Docente va in pensione, ma deve restituire 8 mila euro per conguagli dagli anni 70

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A un docente in pensione si chiedono indietro 8mila euro dopo decenni. Il TAR Lazio con sentenza del 12 agosto 2019 numero 10519 tratta un caso interessante.

Viene proposto ricorso al TAR da un docente in pensione, contro l’atto della Direzione provinciale dei servizi vari del Dipartimento provinciale del Ministero dell’economia e delle finanze la quale nei primi anni 2000, comunicava al ricorrente il recupero a suo carico di un credito erariale dell’importo di euro 8.822,00, a titolo di conguaglio delle partite stipendiali relative al periodo dalla fine degli a’70 sino ai primi anni ‘90.

Fatto

Il ricorrente impugnava il tutto eccependo, giustamente, tra le varie questioni, “ che l’atto impugnato avrebbe presumibilmente omesso di considerare i periodi di servizio preruolo. Tali periodi avrebbero dovuto, tuttavia, essere computati, in quanto prestati sulla base di un titolo di studio da ritenere idoneo, ossia il diploma di istruzione secondaria di secondo grado e che la richiesta di recupero delle somme sarebbe inammissibile perché tardiva, essendo trascorso un lasso di tempo irragionevolmente lungo dalla corresponsione delle retribuzioni, tanto da far emergere sia la buona fede del percipiente, sia anche la presumibile destinazione delle somme al soddisfacimento dei bisogni primari del lavoratore e della sua famiglia”.

A prescindere dal tempo decorso è interesse dell’Amministrazione attivarsi per recuperare il credito

Il TAR non accoglie il ricorso, e sul punto della questione dell’ampio decorso del tempo, così si pronuncia.

Il recupero di tali somme costituisce il risultato di una attività amministrativa, di verifica, di controllo, priva di valenza provvedimentale; in tali ipotesi l’interesse pubblico è in re ipsa e non richiede specifica motivazione: infatti, a prescindere dal tempo trascorso, l’oggetto del recupero produce di per sé un danno all’Amministrazione, consistente nell’esborso di denaro pubblico senza titolo ed un vantaggio ingiustificato per il dipendente.”. In questa prospettiva, la medesima sentenza ha chiarito che “Si tratta dunque di un atto dovuto che non lascia all’Amministrazione alcuna discrezionale facultas agendi e, anzi, configura il mancato recupero delle somme illegittimamente erogate come danno erariale; il solo temperamento ammesso è costituito dalla regola per cui le modalità di recupero non devono essere eccessivamente onerose, in relazione alle condizioni di vita del debitore (cfr. Cons. Stato, sez. III, 9 giugno 2014, n. 2902; idem, 28 ottobre 2013, n. 5173).”. L’affidamento del pubblico dipendente e la sua stessa buona fede non sono perciò di ostacolo all’esercizio del recupero, “per cui l’Amministrazione non è tenuta a fornire un’ulteriore motivazione sull’elemento soggettivo riconducibile all’interessato (cfr. Cons. Stato, sez. III, 12 settembre 2013, n. 4519; idem, sez. V, 30 settembre 2013, n. 4849).”. È parimenti recessivo, infine, “il richiamo ai principi in materia di autotutela amministrativa sotto il profilo della considerazione del tempo trascorso e dell’affidamento maturato in capo agli interessati (cfr. ex plurimis Cons. Stato, sez. III, 4 settembre 2013, n. 4429; idem, 31 maggio 2013, n. 2986; idem, 10 dicembre 2012, n. 11548).” (così ancora TAR Lazio, n. 10760 del 2017, cit.).

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