Docenti “Bruciati vivi” un romanzo noir sul disagio psicologico

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Abbiamo più volte trattato di burnout che risulta caratterizzato da esaurimento psicofisico, atteggiamento apatico/cinico nei rapporti interpersonali, sentimento di frustrazione a fronte di aspettative professionali elevate, infine perdita del controllo degli impulsi. Sappiamo anche che questa “condizione” può avere origine prevalentemente sul posto di lavoro, oppure nella vita di relazione (es. in famiglia), senza però trascurare la predisposizione personale a svilupparlo che è contenuta nei nostri cromosomi in diversa misura.

Sebbene il burnout sia stato recentemente riconosciuto dalla comunità scientifica come “condizione” (ICD-10), non ha ancora assunto la valenza di vera e propria “patologia”, lasciando stagnare in un limbo la questione riguardante le malattie professionali degli insegnanti. Se dunque da una parte premono gli stereotipi che l’opinione pubblica nutre sugli insegnanti, dall’altro ci troviamo privi di una diagnosi medica che riconosca ufficialmente una malattia professionale. Sono ormai trent’anni che non si esce da questo impasse e ai docenti si riconosce una semplice “condizione” (il burnout appunto), nonostante Francia, Inghilterra e Germania parlino senza giri di parole di disturbi psichiatrici, rischio suicidario e prepensionamenti per motivi di salute psichica per la categoria docente.

Il burnout è purtroppo una condizione che la gran parte dei docenti non conosce, se non quando vi è finita dentro e soprattutto non ne comprende la natura. L’usura psicofisica è indubbiamente dovuta alla particolare tipologia di relazione con l’utenza. Questa presenta peculiari caratteristiche ed è rivolta alla medesima utenza, continuativa, protratta nel tempo, asimmetrica, intergenerazionale, senza maschera, minoritaria, affetta dal fenomeno Dorian Gray al contrario (il docente invecchia mentre lo studente “ringiovanisce” a ogni cambio di ciclo).

La situazione pertanto ci induce, in ogni occasione, a parlare il più possibile della salute degli insegnanti, delle sue tutele e delle manifestazioni di malattia dal loro esordio. Ogni forma per aprire e tener vivo il dibattito è pertanto la benvenuta.

A tal proposito reputo importante segnalare un libro di narrativa da poco uscito, Bruciati vivi di Daniela Stallo (Arkadia editore). L’autrice è un’insegnante che attraverso un noir racconta in modo avvincente una storia di burnout che si intreccia con una storia di delitti. Gli ingredienti ci sono tutti: protagonista una docente donna, età avanzata, anzianità di servizio elevata, stanchezza fisica, esaurimento emotivo, disamoramento della scuola, pendolarismo, somatizzazioni, incomprensioni familiari e via discorrendo. Anche attraverso un romanzo si può acculturare la categoria che, pur essendo la più numerosa, conosce troppo poco se stessa e la sua salute.

Buona lettura

Recensione

Luisa Marinai, un’insegnante pendolare da trent’anni, racconta, in una cronaca-diario, un anno scolastico. La sua è una scuola di un paesino. Vive in città, in un appartamento in zona e viaggia ogni giorno su una strada tra nebbia e acqua, ondate d’acqua. Sente un suono dentro il cuscino come fosse un acufene proveniente dall’orecchio, vuuuuuuu, che la angoscia. Crede che provenga dai cantieri navali, ma non ce ne sono nelle vicinanze. Stanca, demotivata, disillusa, l’emicrania la trafigge come una spina di rosa conficcata in un punto variabile della testa.

Il marito, che gestisce un negozio di ferramenta, è ossessionato da una partita di trapani difettosi, non vede altro. Luisa non ama più gli alunni, l’amica, i genitori. Si nutre di pastina al burro e buste di funghi surgelati. Lo svilimento della sua vita si riflette anche nel suo frigorifero.

È inseguita da una Golf che la perseguita sulla superstrada, un tizio con gli occhi blu la spaventa, la tallona, la sorpassa, e lei vorrebbe, con un punteruolo, bucare quegli occhi di ghiaccio.

Luisa vorrebbe uno stipendio diverso, un uomo diverso. Vorrebbe un altro lavoro, ma le basterebbe un trasferimento, una sede più vicina, senza la strada e la pioggia, perché spera ancora che ci sia una scuola che possa renderla felice.

Crede, in fondo, che in un lavoro migliore stia la felicità e chiede ai suoi colleghi di esprimere i propri desideri, che cosa vorresti ci fosse nella scuola per essere felice? Li trascrive in liste ossessive che ha in animo di mandare al ministro.

Viaggia con un bloccasterzo, le serviva, un tempo, come antifurto dell’auto, ora lo tiene nella bauliera, la fa sentire al sicuro.

Poi un giorno, a novembre, in maniera non del tutto lecita, Luisa viene in possesso di una somma di denaro caduta dal cielo. Pensa che la sua vita finalmente potrà cambiare. E invece un paio di omicidi si mettono sul suo percorso: qualcuno muore, in questo viaggio di follia tra strada, camion, pioggia e persone invisibili.

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