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Donne e pensioni, vantaggi e svantaggi per le lavoratrici

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È uno dei campi in cui si vorrebbe intervenire per la riforma delle pensioni quello delle donne lavoratrici, penalizzate dalle regole del sistema, nonostante qualche beneficio.

Ormai da anni le pensioni per le donne seguono più o meno le stesse regole di quelle degli uomini. Uniformata l’età pensionabile per tutti a 67 anni, è venuto meno anche il vantaggio di un anno concesso alle donne fino a tutto il 2018.

Oggi restano ancora in piedi alcuni piccoli vantaggi per le lavoratrici in materia di pensioni anticipate e pensioni contributive, e c’è opzione donna ancora attiva (ma in scadenza il 31 dicembre prossimo), dove però al vantaggio come uscita è collegata una penalizzazione importante come assegni.

Donne e pensioni in un sistema che sembra fatto su misura per gli uomini

Non c’è ipotesi di riforma che non metta dentro un trattamento agevolato per le donne.
Si cercano misure per agevolare nell’uscita dal lavoro le donne, così come si fa per i lavoratori precari e discontinui.

Discontinuità di impiego e lavoro femminile sono un connubio frequente nel mondo del lavoro.
È innegabile che per una donna trovare un lavoro stabile e duraturo è più complicato che per gli uomini.

Un po’ perché i datori di lavoro spesso preferiscono gli uomini, ed un po’ per scelta della stesse lavoratrici.
Moto dipende dal fatto che spesso le donne hanno a che fare con la cura della casa, con le gravidanze e con i figli.

Non sono poche le donne che sacrificano carriere e lavori per dedicarsi a casa, famiglie e figli.
E non sono pochi i datori di lavoro che di fronte al rischio di avere a che fare con maternità e aspettative, preferiscono dare un lavoro agli uomini rispetto che alle donne.

In materia previdenziale ciò che balza all’occhio è che il sistema sembra tagliato su misura per gli uomini.
Le misure pensionistiche vigenti prevedono tutte dei montanti contributivi piuttosto elevati.

Le pensioni anticipate per le donne

Come dicevamo, ornai l’età pensionabile, cioè l’età anagrafica utile alla pensione è identica sia per gli uomini che per le donne e perfino per la principale misura assistenziale del sistema, ovvero per l’assegno sociale.

Tutti a 67 anni di età, questo il tetto anagrafico imposto dal sistema pensionistico italiano.
La pensione di vecchiaia di centra con 67 anni di età e con 20 anni di contributi, a prescindere dal genere. E lo stesso vale per alcune deroghe come quelle della Legge Amato, che fissano la soglia di contribuzione utile a 15 anni.

Per le lavoratrici c’è però uno sconto di un anno in materia di pensione anticipata ordinaria. Infatti gli uomini escono dal lavoro, a prescindere dall’età, con 42 anni e 10 mesi di contribuzione versata. Le donne invece escono con 41 anni e 10 mesi.

Per la quota 41 precoci invece, uniformità di trattamento, e sia uomini che donne in pensione una volta raggiunti i 41 anni di versamenti, nonché tutti gli altri requisiti specifici. Parliamo della precocità per tutti e poi alternativamente, invalidità, disoccupazione, cura di un parente disabile o lavoro gravoso.

Anche la quota 100 in questi tre anni di sperimentazione ha avuto i requisiti equiparati tra uomini e donne. Tutti in pensione a partire dai 62 anni di età e con almeno 38 anni di contributi versati. E uniformità di trattamento pure per l’Ape sociale, con i suoi 63 anni di età minima e 30 o 36 anni di contributi necessari.

Ma ci sono anche misure a vantaggio delle donne

Perfino le attività gravose o usuranti previste dal nostro ordinamento (che presto potrebbero essere aggiornate visto che la commissione a cui è stato dato l’incarico pare abbia terminato il lavoro), che consentirebbero uscite anticipate, sono nettamente sbilanciate verso gli uomini.

Come abbiamo visto, escludendo la pensione di vecchiaia, tutte le altre misure prevedono periodi di contribuzione elevati, di molto superiori ai 30 anni. Ed in molti casi, le misure si possono centrare solo con 35 anni di contribuzione effettiva, cioè senza considerare molti dei periodi di contribuzione figurativa.

Periodi di contribuzione quindi, troppo lunghi per le donne per tutto ciò che abbiamo sottolineato prima.
Perfino una misura ad hoc pensata per l’universo delle lavoratrici prevede una contribuzione troppo lunga da completare. Parliamo di opzione donna.

La misura consente l’accesso alla quiescenza per lavoratrici che completano entro una determinata data (per il 2021, la data fissata è il 31 dicembre 2020), 58 o 59 anni di età, rispettivamente per lavoratrici dipendenti e per lavoratrici autonome insieme a 35 anni di contributi versati.

Un vantaggio come uscita, ma c’è da fare i conti con una penalizzazione di assegno notevole, nella misura del 30% per via del ricalcolo contributivo degli assegni.
Altro vantaggio per le donne è proprio la pensione contributiva. Per le lavoratrici che possono rientrare nell’opzione contributiva infatti, vengono offerti sconti in base ai figli avuti.

Un autentico bonus di 4 mesi per ogni figlio avuto. Si tratta di una contribuzione figurativa di 4 mesi, utile sia al diritto che alla misura della pensione, per ogni figlio avuto. Sconto massimo concesso pari a 12 mesi. Una possibilità questa valida però solo per chi ha il primo versamento contributivo dal 1° gennaio 1996, per chi rientra nella cosiddetta Opzione Dini, per chi sceglie quindi, l’opzione contributiva per il calcolo della pensione con meno di 18 anni di contributi versati prima del 1996 e con almeno 5 anni di contributi versati dopo il 1° dicembre 1995. Facoltà di sfruttare questo sconto anche per le lavoratrici che possono optare per il computo nella Gestione Separata.

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