Docenti devono saper leggere bene ad alta voce, ecco perché

di Eleonora Fortunato
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Saper leggere ad alta voce, ecco una cosa che tutti gli insegnanti credono di saper fare bene. Un libro appena uscito ci svela che le cose non stanno esattamente così…

La lettura, il corpo, la voce. Fondamenti linguistici e neurali della lettura ad alta voce” (Giovanni Fioriti Editore, Roma 2018) ci mette, infatti, di fronte a tutti i nostri limiti, suggerendo strategie performative in grado di rinvenire e vivificare le tracce di oralità presenti nei testi. Ne abbiamo parlato con l’autore, Paolo Sessa, studioso di linguistica e per molti anni docente di Lingua e Letterura inglese nei Licei.

Professor Sessa, ci vuole riassumere quali fondamentali processi neurologici e cognitivi è in grado di attivare la lettura ad alta voce e come mai lei la considera una forma di comunicazione interpersonale al pari della comunicazione verbale?

“La lettura ad alta voce dei testi letterari è un’attività che fonda una relazione intersoggettiva tra lettore e ascoltatore e che mette in moto vaste aree del cervello sia nell’uno che nell’altro. A parte le cortecce (comprese le aree di Broca e di Vernicke) che sono maggiormente coinvolte negli aspetti semantici, ad essere coinvolto è l’intero sistema sottocorticale limbico (amigdala, insula) che processa le componenti emotive del linguaggio. Quando parliamo (o leggiamo un testo scritto) una parte consistente del messaggio è di tipo emozionale e si affida alla qualità della voce e soprattutto ai parametri prosodici (intonazione, volume, ritmo, etc.) che un testo scritto spesso suggerisce esplicitamente o lascia intuire. Questi aspetti del messaggio stabiliscono e fissano un livello di relazione intersoggettiva nella quale possono determinarsi processi di empatia (fra personaggi in un romanzo o fra lettore e ascoltatore) che hanno a che fare col funzionamento del c.d. “sistema specchio”. Per questa ragione, una lettura nonchalant, irrispettosa dei fattori prosodici del testo, massacra il testo e distrugge ogni possibilità di relazione empatica che è spesso alla base della comprensione. Infatti, noi non comprendiamo solo attraverso processi cognitivi, ma anche attraverso processi emozionali”.

Come la mettiamo col fatto che spesso anche noi insegnanti non siamo assolutamente preparati alla lettura espressiva e che talvolta ci improvvisiamo in questo ruolo massacrando – per usare la sua stessa espressione – ritmi, accenti, significati?

“Ma non abbiamo blaterato per anni che la nostra scuola deve insegnare più a fare che a sapere, che le competenze e le abilità sono più importanti dell’astratto sapere? E che cos’è la lettura ad alta voce se non una competenza? Se gli insegnanti non sono preparati, si istituisca una disciplina ad hoc nelle università, nei corsi di formazione e di aggiornamento. Massacrare il ritmo in poesia equivale a massacrare il significato del quale il ritmo è il veicolo naturale. Leggere male i testi letterari a scuola equivale ad allontanare per sempre gli studenti dalla letteratura. Per uscire da questo impasse, la prima tappa è prendere coscienza del problema, e poi cercare le soluzioni che non possono essere personali, ma di sistema. Ecco, questo libro vuole innanzitutto lanciare un allarme e poi fornire alcune utili indicazioni per affrontare il problema”.

Quali tecniche performative suggerirebbe per giungere a una buona esecuzione? In che modo apprenderle?

“Innanzitutto, occorre evitare di sovraccaricare il testo di accenti, inflessioni, enfasi che il testo non ha né apertamente suggerisce. Occorre che l’insegnante diventi quasi un prestatore d’opera nei confronti dell’autore: deve prestare la sua voce all’autore e ai personaggi affidandosi al buon senso: se l’autore suggerisce di correre (come la mamma che fugge dalle fiamme per salvare il figlioletto in ‘Inferno’ XXIII) corra; se deve andare al passo (come gli ipocriti vestiti di piombo, ibid.), vada al passo; se gli suggerisce di gridare (come fa Lear disperato sotto l’infuriare della tempesta) gridi (o, comunque, non biascichi parole sussurrate); se deve mormorare un “adagio” (come nell’ultima strofa dell’ ‘Aquilone’ di Pascoli) si adegui. E così per gli altri parametri prosodici. In che modo apprendere queste cose? Innanzitutto acquisendo un bagaglio minimo di linguistica teorica (non si capisce perché una laurea in lettere o in lingue straniere non debba prevedere almeno un paio di corsi di linguistica); e poi, leggendo ad alta voce e imparando a rispettare il testo, ricordandosi che, assieme ad onorare il padre e la madre, occorre onorare anche ogni singolo suono dell’alfabeto; e che ogni suono ha la sua dignità e non ama gli atti di cannibalismo coi quali divoriamo spesso metà delle parole che dovremmo pronunciare”.

Leggere un testo ad alta voce in maniera espressiva significa recitarlo?

“Io non credo che la lettura ad alta voce sia un atto mimetico: non credo che occorra mettersi nei panni di un altro (ad es. un personaggio); né che bisogni mimare voce o gesti. Questo sarebbe recitare e i testi letterari non si recitano, così come non si declamano: si recita a teatro (o in Parlamento) e si declama nelle piazze. Prenda la poesia (ma va bene anche un brano dei ‘Promessi sposi’): non credo sia necessario e persino opportuno mimare Don Rodrigo o Fra Cristoforo; occorre semplicemente seguire le indicazioni prosodiche suggerite dall’autore o saperle inferire dal contesto. La lettura non sopporta i procedimenti enfatici del palcoscenico, né le roboanti performance delle declamazioni che fanno apparire tutto più “nobile”, anche la più innocente delle filastrocche. Sarebbe come suonare Fra Martino con un’orchestra sinfonica: si può fare, ma manca la materia prima. Quindi, leggere ad alta voce non è recitare né tantomeno declamare.”

Già i pensatori antichi avevano riflettuto sulla perdita di significato a cui la scrittura, e quindi la lettura silenziosa, condannano un’opera narrativa, poetica etc. – pensiamo alla severa critica di Platone nel Fedro – ma questo appare più vero per alcuni generi e meno per altri. Lei, per esempio, nel libro sottolinea che la prosa scientifica è forse l’unica a guadagnare qualcosa anziché perderla in questo passaggio, divenendo più chiara e meno emotiva… Ma forse anche la perdita di questa emotività del discorso scientifico non è da sottovalutare.

“La scrittura, per sua natura, è di necessità orfana della essenziale componente prosodica del discorso orale; per questo Platone diceva che la scrittura è l’immagine riflessa della verità ma non era la verità. Sono d’accordo con lei che la perdita di emotività non è mai da sottovalutare, neanche nel discorso scientifico; dico semplicemente che in questo caso si perde di meno proprio perché si può perdere solo ciò che si ha; e certamente un discorso scientifico possiede una minore componente emotiva di un brano di letteratura. Insomma, è più semplice trascrivere la ricetta della nonna che la descrizione di Minosse nel canto V dell’ ‘Inferno’ o ‘A la nue accablante tu’ di Mallarmé. Il problema è capire quanto perdiamo in termini di partecipazione emotiva nei due casi e quanta oralità possiamo recuperare nella lettura dei due testi scritti”.

Mi hanno molto colpita le osservazioni che lei fa a proposito della reazione degli ascoltatori di fronte ad eventuali errori compiuti durante l’esecuzione della lettura, più o meno severa in base al grado di sincerità e di narcisismo del lettore. Questo ha molto a che vedere con la sfera dell’etica…

“L’ascoltatore tende a giudicare quello che gli si offre: se il lettore mette in primo piano la performance piuttosto che il testo, è evidente che l’uditorio non gli perdonerà errori di lettura perché sarà la performance ad essere giudicata. È quello che accade nella declamazione e, a volte, nella recitazione da palcoscenico di testi poetici. Il lettore ad alta voce conserva al testo un ruolo di primo piano per cui un involontario tic verbale o un eventuale errore di pronuncia saranno più tollerati. Se il lettore sta lì ad esibire le sue acrobatiche capacità di dizione e poi si perde sbagliando l’accento di una parola o prendendo respiro laddove avrebbe dovuto inseguire l’immagine, allora, al di là di ogni atteggiamento etico, è evidente che si è cucito addosso i panni del condannato”.

Nella pratica didattica quotidiana, è auspicabile che i ragazzi abbiano davanti il testo e lo seguano con lo sguardo oppure è opportuno che ascoltino e basta?

“Non so se un sistema sia migliore dell’altro. Dipende anche dal testo (ad es., se si tratta di un testo in lingua straniera dipende dal grado di conoscenza della stessa). In linea generale, credo che una prima lettura, purché sia pienamente espressiva dei valori del testo, potrebbe essere fatta senza che gli studenti siano distratti dalla carta stampata. In questo caso, è, comunque, necessaria un’altra lettura col testo davanti. E poi, il testo va analizzato perché si possa giungere all’obiettivo finale: una buona lettura da parte degli studenti, che equivale alla comprensione del testo. Leggere bene è già capire”.

Che cosa pensa della lettura metrica dei testi di poesia? Pratica indispensabile o tecnicismo?

“Io non sono per la lettura metrica, semplicemente perché la poesia non vive nel metro, ma nel suo ritmo; metro e ritmo a volte possono anche coincidere, ma ciò accade raramente nella grande poesia. Naturalmente, ogni ritmo tradisce un metro di base dal quale partono tutte le deviazioni che fanno grande un componimento poetico (come accade con la musica). Questo, l’insegnante dovrebbe capirlo bene e sempre: solo così saprà quando valorizzare il metro e quando le sue deviazioni ritmiche. A proposito della poesia classica, neanche i romani leggevano ossequiando il metro: perché dovrebbero farlo i nostri studenti? Tuttavia, tralasciare di leggere la metrica di Virgilio non significa che la si debba sconoscere”.

Ritiene che il suo libro sia in controtendenza con la nuova scuola delle competenze?

“Prima bisognerebbe capire cosa sia questa strana scuola delle competenze e tutto l’inutile dibattito che le ruota attorno da un paio di decenni. In genere, pare che per competenza si intenda un “saper fare”; ma cosa? Cosa dovrebbe saper fare uno studente liceale? Il fabbro, il muratore, l’idraulico? Neanche in questi casi si può fare senza sapere. Immaginiamo poi cosa questo possa significare per un medico, un ingegnere! Immagino un chirurgo che sa perfettamente operare ma non sa cosa sta facendo e quali relazioni ci siano tra l’organo su cui sta operando e il resto del corpo. Il guaio dei nostri studenti è che sanno fare troppe cose, specialmente nel campo dei nuovi sistemi di comunicazione, ma non sanno “cosa” comunicare. Sanno “fare” ma spesso non sanno. In ogni caso, questo libro sulla lettura, il corpo e la voce non è in controtendenza con l’idea di saper fare perché la lettura ad alta voce è una competenza, un saper fare. Solo che per saper fare bene, quando si legge un testo, bisogna sapere un sacco di cose (ed ecco la scuola dei saperi). Il male della nostra scuola è che non si riesce a mettere insieme e trasformare in cultura i contenuti che si studiano; per cui ogni sapere resta spesso isolato tanto che si fa fatica a credere che il Cartesio degli assi in matematica sia lo stesso Descartes del ‘cogito ergo sum’. Malgrado tutte le discussioni sull’interdisciplinarietà, si continua a studiare per compartimenti stagno: una cosa è la vita di Shakespeare, un’altra le sue opere, due rette parallele che non si incontrano neanche all’infinito. Per saper fare è necessario sapere; e avere un’idea generale dei fondamenti linguistici e neurali dell’attività di lettura ad alta voce aiuta insegnanti e studenti a usare corpo e voce in modo consapevole al fine di recuperare i contenuti di oralità del testo sui quali viaggiano le emozioni dell’autore e dei suoi personaggi. Privato delle emozioni, un testo può parlare solo ad automi che hanno un metronomo al posto del cuore’.

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