da persone per bene quali siamo, con la
scelta concordata tra le rappresentanze legittime maggiormente
rappresentative: il TSRM da un lato e l’APEI dall’altro, sottoscrivendo la
necessità, non solo la titolarità e il diritto di esercitare la propria
professione, di prevedere entrambe le figure in servizio, ognuna per la
peculiarità professionale e formativa che rappresenta, in un’ottica di
collaborazione e arricchimento professionale.

Non sarebbe la prima volta che analoghi conflitti normativi nelle
professioni ordinistiche vengono ordinariamente definiti tra gli ordini
professionali. Se è vero che non esiste un ordine degli educatori
professionali socio-pedagogici, la Legge 4/2013 implicitamente attribuisce
alle associazioni in elenco Mise una capacità di rappresentanza sulla
base della quale si potrebbe operare, in analogia con la soluzione di altri
conflitti normativi, istituendo un percorso istituzionale che consenta a più di 200.000 persone, alle imprese e agli enti pubblici che li occupano di uscire da questo empasse. Si tratterebbe di aprire un tavolo tra chi rappresenta la professione ex legge 4/2013 e chi rappresenta la professione albistica, ciò potrebbe porre le basi ad una proficua collaborazione tra professioni.

Sul piano della soluzione normativa, non condividiamo che soluzione al
caos sia da leggere nel ridisegno della professione, perché ri-
definizioni normative organiche non sono arrivate in questi 20 anni e non
arriveranno per una immaturità funzionale delle professioni e delle facoltà
che li formano. Si può uscire dallo stallo in cui siamo, se proviamo ad
uscire da un dibattito ventennale volto all’esclusione dell’altro, prendendo
reciprocamente atto che nei servizi ci sono due professioni, e quelle due
professioni sono entrambe pienamente legittimate ad operare in tali servizi.
Si esce dallo stallo se si prospettano soluzioni concrete, che implichino il
più basso intervento legislativo possibile stante l’evidente assenza
della classe politica, vera causa del caos in cui ci troviamo.

Supereremo lo stallo quando e se i soggetti legittimati a rappresentare le
due professioni prenderanno atto che vi sono ambiti nei quali possono
operare entrambi gli educatori professionali. Si tratta di prendere atto
che già a legislazione vigente nulla vieta ad un’Asl di assumere un
educatore professionale socio-pedagogico.

Resta necessario, forse definire i compiti e le attribuzioni nei servizi: noi
siamo disposti ad aprire un confronto sulle peculiarità del servizio degli
educatori socio-sanitari, qualificando gli ambiti riabilitativi, che sono ancora ben lungi dalla definizione in capo ai professionisti sanitari.
Inoltre, è necessario ridenominare l’albo e l’elenco speciale degli
educatori professionali in albo ed elenco speciale di educatori
professionali socio-sanitari per evitare la confusione nei servizi e le
negative ricadute sugli utenti.

La strada di un confronto di questo tipo è l’unica strada concretamente
praticabile, in alternativa ad una guerra di posizione che non produce
vantaggio alle imprese per le quali lavoriamo, agli utenti nei confronti dei
quali eroghiamo i nostri servizi, ed in ultima analisi anche ai professionisti
delle due professioni coinvolte.

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