Docente di religione, troppi contratti da precaria. Ministero condannato. “Ho ottenuto giustizia. Diciamo che mi sento più serena, prima ero arrabbiata” [INTERVISTA]

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“Avrei voluto passare di ruolo, dopo tanti anni di servizio nella stessa scuola, ma a due passi ormai dalla pensione temo di non riuscirci più. Ma con questa sentenza sento di avere ottenuto la giustizia che mi meritavo. Diciamo che mi sento più serena, prima ero arrabbiata”. È questo il commento a caldo che ci ha rilasciato la docente di Religione cattolica protagonista di una battaglia giudiziaria culminata con la condanna del Ministero della pubblica Istruzione a risarcirle il danno da eccessiva reiterazione dei contratti a termine.

Il Tribunale di Modena, città dove lavora l’insegnante, le ha riconosciuto dieci mensilità, tanti quanti sono stati gli anni d’incarico annuale, alla data in cui, due anni fa, la donna, 54 anni, in servizio quasi sempre nella stessa scuola primaria della città emiliana come docente di Religione cattolica, aveva deciso di rivolgersi alla sua legale, Irene Lo Bue, del Foro di Parma, che per conto del sindacato Anief l’ha assistita nella vertenza con i colleghi Fabio Ganci e Walter Miceli. Dieci anni – ogni volta dal 1 settembre al 31 agosto di ogni anno scolastico – senza mai uno stacco, destino che l’accomuna da decenni a migliaia di docenti di ogni disciplina.

Lei, che preferisce non rivelare il proprio nome, ammette di essere stata molto delusa da uno Stato che non le ha consentito di ottenere la stabilizzazione, sebbene abbia insegnato sempre nella stessa scuola “a parte il primo anno, quando insegnavo nella provincia modenese”, spiega la maestra, che pure aveva chiesto con il ricorso la trasformazione del contratto in rapporto a tempo indeterminato.

Ma questo obiettivo si può raggiungere solo con il superamento di un concorso: “Arrivata a 54 anni – spiega – ormai non ci spero più visto che i concorsi in questo settore sono fermi da molti anni. Tra quattro anni utilizzerò l’opzione donna e andrò in pensione. Peccato, perché adoro questa professione, ho un ottimo rapporto con i bambini, non arrivo mai a casa stressata, non mi pesa. Più che altro avrei desiderato il posto di lavoro fisso, come gli altri, ma ormai è andata così”. La donna, prima di approdare nella scuola pubblica aveva lavorato per dodici anni in una scuola privata per l’infanzia e prima ancora nel commercio.

“Ho lasciato il settore – racconta – perché avevo i titoli per l’insegnamento e nel tempo ho realizzato che mi sarebbe piaciuto insegnare a scuola. Devo dire che fino ad alcuni anni orsono tenevo particolarmente al ruolo, è per questo che ho fatto causa per ottenere la stabilizzazione o quanto un risarcimento”. Ora la maestra, che condivide il successo con tanti altri colleghi anche di altre discipline che nel tempo hanno ottenuto questo tipo di risultato per via giudiziale, avverte un senso di giustizia: “Sono contenta, avrei voluto essere assunta ma per me è stata una soddisfazione, perché penso di meritarmelo dopo tanti anni di lavoro. E dire che la legge stabilisce che dopo 36 mesi di servizio spetta l’assunzione a tempo indeterminato”. Oppure il risarcimento, che ha ottenuto.

Ma tanti non conoscono l’opportunità e non fanno ricorso. “Forse le persone non sanno. Io stessa l’ho appreso attraverso Facebook e mi sono rivolta al sindacato. Se tanti lo facessero, lo Stato si deciderebbe quanto meno a fare un concorso anche per Religione cattolica. Ormai chi si avvicina all’insegnamento sa che prende quel che c’è. In ogni caso mi sento più serena per avere avuto giustizia per ciò che mi spetta”.

Secondo la sua legale Irene Lo Bue, “la sentenza diventa un apripista sulla questione dei docenti di Religione Cattolica che vengono assunti dal 1 settembre al 31 agosto di ogni anno spesso sulla stessa scuola e che non possono essere immessi in ruolo se non con specifici concorsi”.

Si dice soddisfatto Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “perché questa sentenza conferma la coerenza del nostro operato, anche in sede giudiziaria. Continuare a ignorare le norme che configgono con l’abuso dei contratti a termine, anche in presenza del record di posti vacanti e delle supplenze da conferire, a settembre saranno 250mila, significa non volere adeguarsi alla realtà. Ancora di più perché in questo modo l’amministrazione si accanisce contro gli stessi docenti, uno ogni quattro, che ogni mattina permettono alle nostre scuole di assolvere al meglio a uno dei servizi essenziali e più delicato che lo Stato è chiamato ad assolvere: la formazione dei giovani”.

La docente aveva chiesto di essere stabilizzata per avere “prestato più di 36 mesi di servizio alle dipendenze del MIUR su posti vacanti e, comunque, in assenza di esigenze sostitutive di personale temporaneamente assente”.  I legali, dopo avere fatto riferimento alla mancata considerazione delle indicazioni, da parte della nostra amministrazione, rispetto a quanto espresso dalla Corte di Giustizia Europea per evitare l’abuso dei contratti a termine, hanno chiesto la stabilizzazione della decente e “in estremo subordine” anche “di accertare e dichiarare l’illegittimo e abusivo superamento della soglia dei 36 mesi di servizio (prestato per ragioni non temporanee e non imprevedibili né tanto meno per esigenze sostitutive di personale temporaneamente assente) e, conseguentemente condannare le parti convenute al risarcimento danno” a causa proprio della “abusiva reiterazione di contratti a termini”. Inoltre, gli stessi legali hanno fatto osservare che “la CGUE ha, inoltre, ribadito che il rinnovo dei contratti a termine per rispondere a una “ragione oggettiva” ai sensi della clausola 5 punto 1 lettera a) dell’accordo quadro deve servire a soddisfare esigenze di carattere provvisorio”. Nelle motivazioni di accoglimento del ricorso, il giudice ha fatto riferimento all’alto “numero di contratti a termine succedutisi nel corso degli anni senza soluzione di continuità” è dovuto anche alla mancata attivazione di procedure concorsuali: “dopo un primo concorso svolto dopo l’entrata in vigore della legge 186/2003, nel 2004”, si legge nella sentenza, “non sono stati più indetti i concorsi a cadenza triennale previsti dalla normativa”.

Per giudice, inoltre, “deve certamente riconoscersi il diritto degli insegnanti al risarcimento del danno subito per la precarizzazione cui sono stati sottoposti. Nel caso di specie ricorre, in sostanza, l’indebita precarizzazione in cui consiste il c.d. danno comunitario da reiterazione dei contratti a termine e da ciò deriva, secondo i principi delineati dalle Sezioni Unite, l’esonero dalla prova del concreto pregiudizio”. In conclusione, il giudice ha stabilito che “nel caso di specie la reiterazione abusiva ha avuto luogo, sino alla data della presente pronuncia, per circa 10 anni scolastici completi, sicché, alla luce dei criteri sopra richiamati, si stima equo individuare l’indennità risarcitoria nella misura pari a 10 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, attribuendo una mensilità risarcitoria ogni 12 mesi di abusiva reiterazione (oltre il trentaseiesimo mese), considerato il limite minimo di 2,5 mensilità”.

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