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Docenti e tecnostress: cos’è, sintomi e cosa fare

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Le contingenze che stiamo vivendo stanno esponendo gli insegnanti italiani a numerosi fattori di stress, che si intrecciano tra esperienze personali, familiari, esistenziali, e lavorative.

Se lo stress lavoro-correlato nel mondo della scuola è un tema sempre più – anche se ancora non abbastanza – studiato e documentato, in questo momento il tecnostress rappresenta una declinazione del disagio lavorativo particolarmente concreta e sentita.

COS’È IL TECNOSTRESS

Il tecnostress (in inglese technostress) è un costrutto definito per la prima volta dallo psicologo americano Craig Brod in un libro del 1984, The Human Cost of the Computer Revolution (Addison-Wesley Publishing Complany); l’epoca, per la rivoluzione digitale, è chiaramente preistorica, ma il contenuto è attualissimo e offre una chiave di lettura per molte dinamiche di oggi.

Brod definisce così il tecnostress:

a modern disease of adaptation caused by an inability to cope with the new computer technologies in a healthy manner. It manifests itself in two distinct but related ways: in the struggle to accept computer technology, and in the more specialized form of over-identification with computer technology“.

Dunque “un moderno disturbo di adattamento causato dall’incapacità di avere a che fare con le nuove tecnologie informatiche in una maniera sana. Si manifesta in due modalità distinte ma correlate: nella difficoltà di accettare le tecnologie informatiche, e nella forma più specifica di super-identificazione con la tecnologia informatica.

TECNOSTRESS NELLA SCUOLA

Sembra che queste due dimensioni coincidano quasi perfettamente con il vissuto degli insegnanti di fronte alle tecnologie: da un lato vediamo infatti una forte resistenza all’ingresso della tecnologia nel mondo della scuola, dall’altro una tale immedesimazione da far diventare la dimensione digitale pervasiva anche rispetto ad altre dimensioni dell’esistenza, al di là di quella professionale.

Abbiamo così un atteggiamento qualche volta polarizzato, tra chi vorrebbe senz’altro fare a meno della tecnologia, come si faceva fino a pochi anni fa – una sorta di luddismo applicato a tablet e PC – e chi entra così a fondo nella logica tecnologica da lasciarle più spazio di quello che la dimensione professionale richiederebbe.

AGIO E DIS-AGIO

Il primo aspetto ha a che fare con il senso di insicurezza, a volte quasi di impotenza, di fronte allo strumento tecnologico, sia nel senso del funzionamento “materiale” di un device, sia nel senso dell’utilizzo del software e dei vari applicativi. Il vissuto di insicurezza è già di per sé uno dei fattori dello stress lavoro-correlato, ma diventa esasperato nel momento in cui l’unica mediazione del proprio lavoro diventa lo strumento digitale. È quello che l’esperienza della Didattica a Distanza e della Didattica Digitale Integrata fa prepotentemente emergere.

Contrariamente a quanto si potrebbe a prima vista immaginare, non si tratta semplicemente di competenze: il mondo digitale, nato per semplificare la vita e il lavoro, è d’altra parte complesso e a volte tentacolare: risolto un problema se ne crea un altro, e le conoscenze acquisite non bastano mai.

In vero d’altra parte che nel mondo della tecnologia quello che non si sa, si può facilmente imparare, perché le informazioni sono ovunque, soprattutto nell’era di Google.

Quante volte chiediamo all’esperto informatico – l’assistente tecnico, un collega “smanettone” – come si fa, qual è l’impostazione giusta, quando una semplice ricerca su Google ci risolverebbe il problema in pochi minuti? Nella nostra disciplina, invece, dove ci sentiamo sicuri, sappiamo invece perfettamente dove reperire le informazioni, e magari usiamo con disinvoltura quello stesso Google che invece non ci viene in mente di interpellare quando si tratta di risolvere un problema tecnologico.

In informatica – ma forse non solo – l’esperto per definizione non è quello che sa tutto, ma colui che sa dove trovare le informazioni per risolvere i problemi nel minor tempo possibile.

Si tratta dunque più di un mindset che di conoscenze o competenze acquisite o da acquisire; l’equivalente di quello che da tempo la psicologia chiama resilienza – la capacità di sfruttare al massimo le proprie risorse per affrontare i problemi.

A volte però è tale l’entusiasmo e voglia di mettersi in gioco, che la dimensione digitale, soprattutto nella sua capacità di mantenere in connessione le persone, diventa l’orizzonte delle giornate. E poichè il digitale pervade ormai anche la nostra vita non professionale, i confini tra professionale e personale diventano sempre più labili.

In tempi di didattica a distanza espressioni come “sono sempre connessa”, “lavoro il triplo”, “sono molto più impegnato di prima” sono diventate familiari e quotidiane. Sempre però con un’ambivalenza tra una gratificazione narcisistica (che non è di per sé negativa!) e una reale espressione di disagio. Probabilmente entrambi gli aspetti convivono, ed è opportuno diventare consapevoli della loro coesistenza.

I SINTOMI DEL TECNOSTRESS

Il tecnostress è qualcosa di molto meno aleatorio e generico di quello che si potrebbe immaginare.

L’Inail, ad esempio, se ne sta occupando ormai da alcuni anni (solo per fare un esempio, nel documento del 2016 ICT e lavoro: nuove prospettive di analisi per la salute e la sicurezza sul lavoro, e in numerose successive pubblicazioni correlate).

Da un punto di vista nosografico e classificatorio, l’elenco dei sintomi del tecnostress è talmente ampio da comprendere molti dei grandi e piccoli disagi fisici e psichici che accompagnano la vita quotidiana di una grande fetta della popolazione: difficoltà di concentrazione, ansia, iperattività, sintomi muscolo-scheletrici e oculovisivi, emicrania….

Le implicazioni più rilevanti dal punto di vista psicologico sono il senso di essere impotenti di fronte ad una tecnologia poco conosciuta e dominabile, e la difficoltà a separare la vita lavorativa da quella personale – aspetto, quest’ultimo, che come abbiamo visto può essere però anche fonte di una certa dose di gratificazione.

Nella situazione specifica dello smartworking, l’iperconnessione potrebbe essere vista come una forma di compensazione dell’assenza di presenza fisica.

Questo accade anche nella stessa comunicazione audiovisiva attraverso le videochiamate, ad esempio nelle lezioni online (ma vale anche nella clinica, ad esempio nei colloqui psicologici online): l’assenza di una buona parte dell’apparato non verbale della comunicazione, fa sì che si cerchi istintivamente di ipercompensare questa assenza con un’intensificazione dei fattori residui (la voce, i gesti visibili a video, le espressioni facciali).

Tutti sperimentiamo la necessità ad esempio di verificare l’efficacia della comunicazione (“mi senti bene?”), attraverso la funziona fàtica della lingua, che serve a verificare che il funzionamento della trasmissione del messaggio (come quando al telefono diciamo “Pronto?”); lo facciamo in un modo mai sperimentato in presenza, dove altri segnali non verbali, come il movimento del corpo, la postura, sono in grado di comunicare continui feedback sull’efficacia della comunicazione in atto.

Il “costo” della necessità di questo controllo continuo sulla comunicazione, è certamente un fattore di forte stress e di affaticamento (per chi vuole approfondire, sono questi i temi della Prammatica della comuncazione classicamente affrontati dalla Scuola di Paolo Alto e dai lavori di Watzlawick)

COSA FARE

  • Distress ed eustress

La psicologia ci insegna che lo stress non è di per sé negativo, ma è piuttosto un termine neutro, che indica la reazione di un soggetto alle modificazioni dell’equilibrio tra sé e l’ambiente. Il distress è quello stress “cattivo” che rappresenta una reazione emotivamente negativa di fronte ad un evento avverso (una difficoltà relazionale, una difficoltà lavorativa, un problema di salute), mentre l’eustress rappresenta quella stimolazione positiva che ci proviene dall’ambiente, che ci attiva e ci rende in grado di porci e realizzare obiettivi e di assumerci responsabilità (la nascita di un figlio, una promozione sul lavoro).

Occorre prendersi un momento di pausa per valutare, ad esempio di fronte ad una repentina richiesta di intensificare le attività digitali, quali siano le difficoltà da affrontare e quali le opportunità per se stessi. Questo è un lavoro sul piano cognitivo.

  • Buone relazioni

C’è poi un piano emotivo: qui sono di grande aiuto le emozioni sociali, il supporto di una rete di relazioni che, magari anche a distanza, può aiutare a diminuire il senso di impotenza. Le relazioni tra pari (i colleghi ad esempio) possono sostenerci in quella difficile sensazione di avere un compito più grande di noi in relazione agli strumenti che abbiamo a disposizione, come se ci fosse chiesto (dall’altro, dalle istituzioni, dai superiori) l’impossibile.

Avere una persona disponibile a spiegarti come si usa un software, ad ascoltare uno sfogo, ad immaginare come usare meglio un’applicazione, cambia completamente la tonalità emotiva della situazione. Come diceva Alfred Adler (uno dei fondatori della psicoanalisi insieme a Freud e Jung), i problemi che impattano sul benessere psicologico di una persona, sono sempre invariabilmente sociali: il disagio non è mai “in sé”, ma sempre legato alla presenza o assenza di una rete di rapporti, positivi o negativi, a maggior ragione in quel compito vitale fondamentale che è il lavoro.

  • Atteggiamento meditativo

Può essere utile anche un atteggiamento mutuato dalla mindfulness e dall’atteggiamento meditativo: alcuni ostacoli della tecnologia digitale non hanno un rimedio alla nostra portata; se un’impostazione sbagliata può essere corretta solo da un amministratore, se la connessione internet ha una banda quantitativamente determinata, se il server di un servizio online è temporaneamente online…qualunque sia la nostra reazione emotiva in quel momento, dobbiamo dirci che non possiamo fare nulla per risolvere quella situazione. Non dipende da noi.

Se invece c’è qualcosa che possiamo fare, ma l’ansia ci blocca, prendiamoci un momento di pausa e proviamo a chiedere aiuto nel modo più funzionale e meno reattivo (domandiamoci: quando un assistente tecnico può aiutarci di più, quando gli scriviamo “non va!” o quando il messaggio è “cliccando sul pulsante x mi compare la scritta y e non posso procedere”?).

  • Convivere con lo stress

Si può convivere con lo stress, o distress che sia, non perdendo altri fattori di benessere. Questo ha a che fare con la nostra concezione di benessere e di salute (anche mentale), a volte un po’ troppo polarizzata: o le cose vanno bene o vanno male.

Occorre invece, come sostiene ad esempio Mario Bertini (Psicologia della salute, Cortina 2012), passare da una concezione bipolare della salute (salute e malattia sono due estremi opposti di un segmento) ad una concezione bivariata: salute e malattia sono come due semirette di un angolo, che coesistono; per cui io sarò sempre ad un certo livello di salute e ad un certo livello di malattia, in un equilibrio che varia nel tempo.

Così, ad esempio, il b (tante ore, da solo, davanti al PC, con una tecnologia a volte bizzarra) può magari convivere con un eustress relazionale, magari perchè mi sento parte di una comunità educante che sta lavorando per garantire il diritto allo studio degli utenti della scuola.

DIGITALE, CIOÈ REALE

Da ultimo, occorre chiarire un equivoco che sta alla base di molte dinamiche disfunzionali, ad esempio quelle dei comportamenti antisociali che nascono sul web e sui social, come nei fenomeni del cyberbullismo.

Gli “immigrati digitali”, come ormai si usa dire, fanno spesso questa equazione: digitale=virtuale=non reale. È vero esattamente il contrario, e per nativi digitali è scontato: tutto ciò che avviene online, ad esempio in una relazione educativa così come in una clinica, è assolutamente reale. Se una persona ti maltratta verbalmente online, il malessere che ne scaturisce non è affatto virtuale, ma è molto reale, anzi a volte più intenso in quanto mancano possibilità di feedback e altri segnali per interpretare a tutto tondo la situazione e le intenzioni dell’altro.

Anche il tecnostress, dunque, che pare un problema tutto sommato secondario, perchè “tecno”, dunque digitale, dunque virtuale, è in realtà molto reale, e una buona dose di malessere che avvertiamo, e che magari non sappiamo interpretare, può essere appunto legato ad esso. Sapere che esiste e imparare a riconoscerlo è il primo passo per riuscire ad affrontarlo.

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