Docenti paritarie esclusi da concorso straordinario: incostituzionale e ingiusto. Lettera

Lettera

Inviato da Alfredo Viscomi – Vi rivolgo un appello riguardo all’annunciata indizione, ormai prossima, a quanto pare, di un concorso cosiddetto “salva-precari” che sotto la dicitura di “straordinario” nasconde, a mio parere, l’ennesima distorsione di un sistema che si rivelerebbe una volta di più iniquo.

Mi riferisco alla diversità di trattamento riservata ai docenti con almeno tre anni di servizio nella scuola statale rispetto a chi ha prestato servizio, in parte o del tutto, nelle scuole paritarie: ebbene, io credo che ci sia una discriminazione inaccettabile per la quale non sarebbe eccessivo invocare un principio di incostituzionalità. Premetto che personalmente sono assunto a tempo indeterminato (“di ruolo”, come si dice in gergo), e quindi non parlo pro domo mea; tuttavia trovo profondamente iniquo che lo Stato, il quale di buon grado riconosce il servizio prestato nelle scuole paritarie ai fini delle GAE, poiché le stesse paritarie contribuiscono a garantire un servizio didattico fondamentale sul territorio italiano alleggerendo di fatto il peso della popolazione scolastica e dei docenti con le relative spese che ciò comporterebbe per lo Stato stesso, non tenga in debito conto il servizio svolto da questi docenti, negando loro la possibilità di accedere a pubblico concorso anche se magari da anni si dedicano all’insegnamento con la stessa passione e dedizione di colleghi che insegnano in scuole statali.

Sottolineo che chi insegna nelle scuole paritarie spesso lo fa come scelta obbligata, poiché vuole garantirsi (e garantire ai suoi studenti) quella continuità didattica che non di rado nelle scuole statali è un miraggio, visto il turbillon di cattedre che si avvicendano negli anni e di supplenze temporanee che frammentano l’attività didattica. Inoltre, come noto, i docenti che insegnano nelle scuole paritarie percepiscono stipendi mediamente molto inferiori rispetto ai loro colleghi che lavorano nello Stato, eppure proprio in questo modo esimono lo Stato dal loro mantenimento, visto che sono stipendiati dalle scuole paritarie presso cui lavorano.

Ritengo l’esclusione di docenti che hanno anni di insegnamento nelle scuole paritarie dal concorso straordinario annunciato dal ministro del MIUR una discriminazione incostituzionale e profondamente ingiusta; se lo Stato non reputa l’insegnamento in questi istituti allo stesso livello di quello nelle scuole statali, non capisco perché mai debba essere riconosciuto il servizio alla stessa stregua, con lo stesso punteggio, ai fini delle GAE: mi pare evidente che lo Stato sconfessi se stesso e agisca con inspiegabile contraddizione. Se è infatti noto che vi sono istituti non statali nei quali gli standard di insegnamento non sono garantiti né equiparabili ad alcune scuole statali (nel cui novero, tra l’altro, ve ne sono diverse su cui sarebbe opportuno discutere), è altrettanto vero che vi sono scuole paritarie caratterizzate da serietà, rigore, azione educativa di notevole spessore.

Insomma: non tutti sono “diplomifici”, anzi, vi sono anche molte eccellenze. Lo Stato dovrebbe, a mio giudizio, ponderare bene il titolo di “paritarie” e assegnarlo solo agli istituti meritevoli e garanti di correttezza ed efficacia pedagogica, declassando gli altri a scuole legalmente riconosciute. In tale situazione un docente saprebbe preventivamente se il suo servizio sarà riconosciuto pienamente o meno, e agirebbe di conseguenza con maggiore consapevolezza. Siamo di fronte a un grande inganno, oserei dire un bluff: per anni un docente che insegna nelle scuole paritarie si sente dire dallo Stato che gli viene riconosciuto lo stesso punteggio di servizio che spetta ai docenti della scuola statale, ma in vista del traguardo lo Stato stesso cambia le carte in tavola ritrattando e negando quanto affermato fino a quel momento, escludendo il docente di cui sopra da un concorso pubblico, indetto sempre dallo Stato.

Ho personalmente sperimentato questa inspiegabile diversità di trattamento, vera e propria discriminazione, nel momento in cui sono stato immesso in ruolo: per la ricostruzione di carriera e per la graduatoria interna di istituto 9 anni sui 13 totali svolti nel pre-ruolo non mi sono stati computati, e questo ovviamente influisce sulla definizione dei docenti perdenti cattedra e sugli scatti di anzianità (per la cronaca, chi si trovasse in questa situazione e facesse ricorso, avrebbe la vittoria assicurata da parte del TAR, come più sentenze dimostrano: non si capisce perché un principio riconosciuto giusto non venga applicato ipso factu a tutti e sia necessario che il singolo faccia ricorso, con tutto ciò che comporta in termini di tempo, energie, denaro… Questo è un mistero che non riesco davvero a spiegarmi).

Eppure per anni anch’io ho contribuito all’istruzione pubblica (per quanto non statale, ma pur sempre pubblica!) e all’educazione delle giovani generazioni, togliendo allo Stato la seccatura di collocarmi nelle supplenze e sollevandolo così dall’onere contributivo nei miei confronti. Quanto appena affermato è confermato dallo Stato stesso: altrimenti non mi avrebbe riconosciuto i 12 punti riconosciuti per ogni anno di servizio. Ciò sta per accadere con l’esclusione di chi ha anni di esperienza nell’insegnamento solo perché in maniera del tutto arbitraria qualcuno ha deciso di porre dei paletti che non hanno giustificazione alcuna se non quella dovuta a posizioni preconcette e pregiudiziali, rischia di creare una distinzione tra docenti (e scuole) di serie A e di serie B, con l’assurdo avallo e anzi con l’imprimatur del MIUR. Nel silenzio generale delle forze politiche e dei sindacati (forse i docenti in tale situazione sono un numero poco significativo e quindi non appetibile ai fini elettorali e del tesseramento?) sta per verificarsi un’ingiustizia che rimanda all’incostituzionalità e alla discriminazione arbitraria: il risultato sarebbe (uso ancora, ottimisticamente, il condizionale) la creazione di un manipolo di nuovi esodati, nel settore della scuola, che non hanno voce in capitolo né santi in Paradiso: semplicemente, per anni di impegno, dedizione, passione si sono fidati dello Stato, che sul più bello si è poi rimangiato la parola. In sostanza: finchè non mi chiedi il posto fisso e l’assunzione a tempo indeterminato, il tuo servizio vale come quello dei tuoi colleghi delle scuole statali, ma ora che indico un concorso a cattedra, ti escludo. Potrebbe essere accettabile se fosse dichiarato preventivamente, il che non è: ognuno, sapendolo, sceglierebbe con consapevolezza se continuare a insegnare nelle scuole paritarie o rimpinguare le fila dei supplenti temporanei o annuali nelle scuole statali. In siffatta maniera si è di fronte, invece, a un atto di tradimento che lede la fiducia del cittadino lavoratore verso lo Stato.

Mi appello a Voi perché portiate questa tematica, secondo me centrale per la credibilità del sistema, all’attenzione del Governo, del ministro Fioramonti e dei sindacati, aprendo un confronto sul merito della questione: sembra che non interessi a nessuno, forse proprio per i relativamente piccoli numeri dei docenti coinvolti, ma il principio di equità dovrebbe superare la caccia al voto di gruppi di interesse o corporazioni più o meno cospicue. Non credo che l’Italia si meriti un’altra svista del tipo di quella che ha riguardato gli esodati. Auspico che ci siano i margini per discutere della questione e per intavolare una trattativa inserendo anche la categoria di docenti delle scuole paritarie tra coloro che possono accedere al concorso a cattedra: Vi chiedo di farvi portavoce affinché il vincolo di aver insegnato per almeno tre anni non faccia distinzione tra i docenti delle scuole statali e quelli delle paritarie, come già avviene per il riconoscimento del servizio annuale per le GAE.

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