“Docente sostegno” ad alto rischio di usura psicofisica: due testimonianze

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Sull’usura psicofisica degli insegnanti di sostegno vi è un solo studio nazionale del 2009 che rileva dati allarmanti da verificare: secondo la ricerca, i “sostegnisti inidonei all’insegnamento” presenterebbero livelli di disagio psichico addirittura superiore ai loro colleghi curricolari. Nel riportare due testimonianze di segno opposto, desideriamo sottolineare come la sintomatologia di esordio, e la manifestazione del disagio presentino nel tempo le stesse caratteristiche nei diversi livelli di insegnamento.

Prima testimonianza

Gentile dottore, ho trovato per caso il suo contatto sul web e mi sono permessa di scriverle. Purtroppo, in dieci anni di lavoro non mi è mai capitata una cosa del genere. Lavoro in una scuola dell’infanzia sul sostegno con un caso veramente tosto. Purtroppo, sono anche in un mio periodo personale particolare. Da un mese circa ho cominciato a soffrire di attacchi di panico e crisi d’ansia anche perché vessata da una collega di sezione, che non fa il suo dovere, si permette di giudicare sempre il mio operato e io non ce la faccio più. Mi sono rivolta anche a una psicologa per delle sedute di psicoterapia per vedere se mi può aiutare. Al momento quello che vorrei sapere è come posso uscire da questo stato depressivo. Penso di mettermi in malattia ma non so se serve perché sarei sempre soggetta a visita fiscale durante la reperibilità. Ho tentato di chiedere uno spostamento di classe ma mi è stato rifiutato. Ho chiesto un colloquio col dirigente ma non mi riceve. Io continuo ad andare a scuola ma col cuore che mi scoppia. Non ho mai vissuto queste situazioni. Se potesse darmi dei consigli gliene sarei davvero grata.

Riflessioni

Nella storia spiccano subito due particolari: esordio precoce (dopo 10 anni) e improvviso (parossistico) del malessere psichico. L’ansia e gli attacchi di panico si presentano quando meno te li aspetti e senza alcun preavviso. Che la responsabilità sia dovuta in gran parte alla collega insopportabile potrebbe essere vero ma resta pur sempre il sospetto che scaricare la colpa su chi ti sta intorno possa costituire un maldestro e banale tentativo per rifuggire dalle proprie responsabilità e giustificare il malessere che presenta ben altre radici. In questo caso, tuttavia, la nostra maestra si rivolge correttamente a uno specialista poiché realizza di non poter venire a capo da sola del problema. Un ulteriore dato positivo è rappresentato dal fatto che la docente afferma di trovarsi “in un periodo personale particolare”. Infatti, oltre a quella professionale, vanno sempre considerate/valutate le altre due variabili che condizionano la salute mentale: le dimensioni relazionale o extraprofessionale (famiglia, frequentazioni, stili di vita, malattie, lutti etc) e quella genetica valutabile con l’anamnesi familiare. Nel caso in esame non sappiamo quale tipo di difficoltà stia attraversando l’insegnante: fisiologica (es. menopausa con depressione) o relazionale (es. separazione), ma saranno comunque da affrontare con l’ausilio dello specialista. I tentativi di soluzione ipotizzati (mettersi in malattia pur soggetti a reperibilità, trasferirsi presso altra classe o altro ancora) vanno discussi col terapeuta perché non finiscano per sortire un danno peggiore di quello esistente. Indubbiamente da stigmatizzare il comportamento del dirigente scolastico che si nega di fronte alla legittima richiesta di colloquio del suo subordinato in difficoltà.

Seconda testimonianza

Ho 39 anni e sono insegnante di sostegno di ruolo dal 2011. Ho sempre svolto il mio lavoro senza mai nessun problema anzi, ricoprendo anche ruoli importanti nei due Istituti Comprensivi in cui ho lavorato. Sono sempre stata stimata da alunni, genitori e colleghi. A marzo, in un momento particolare della mia vita, ho fatto la scelta peggiore che potessi fare: chiedere il trasferimento su classe comune. Sono sempre stata una persona molto sensibile ed ansiosa, precisa, maniaca del controllo. Così, a settembre, nel momento in cui mi sono trovata nel nuovo ruolo di insegnante curricolare, non sono riuscita nemmeno a entrare in classe. Non riuscivo né a programmare, né a insegnare. Ho svolto servizio solo i primi due giorni in compresenza, cercando di mascherare gli attacchi di panico (stavo così male che per poco non ho fatto chiamare i soccorsi), dopodiché sono rimasta a casa in malattia, cadendo nella depressione più nera. Mi sentivo ridicola, l’unica al mondo in una situazione del genere finché ho preso coraggio ed ho contattato i collaboratori della mia Dirigente che, fortunatamente, mi hanno compresa e hanno fatto di tutto per convincere la DS a dirottarmi sul potenziamento (cosa che mi sento assolutamente in grado di fare). La DS si è lasciata convincere a darmi questo incarico dopo molto tempo ma non ha voluto ricevermi. Dovrei iniziare la prossima settimana, al termine del periodo di malattia. Nel frattempo, dopo visita psichiatrica ho iniziato ad assumere psicofarmaci perché ero arrivata addirittura a non alzarmi neanche dal letto alla mattina. Tuttora sono in lenta ripresa. Inutile dire che vivo nel terrore di non riuscire a rientrare su sostegno… Non ho mai avuto problemi psichiatrici prima d’ora, ma questa esperienza mi ha cambiato la vita, e davvero sento di non potercela fare nel ruolo di insegnante di classe, non voglio nemmeno dirlo cosa farei piuttosto di rientrare su classe, sono terrorizzata. Le chiedo come posso muovermi per tutelarmi in caso fosse necessario: ovviamente sto conservando tutto, relazioni delle visite psichiatriche, scontrini dei medicinali. La mia vita si è trasformata in un incubo da cui non so se e quando riuscirò ad uscire. La ringrazio per la disponibilità.

Riflessioni

Questa volta è proprio un trasferimento a fungere da detonatore: passare dal sostegno alla classe si rivela insostenibile contro ogni pronostico. La maestra riscopre i fantasmi della propria personalità: “sensibile, ansiosa, precisa, maniaca del controllo”. Non è davvero il massimo per chi svolge una professione ad alta usura psicofisica e si accinge a fare un ulteriore salto professionale. Increscioso essere dapprima “stimati da alunni, genitori e colleghi” per poi ritrovarsi a cercare di mascherare gli attacchi di panico (dissimulazione), senza nemmeno poter contare sul dirigente scolastico che si rifiuta di riceverti. Assolutamente deleterio e senza speranza il “sentirsi ridicola, l’unica al mondo in una situazione del genere” perché, come tutta la categoria, completamente ignara delle malattie professionali cui sono esposti gli insegnanti. E l’esito della vicenda, come ci si può aspettare, non è dei migliori: “non riesco ad alzarmi dal letto, mi sento terrorizzata, non posso uscire da casa”. Il ricorso allo psichiatra diviene perciò d’obbligo, come pure alla farmacoterapia sotto rigoroso controllo medico. Vi sono soluzioni a questa situazione, chiede la maestra? Certamente! La risposta più corretta è quella data dalla legge (artt. 28-36-37 DL 81/08) che indica la via per tutelare la salute del lavoratore: leggano bene i dirigenti scolastici (in particolare quelli che si rifiutano di parlare coi loro sottoposti), perché tocca proprio a loro redigere il DVR e realizzare la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato rendendo i lavoratori edotti degli strumenti a loro disposizione per difendersi dalle malattie professionali (es. accertamento medico d’ufficio o a richiesta in CMV). La salute degli insegnanti è cosa seria e non si può pensare di ignorare la questione, magari approcciandola con inutili questionari quasi fosse un’ennesima pratica burocratica da sbrigare distrattamente. I dirigenti scolastici hanno un debito formativo nei confronti dei loro docenti che è poi lo stesso debito che gli USR hanno con gli stessi Capi d’Istituto: tutto scritto nero su bianco (quasi cinque lustri fa) nell’ignorato DM 382/98. Ciascun attore del mondo della scuola – nessuno escluso – formuli ora con urgenza le necessarie autocritiche e si ravveda.

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