Docenti sempre più vittime della burocrazia, Anief: la professione è mutata, lo si riconosca pure nello stipendio con indennità specifiche

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Schede, verbali, programmi da realizzare, in itinere e svolti, monitoraggi continui, incontri, riunioni, aggiornamenti, tutoraggi, assistenze, confronti. E chi più ne ha ne metta. Sono le tantissime ore passate dagli insegnanti fuori dall’aula.

Il contratto ne prevede 80, più altre ulteriori obbligatorie, come gli scrutini. Ma sono molte di più: la stampa specializzata descrive il “docente-burocrate, che spesso deve fare i salti mortali per far quadrare tutte le attività assegnatogli”. E dà voce a chi sempre più si lamenta per i “troppi progetti, riunioni e adempimenti”: i docenti dicono di essere troppo spesso alle prese con “progetti che sembrano non finire mai” e “per non parlare delle riunioni”.

Anief conferma che è diventato iper-complesso e impegnativo fare oggi l’insegnante in Italia. “A rendere ancora più difficile lo svolgimento della professione – spiega Marcello Pacifico, il suo presidente nazionale – è la mancata considerazione del lavoro svolto da parte del datore di lavoro, che in questo caso è lo Stato. Noi, per compensare questa mancanza, abbiamo chiesto due miliardi aggiuntivi per il rinnovo contrattuale di categoria, proprio per andare a finanziare le indennità oggi non considerate in busta paga, ma oggettivamente da adottare perché conseguenti ad attività lavorative e rischi professionali reali. L’incongruenza è venuta fuori anche durante le tante assemblee che Anief ha organizzato e sta predisponendo in questo periodo nelle scuole, da cui sta scaturendo la piattaforma di contrattazione che si spera al più presto potremo consegnare e discutere con l’amministrazione scolastica”.

Non si contano più le attività extra-didattiche che i docenti devono affrontare ogni giorno. “Si tratta di attività sommerse – spiega Orizzonte Scuola – nel senso che rubano molto tempo e non sono riconosciuti nel contratto, al pari delle verifiche e la preparazione delle lezioni. E’ vero che oggi la scuola è cambiata e dunque servono nuove competenze e altrettante attività da portare avanti ma è altrettanto vero che l’insegnante dovrebbe concentrarsi per lo più sulla sua funzione originaria, ovvero quella prettamente didattica”.

Siccome questo non avviene, poiché la professione del docente è diventata ben altro rispetto a quella tradizionale, sarebbe giusto e logico che lo Stato provveda a tenere conto di tutto questo operato attraverso l’assegnazione di precisi emolumenti. Ancora di più perché in Italia i docenti percepiscono cifre mensili tra le più basse a livello nazionale, come ha stabilto solo qualche giorno fa l’Aran mettendole a confronto con gli altri comparti pubblici, ma anche molto al di sotto delle medie degli stipendi europei. Con prospettive di incremento del tutto insoddisfacenti. “Tra le indennità inserite nella nostra piattaforma contrattuale – dice Marcello Pacifico, presidente Anief – figura prima di tutto di rischio biologico, che è momentanea al tempo del Covid e comprende anche un minimo giornaliero per svolgere didattica in presenza”.

Poi – continua Pacifico – c’è il rischio burnout che si lega anche al tema delle pensioni, giacché il governo dovrebbe affrontare il problema di individuare una finestra di anticipo dell’età pensionabile per il personale della scuola. Anche perché per i docenti il burnout, derivante da condizioni di lavoro “stressogene” piuttosto frequenti, rimane una delle condizioni a cui è più esposto. Come pure serve inglobare nello stipendio una indennità di sede, da dare a chi è costretto a lavorare lontano dalla propria residenza senza alcun supporto aggiuntivo. E poi va assegnata l’indennità di incarico, che andrebbe a sancire quella parità di trattamento, rispetto al personale di ruolo, sancita dal contratto collettivo per ristorare i precari dopo tre anni di contratti a termine”, conclude il leader dell’Anief.

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