Dopo il diploma? Gli ITS fanno trovare lavoro, ma sono ancora pochi gli iscritti

di redazione

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Cosa fare dopo il diploma? Una domanda, questa, che tutti i giovani in uscita dalle scuole superiori si pongono, soprattutto in questo periodo dell’anno.

Le opportunità, per chi non dovesse fin da subito puntare alla ricerca del lavoro, sono molteplici. L’Università, per esempio, principale e variegato esempio di formazione terziaria post-diploma, o il sistema di Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica (AFAM), più adatto a chi vede il proprio futuro professionale nell’arte. Oppure, opzione poco ancora poco conosciuta dal grande pubblico, gli Istituti Tecnici Superiori (ITS), unico caso italiano di formazione terziaria professionalizzante, percorsi pensati allo scopo specifico di introdurre i giovani nel mercato del lavoro, grazie alla trasmissione di competenze tecniche (secondo le necessità esibite dalle imprese) e all’ampio utilizzo dello strumento didattico e di avviamento al lavoro dello stage.

Ecco, soffermiamoci su quest’ultima possibilità: gli ITS, una prospettiva di formazione che offre enormi opportunità in termini occupazionali, basti pensare che secondo le rilevazioni l’82,5% di coloro che hanno frequentano uno dei 93 ITS presenti sul territorio nazionale trova lavoro a 1 anno dal conseguimento del titolo, nel 90% dei casi in settori coerenti con il percorso di studi intrapreso.

Ciò vuol dire che dopo l’ITS più di 8 su 10 “titolati” trovano occupazione; e quasi tutti, inoltre, facendo il lavoro per cui hanno studiato.

Nonostante l’elevatissimo tasso di placement degli ITS, in Italia sembra che i giovani preferiscano altri percorsi dopo il diploma. Nel nostro Paese sono infatti soltanto 11.000 gli studenti iscritti agli ITS, a differenza di quanto avviene in altri Paesi dell’eurozona: la Germania conta circa 760.000 iscritti a percorsi di istruzione terziaria professionalizzante, la Francia 530.000 e la Spagna 400.000.

Ma perché, allora, gli studenti iscritti agli ITS sono ancora così pochi? Per varie ragioni, tra cui l’assenza di un vero ed elaborato piano di comunicazione, orientamento e promozione pensato a uso esclusivo di questi percorsi professionalizzanti capaci di rispondere ai fabbisogni professionali del sistema economico-produttivo e delle imprese.

Ecco dunque che spingere affinché si concretizzi un allargamento del bacino di utenza degli ITS, tramite una più serrata campagna di pubblicizzazione degli stessi, e tramite un’intensa opera di orientamento verso gli studenti in uscita dalle scuole secondarie di II grado (anche e soprattutto nelle scuole), sembra uno dei principali scopi da perseguire se si vuole favorire l’occupazione dei giovani, e con essa il rilancio di tutta l’economia nazionale.

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