Dopo 3 settimane di scuola… Caccia ai supplenti. Lettera

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Inviata da Chiara Amico – Alessandro si sveglia alle 7.00. Corre in cucina, beve latte e miele, si lava, si veste e poi si siede sulla poltrocina dell’ingresso: “mamma, non voglio andare a scuola!”.

Questa frase, da 5 anni a questa parte, ovvero da quando ha iniziato a frequentare il nido, poi la scuola dell’infanzia e soltanto dal 14 settembre la scuola primaria, in casa è il mantra del mattino. Lo comunicava con pianti inconsolabili quando non era in grado di esprimersi mentre invece da qualche anno lo ripete scandendo bene le parole e alzando la tonalità di settimana in settimana. A fine anno è un urlo che sveglia tutto il quartiere! Ma io o il suo papà lo prendiamo per mano, gli parliamo dell’importanza della scuola per diventare adulti liberi e cittadini consapevoli, lo rassicuriamo sul fatto che andremo a prenderlo di lì a breve e ci racconteremo rispettivamente le avventure affrontate durante la giornata e lo coccoliamo un po’.
Non sortiamo alcun effetto, però. Pianto e lamentela devono essere quotidiani!
Non credo di essere una madre apprensiva. Non corro dalle educatrici a recriminare di considerare i bambini al pari di uccelli (così come aveva fatto una mia conoscente ai tempi del nido quando ai piccoli alunni venivano serviti a tavola, 4 volte a settimana, semini: grano, orzo, mais, quinoa. “Fortuna che glieli danno a scuola. Da me se li scorda!” pensavo piuttosto), né dalle maestre quando valutano un compito in modo differente da come lo avrei valutato io.

Alessandro è un bambino felice ed è sereno, anche e soprattutto a scuola.
E’ soltanto un pò corrucciato durante il momento del distacco. Stop.

La verità è che adesso quella frase mi fa male perché non sono serena io. Ogni mattina, da quando la scuola è cominciata, il distacco mi mette ansia.
Non mi era mai successo: nonostante fosse più piccolo e pacioccone di adesso, lo mollavo a scuola, giravo i tacchi e, fingendomi sorda di fronte a urla o strilli, andavo quasi beata al lavoro. Peraltro una scuola. Sì, io insegno.
Adesso invece aspetto che salga le scale dell’androne scolastico con il suo zainetto caricato all’inverosimile, perché non possono più prestarsi il materiale nel caso lo dimenticassero e non possono più lasciare libri o quaderni di tutti i giorni a scuola. E lo guardo fino a quando, nonostante il suo visino triste abbia già girato l’angolo, non scompaia anche la mano che distende dietro la schiena per continuare a salutare. Anche quando sono certa che ha raggiunto le maestre, rimango davanti all’ingresso di scuola ancora qualche minuto. Probabilmente cerco un conforto negli occhi degli altri genitori.
E vado al lavoro mesta e con la testa piena di pensieri.

“Curva dei contagi in risalita”; “ricoveri raddoppiati in un mese”; “boom di positivi: oltre 900 scuole coinvolte e il Governo corre ai ripari”; “quadruplicati i contagi: dai 12.000 di fine agosto ai 48.000 di fine settembre”; “nelle scuole la maggior parte dei focolai. A seguire, aziende e ospedali”; “riaprono i reparti covid”; “per capire quanto pesa la riapertura delle scuole dovremo attendere ancora una settimana”, etc. Queste le notizie.
Comunque, se non ho capito male, è tutto sotto controllo.
E, se può servire a far sentire meglio la gente che mi circonda, posso anche continuare a ripetere il lietmotiv degli ultimi mesi “andrà tutto bene”.
Chi mi conosce però sa che non ne sono affatto persuasa.

Sono stata critica sulla riapertura della scuola, scontrandomi con persone a cui piace parlarsi addosso e magnificare necessariamente le virtù della didattica in presenza. Virtù ritenute da queste fondamentali e universali.
Così come mi sono scontrata con chi, esaurito l’argomento apertura delle scuole, ha fatto del “tempo pieno” la propria bandiera pedagogica argomentando sulla maggiore ricchezza di sollecitazioni grazie ad interazioni sociali più distese e sull’incontro variegato di differenti linguaggi e saperi.

Sarà! “Diciamo no alla Dad perché la scuola è relazione”, “vogliamo la scuola del tempo pieno”, mi sembravano qualche giorno fa e mi sembrano a maggior ragione oggi soltanto slogan urlati durante le innumerevoli manifestazioni dell’ultimo periodo. Non da ultimo quella organizzata a Roma il 26 settembre da “Prioritàallascuola” a cui hanno aderito genitori, sindacati e colleghi. Per lo più donne (anche questo la dice lunga) e in cui mancava il mondo universitario (sicuramente ci sarebbero stati più uomini).
Anche in questo movimento, la cui spinta di fondo e le cui motivazioni sono sicuramente condivisibili, c’è un po’ di superficialità nel discorso: si rischia di nascondere ancora una volta la verità. Quegli slogan, infatti, non vogliono dire nulla. “La scuola è relazione educativa” da sempre ed è “come creare quella relazione” che rappresenta ogni giorno la vera sfida per noi educatori, maestri, insegnati. “Dad” o “presenza” sono parole vuote, astratte, nomi attribuiti a cose che, in quanto tali, non hanno un grande significato. Tutto dipende da ciò che si fa online, da remoto o in presenza e da come lo si fa. E’ la qualità che fa la differenza.
E lo sanno tutti quei genitori che hanno visto e conosciuto docenti fannulloni non insegnare nulla ai loro figli nonostante la quotidiana presenza. E lo sappiamo noi docenti quando guardiamo in cagnesco un collega strafottente e svogliato; quando speriamo che il pelandrone non entri mai nella nostra classe pena rovinare il lavoro costruito con i nostri ragazzi investendo energie, impegno e tempo; quando preghiamo affinché, nel caso ci fosse lo svogliato di turno a sostituire un qualsiasi docente appassionato, i ragazzi non si fermino al pomeriggio così da non “perdere il loro prezioso tempo” poiché non si tratterebbe certo di arricchirlo!

Non nego che la didattica a distanza, con una classe docente avente un’età media altissima e quindi dimestichezza con gli strumenti tecnologici simile a quella che aveva la mia cara bisnonna, sia più difficile. Ma non è impossibile. E in questi mesi miriadi di docenti attempatelli ma entusiasti lo hanno dimostrato.

Ciò di cui bisognerebbe rendersi conto invece è che oggi insegnare è diventato complicatissimo. Ci si riduce inevitabilmente con i capelli tutti bianchi prima di entrare di ruolo!
Ho 43 anni e sono la più giovane insegnante assunta a tempo indeterminato del mio Istituto Comprensivo che conta 73 docenti.
E sono stata critica anche rispetto a questo tema e alle promesse del Governo relative alla stabilizzazione di tantissimi insegnanti precari prima dell’avvio dell’anno scolastico. “Soltanto proclami” ripetevo. E nessuno mi dava ascolto. Anzi, mi davano contro. Oggi, dopo 3 settimane di scuola, interi istituti scolastici sono senza docenti.
Ed è caccia ai supplenti.

Sono critica nei confronti di chi sceglie l’insegnamento come ripiego. E in tempi non sospetti ero stata anche appoggiata da genitori e amici.
Oggi che l’apertura della scuola non è più in discussione (questo tema siamo riusciti a sfangarlo), proprio loro, inneggiando al tempo pieno come fosse la panacea dei mali che affliggono i nostri giorni in quanto a maleducazione e ignoranza, puntano a vederlo garantito anche accontentandosi di chiunque capiti a tiro. Ripieghi compresi, tanto odiati prima quanto ricercati oggi.
Il lavoro dell’insegnante è estremamente complicato. Passare da una parte all’altra della cattedra non è affatto immediato come sembra. E la frase “meglio che niente, faccio l’insegnante” fa comprendere come l’idea di scuola che ancora oggi aleggia nell’aria sia sbagliata, fuorviante e pericolosa per il futuro di tutti noi che passa proprio dalla scuola.

Diversa, storica e giusta è appunto la battaglia per la stabilizzazione dei precari di cui scrivevo poc’anzi.
Un esercito di aspiranti docenti con studi adeguati e immenso desiderio di entrare di ruolo dopo immani sacrifici e peregrinaggi di regione in regione, di città in città, di scuola in scuola. Questa sacrosanta battaglia però, nelle piazze o nei cortei, non dovrebbe oscurare del tutto quella relativa alla cruciale formazione degli insegnati!

Il mutato contesto dovrebbe portare a riflettere maggiormente. Su tutto.
Anche sulle tempistiche sbagliate del Ministero e sulla discrasia tra anno solare e anno scolastico.
Da qualche giorno si parla di Concorso: ordinario e straordinario. Non serve per risolvere i problemi dell’anno scolastico 2020-21. Forse, se si modificassero anche i criteri di selezione che non garantiscono preparazione e dedizione, potrebbe aiutare a sistemare quelli del prossimo anno di scuola.
Non lo so. Probabilmente bisognerebbe prendere spunto dagli altri stati europei e bandire i concorsi 2 volte l’anno dopo corsi preparatori presso università pubbliche che chiedono soltanto poche centinaia di euro. Forse così si potrebbero assumere insegnanti più credibili e appassionati all’interno di una scuola che, così com’è, dovrebbe sparire quasi del tutto. Ma le Ministre che si sono avvicendate, [….]. Per il resto “riscrivono la storia” senza accettare consigli o prendere spunti.

L’attuale sistema scolastico non regge più.

Non sono tra quelli che negano l’importanza della presenza. Non vorrei essere fraintesa. Soprattutto perché i miei alunni hanno 7 anni e mio figlio frequenta una prima elementare.
Per me l’anno scorso è stato difficilissimo insegnare ai miei studenti a leggere, scrivere e ragionare a distanza. Ma ci siamo riusciti. E, sebbene siamo adesso in presenza, non abbiamo abbandonato del tutto la piattaforma e la Dad. Gli stimoli, gli spunti, gli arricchimenti, gli approfondimenti che si possono fare sono interessantissimi e notevoli: aiutano anche chi ha necessità o resta sempre un po’ indietro ed esaltano le eccellenze che, invece, spesso in presenza sono tralasciate.
Se tornassimo in Dad e mio figlio non avesse docenti appassionati, probabilmente, non imparerebbe a leggere e scrivere. E dovrei insegnarglielo io. A scuola in presenza, invece, ad alcune mancanze dei docenti suppliscono gli amici, i compagni, il gruppo. Anche se è vero che Alessandro, dopo 3 settimane di scuola, della sua classe conosce solo gli occhi, i nomi delle due maestre e qualche compagno proveniente dalla stessa scuola dell’infanzia. Le nuove amicizie, il gioco di squadra e la socializzazione non sono più così immediati in quest’epoca di pandemia. Neanche “in presenza”.

Ad ogni modo, quando dopo aver accompagnato Alessandro a scuola, mi avvio anch’io verso la mia aula, penso che rinuncerei volentieri a questa finta normalità, almeno per qualche settimana, se ciò potesse evitare di far degenerare gli sforzi che tutti abbiamo fatto fino ad ora.

E camminando con la testa bassa incassata tra le spalle, credo che in questo paese moriremo tutti di retorica (anche di bassa qualità).

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