Docente suicidatosi perché accusato di presunto maltrattamento, che sia di monito

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Non c’è niente da dire, la Francia è molto avanti a noi. Non certo per aver vinto i mondiali di calcio, ma perché sa fare “gioco di squadra”.

Dal lontano 1789 agli odierni gilet gialli sanno coinvolgere la massa, motivarla, muoverla come un sol uomo, trovando le buone ragioni tra le righe del loro famoso triplice motto (Liberté, Égalité, Fraternité). E ora tocca alla scuola che è stata letteralmente abbandonata, come da noi, da politica e istituzioni. Anche in questo settore i francesi sono arrivati primi, nel 2005, segnalando il malessere psicofisico dei docenti che faceva registrare sorprendentemente il più alto tasso di suicidi tra tutte le categorie professionali. Nel 2009, dati analoghi giungevano dal Regno unito, infine dalla Germania nel 2015. Dell’Italia non si sa ancora niente perché l’Ufficio III del MEF si ostina a non rilasciare i dati nazionali sull’inidoneità all’insegnamento a Università e sindacati che vogliono arrivare finalmente a riconoscere le malattie professionali degli insegnanti all’alba del terzo millennio. Sempre la Francia, a fronte dei dati preoccupanti e inattesi, ritenne opportuno affiancare subito la competenza di uno specialista psichiatra a tutti i docenti che volevano farne richiesta cui, evidentemente, non era sufficiente il medico di base. Ma gli insegnanti videro lo stesso crescere le difficoltà del loro lavoro caratterizzato, sempre più spesso, da scontri con studenti e loro genitori. Tali problematiche sfociavano spesso in costosi scontri legali che hanno indotto il 70% dei docenti francesi a tutelarsi con una polizza del costo di circa 70 euro/anno.

E ora la storia recente, riportata sull’articolo del Corriere della Sera del 27.03.19. (https://www.corriere.it/esteri/19_marzo_26/francia-rivolta-insegnanti-23c3c27a-5000-11e9-9cdd-977ff5d346c8.shtml), che vede coinvolto un docente di scuola primaria di 57 anni in una storia di Presunti Maltrattamenti a Scuola. Il suo nome è Jean Willot, descritto come “esperto, calmo, più portato alla dolcezza che alla severità”. Questo il racconto che ne fa il giornale: “Martedì 12 marzo alla fine della ricreazione il maestro chiede a uno dei suoi allievi, 6 anni, di spostarsi perché è seduto sui gradini e i compagni non riescono a passare. L’alunno non si muove, risponde male al maestro e infastidisce gli altri bambini. Dopo molti tentativi, Willot lo prende per un braccio e lo sposta, il bambino struscia con la schiena sulle scale, si fa un graffio. L’indomani, la madre dell’allievo va in commissariato e presenta denuncia per «violenze aggravate su minore». Giovedì 13 marzo la direzione della scuola informa il maestro della denuncia, e gli trasmette la convocazione per il giorno successivo al rettorato, dove dovrà spiegarsi. La sera stessa, alcuni genitori lo chiamano sul telefonino e lo insultano.

La mattina di venerdì 14 marzo il maestro Jean Willot accompagna la moglie in stazione e poi le dice che ha bisogno di prendere aria, «vado a correre nel bosco». Intorno alle 16, dopo ore di ricerche di polizia, gendarmi e cani, lo ritrovano impiccato a un albero della foresta di Montmorency. Lascia una lettera nella quale spiega di non avere fatto niente di male e non sopporta di doversi difendere da accuse assurde…”.

I colleghi si sono organizzati e, attraverso il loro movimento “Pas de Vague” (non smuovete le acque) nato di recente e così chiamato per scimmiottare l’immobilismo cui invitano le istituzioni, hanno ottenuto un minuto di silenzio nelle scuole di tutta la Francia per commemorare il gesto disperato di Jean. La testata chiarisce altri aspetti fondamentali:Jean Willot non era depresso, ripetono parenti e colleghi, ma esasperato e solo. Il ministro dell’Istruzione, Jean-Michel Blanquer, ha impiegato oltre 10 giorni per reagire, e lo ha fatto ieri con un tweet di circostanza. Domenica prossima, alle 14, marcia silenziosa di colleghi e concittadini in omaggio al maestro abbandonato.

Fin qui il drammatico episodio francese cui desidero solo aggiungere una considerazione: “Come si sentiranno ora quei genitori che hanno sporto denuncia? Riusciranno a sfuggire a quella gogna mediatica che aveva travolto il maestro ed ora tende a ribaltarsi su di loro? Insomma, cui prodest la soluzione dei Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) a base di denunce e processi penali?”.

In Italia non abbiamo avuto casi di questo genere per PMS, ma qui richiamiamo due dati importantissimi su cui vale la pena riflettere. Il primo è l’aumento esponenziale del fenomeno (47 maestre indagate in tutto il 2018 e già 28 nel primo trimestre del 2019) che quest’anno come minimo raddoppierà. Il secondo consiste nel fatto che statisticamente il sesso maschile ricorre al suicidio 4 volte più di quello femminile (e forse l’episodio francese non è casuale): ciò equivale a dire che la stragrande componente femminile del corpo docente è di per sé un freno ai suicidi (nonostante ciò l’insegnamento risulta essere la categoria professionale a più alto tasso suicidario), ma non per questo dobbiamo trastullarci e rifugiarci nell’immobilismo istituzionale, politico e sindacale. Un’ultima considerazione deriva dalla mia esperienza personale nel seguire decine di maestre incappate in denunce per PMS: la maggior parte di loro mi ha confessato di aver pensato al suicidio come soluzione e unica via d’uscita alla vicenda. Non reggono all’accusa, come il povero Jean, né alla gogna mediatica che ha trovato nei social un nuovo canale capillare e intrusivo per trasmettere odio e fare la caccia alle streghe.

Uscire dalle maglie della giustizia quando sei caduto nella rete è oltremodo difficile uscirne anche a causa dei ben noti limiti nei metodi d’indagine quali: audiovideoregistrazioni (AVI) nascoste e potenzialmente illimitate; analisi delle AVI da parte di non-addetti-ai-lavori; selezione esclusiva di videoclip avverse con montaggio di trailer ad hoc; decontestualizzazione per l’estrapolazione delle scene contestate; drammatizzazione delle trascrizioni eseguite sempre da non-addetti-ai-lavori.

Le indagini ispettive a carico di un docente sono svolte da personale specializzato (ispettori ministeriali), perché per un procedimento penale potenzialmente più grave rispetto ad uno disciplinare non si fa altrettanto?

www.facebook.com/vittoriolodolo

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