Docenti inidonei, difficile trafila per tornare ad insegnare

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Solo attraverso il racconto di un’esperienza vissuta si riesce a trasmettere compiutamente il danno arrecato dal ministro Giannini, il 1° Aprile del 2014, a tutti gli insegnanti sottoposti ad accertamento medico.

Questi infatti, a far capo da quella data, sono costretti, a recarsi al Collegio Militare Ospedaliero di Roma (CMO di II istanza) dopo aver inoltrato ricorso al giudizio medico-legale emesso dalla Commissione Medica di Verifica del capoluogo regionale (CMV di I istanza).

La misura intendeva evidentemente scoraggiare i lavoratori a impugnare il giudizio di I istanza, rendendo loro di proposito più ostica tutta la procedura a causa della lunga e costosa trasferta nella capitale con relativo pernotto (la convocazione è prevista per tutti inderogabilmente alle 7.30 del mattino). Prima di passare al racconto della vicenda è bene sottolineare altre due “peculiarità” dovute all’improvvida decisione ministeriale: a) il lavoratore costretto a recarsi a Roma è sempre in condizioni di salute, quantomeno precarie, per affrontare un viaggio e talvolta non è nemmeno in grado di deambulare o trasportato in sedia a rotelle; b) le spese di trasferta e pernotto raddoppiano o triplicano in quanto c’è da sostenere i costi anche per il medico di fiducia e l’eventuale accompagnatore.

Per questi motivi è preferibile lasciar trascorrere un mese dall’emissione del giudizio medico-legale che si vorrebbe impugnare e poi presentare una nuova richiesta di accertamento medico in CMV: si evita così di ricorrere alla CMO. Questa procedura è percorribile poiché non vi è alcun limite al numero di accertamenti medici che il lavoratore può inoltrare nel corso della carriera lavorativa, proprio in virtù del fatto che lo stato di salute può cambiare in qualsiasi momento.

La vicenda

Contrariamente a quanto sono solito consigliare (vedi sopra), ho dovuto suggerire a una docente, che chiedeva di essere riconosciuta idonea per tornare in cattedra, di presentare ricorso alla CMO di II istanza a Roma. Il giudizio medico-legale della CMV, contraddicendo i certificati specialistici, aveva infatti decretato, per il secondo anno di fila, una ingiustificata e sorprendente inidoneità all’insegnamento con idoneità ad altre mansioni. Il caso, certamente complesso, aveva avuto inizio due anni prima con un episodio che era culminato con una sospensione di tre mesi dal lavoro, cui era seguito un accertamento medico d’ufficio (AMU). La docente, a seguito della vicenda, si era fatta subito seguire da uno psichiatra di struttura pubblica che, già dopo tre mesi di terapia e per tutto l’anno successivo, l’aveva ritenuta incondizionatamente idonea all’insegnamento. Tuttavia la CMV, noncurante dei certificati esibiti, si era ostinata a ribadire l’inidoneità della professoressa costringendo la stessa a ricorrere alla CMO di Roma.

(Prima di proseguire nella narrazione della trasferta romana cui ho preso parte come medico di fiducia, desidero sottolineare un errore di fondo commesso dall’amministrazione scolastica che ha dapprima irrogato una sanzione e poi richiesto in seconda battuta l’AMU. In questi casi conviene sempre che il dirigente scolastico operi una diagnosi differenziale per stabilire se la vicenda è di pertinenza/natura “disciplinare” ovvero “medica” e, nel dubbio, di privilegiare la seconda, procedendo sempre prima con l’AMU e non viceversa (cioè con la sanzione) o, peggio, contestualmente). Un accorgimento utile per evitare di trovarsi nella condizione di sanzionare un lavoratore quando il problema è di natura/competenza medica.

Recatici a Roma la sera precedente, dopo la sveglia alle 5, eravamo già di fronte all’Ospedale Militare del Cellio, prima del canto del gallo, in attesa della convocazione. Tutta la mattinata era trascorsa dentro al nosocomio con una estenuante via crucis di 2 Km (impietosamente misurati dal contapassi del cellulare) percorsi faticosamente dal sottoscritto con le stampelle. Prima stazione dalla commissione, poi dallo psichiatra, infine di nuovo in commissione. Al termine delle visite i medici, tuttavia, giungevano alla conclusione che, prima di emettere il nuovo verdetto, sarebbe stato necessario sottoporre la docente a ulteriori test psicodiagnostici e visite specialistiche, sempre a Roma. Ma le sorprese non erano finite: visite mediche ed esami non potevano essere effettuati in una stessa giornata e la professoressa avrebbe dovuto tornare a Roma ancora tre volte. Eravamo fiaccati nel corpo e nello spirito e nel viaggio di ritorno meditammo come affrontare il seguito. La decisione finale fu sofferta ma aveva una sua logica: la docente sarebbe tornata tutte e tre le volte da sola a Roma anche per dimostrare che non aveva più bisogno del medico di fiducia.

Gli esami successivamente svolti a Roma non diedero alcun risultato e così pure i colloqui psichiatrici non evidenziarono nulla se non un tono dell’umore deflesso che, sui certificati prodotti dalla paziente, veniva così giustificato: “La paziente da me seguita, non presentando controindicazione psicofisiche di sorta, è idonea all’insegnamento, mentre l’ulteriore allontanamento dalla sua professione con l’attribuzione di altre mansioni concorre a determinare una condizione depressiva”.

La vicenda, che si svolgeva a Roma tra medici militari, commissioni, “maestra” in attesa di giudizio, richiama alla mente il percorso del Cristo sofferente sballottato tra Erode e Pilato. E così alla fine, la sentenza non poteva che essere pilatesca: per non smentire la CMV di I istanza e non scontentare contestualmente la docente, il tempo di inidoneità all’insegnamento veniva dimezzato (6 mesi anziché un anno) rimandando tutto alla nuova visita in CMV. E il giro di giostra ricomincia.

PS La convocazione della CMO riporta che “si raccomanda l’uso di un abbigliamento consono ed è fatto divieto assoluto di indossare calzoni corti e ciabatte”. Ma davvero c’è qualcuno che alle 7 di mattina si veste in quel modo?

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