Docenti con 3 anni di servizio: per il Consiglio di Stato l’abilitazione è “semipiena”

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I docenti che hanno svolto tre anni di servizio sono qualificati per effettuare supplenze, tuttavia non sono equiparabili al personale che ha partecipato e superato il concorso. La precisazione arriva dalla VI Sezione del Consiglio di Stato, che ha deciso sull’istanza cautelare formulata da alcuni ricorrenti, mentre ha fissato, per la discussione, la camera di consiglio dell’11 febbraio prossimo. I tre anni di docenza rappresentano un’abilitazione “specifica” con inserimento in terza fascia delle graduatorie di istituto, ma chi ha partecipato e superato un esame abilitante viene inserito in altre fasce delle graduatorie a cui l’amministrazione scolastica attinge per la chiamata in servizio.

La vicenda

Alcuni docenti si sono rivolti al Consiglio di Stato, impugnando la sentenza del TAR Lazio n. 13059/2020, resa tra le parti, e concernente l’annullamento, previa sospensione cautelare ed inserimento con riserva nella Prima Fascia delle Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS) e (contestualmente) nella Seconda Fascia delle Graduatorie d’Istituto, dell’Ordinanza del Ministero dell’Istruzione n. 60/2020, avente ad oggetto “Procedure di istituzione delle graduatorie provinciali e di istituto di cui all’articolo 4, commi 6-bis e 6-ter, della legge 3 maggio 1999, n. 124 e di conferimento delle relative supplenze per il personale docente ed educativo”, nella parte in cui non consente l’inserimento nella I Fascia delle Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS) e nella II Fascia delle Graduatorie d’Istituto, anche in appositi elenchi aggiuntivi, dei docenti che hanno maturato almeno tre anni di servizio presso istituti scolastici statali di scuola secondaria, già muniti di titoli idonei a ricoprire posti di insegnamento nelle classi concorsuali d’interesse, e nella parte in cui non consentono la scelta delle Istituzioni Scolastiche tramite modalità alternative alla piattaforma telematica ministeriale “Istanze online”.

La richiesta

I docenti hanno chiesto la condanna del Ministero a disporne l’inserimento, anche in appositi elenchi aggiuntivi, nella I Fascia delle Graduatorie Provinciali per le Supplenze e nella II Fascia delle Graduatorie d’Istituto, nelle Province e classi concorsuali d’interesse, con effetti “definitivi” o, in subordine, per la condanna al risarcimento dei danni per equivalente.

La mancata equiparazione tra lo svolgimento del triennio e l’abilitazione piena

Nel rigettare le pretese cautelari dei docenti (contestualmente fissando, per la discussione, la camera di consiglio del 11 febbraio 2021), il collegio osserva che il d.l. n. 126/2019 dà rilievo ai tre anni di servizio come requisito per l’accesso ad un concorso avente effetto abilitante e non comporta alcuna equiparazione fra lo svolgimento del triennio e l’abilitazione “piena” che si consegue per effetto dei corsi abilitanti (ormai esauriti) o dei concorsi abilitanti (ai quali viene ammesso il personale avente tale servizio in precariato) per la logica stessa della legge che tanto dispone (ossia l’ammissione alla partecipazione al concorso straordinario).

L’abilitazione alle supplenze

Per l’effetto, il personale avente tre anni di servizio è professionalmente qualificato ed è abilitato all’insegnamento ai fini delle supplenze (abilitazione “specifica” con inserimento in terza fascia delle graduatorie di istituto stabilita dall’art. 5 del D.M. 13 giugno 2007) ma non può aspirare ad essere equiparato a chi abbia partecipato con successo ad un corso o ad un concorso abilitante che viene inserito in altre fasce delle graduatorie a cui si ricorre per la chiamata in servizio essendo nella discrezionalità del legislatore nazionale modulare l’accesso alla professione per assicurare un sistema di valutazione adeguato.

La distinzione tra abilitazione piena e semipiena

La distinzione concettuale fra abilitazione piena e specifica o “semipiena”, si ricava dal sistema che è incentrato, appunto, sulla centralità della valutazione degli insegnanti come professionisti, principio di valutazione sicuramente conforme al diritto europeo che demanda poi ai singoli legislatori nazionali di modulare le regole della professione, salvo un eventuale controllo dell’assetto disciplinare così delineato dal legislatore nazionale, da parte della CGUE.

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