Docente da 40 anni in servizio chiede di rimandare la pensione: legittima la risoluzione del rapporto di lavoro?

WhatsApp
Telegram
Pensione Quota 100

La Sezione Lavoro della Cassazione (Ordinanza n. 39153 del 09/12/2021) ha affrontato la questione del licenziamento di un docente per aver raggiunto l’anzianità contributiva di 40 anni, confermando, come i precedenti due giudici di merito, la legittimità dell’operato del MIUR.

La lettera di risoluzione del rapporto di lavoro

Nel 2010, un dirigente scolastico aveva comunicato a un docente di ruolo della scuola statale, che aveva raggiunto l’anzianità contributiva di 40 anni, la risoluzione del rapporto di lavoro. Il docente si è rivolto alla giustizia chiedendo la condanna del MIUR alla riammissione in servizio ed al risarcimento del danno. Secondo il docente, il Ministero non aveva fondato la risoluzione del rapporto di lavoro sul criterio che avrebbe dovuto seguire, cioè la effettiva esistenza di esuberi. Per lo stesso docente vi era stata un’applicazione irrazionale del criterio della risoluzione generalizzata del rapporto di lavoro dei dipendenti che avessero maturato il requisito di anzianità contributiva, in quanto vi permaneva una pluralità di colleghi di lavoro rimasti in servizio.

La motivazione del licenziamento

Sempre secondo la tesi difensiva sposata dal docente, l’atto del dirigente scolastico era motivato per relatione, attraverso il rinvio alla direttiva del MIUR del 4 dicembre 2009 n. 94, alla nota del MIUR del 29 gennaio 2010, alla nota dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia, direzione generale di Milano. Il MIUR, nella direttiva del 4 dicembre 2009 n. 94, aveva infatti previsto che la facoltà sarebbe stata esercitata nei confronti di tutto il personale docente, educativo ed ATA che avesse raggiunto il requisito contributivo alla data del 31 agosto 2010 e del 31 agosto 2011, al fine di evitare l’insorgere di esuberi e favorirne il riassorbimento. La Cassazione ha evidenziato che il criterio della risoluzione generalizzata non era subordinato alla esistenza effettiva di esuberi o alla necessità del loro riassorbimento: l’evitare o riassorbire gli esuberi era, piuttosto, un obiettivo. Solo per i dirigenti scolastici la risoluzione era prevista in presenza di situazioni di effettivo esubero. Si trattava di criterio razionale e che impediva disparità di trattamento.

L’inammissibilità della richiesta di risarcimento

La domanda risarcitoria del docente non avrebbe potuto trovare accoglimento, comunque, anche in ipotesi di ritenuta illegittimità del recesso, in quanto non vi era alcuna prova ed, in alcuni casi, neppure adeguata allegazione del danno. Quanto al danno patrimoniale, individuato nella differenza tra il trattamento stipendiale ed il trattamento pensionistico, il Ministero aveva negato l’esistenza di tale differenza ed il docente non aveva indicato l’ammontare degli emolumenti percepiti prima e dopo il pensionamento. In ordine al danno non patrimoniale, non soltanto mancava la prova di un danno alla professionalità o all’immagine, ma ancor prima ogni allegazione degli elementi utili a dimostrarne la ricorrenza. Tali dati di fatto erano vieppiù necessari in quanto il docente era ormai alla fine della carriera scolastica, perché avrebbe raggiunto l’età pensionabile l’anno successivo al suo collocamento a riposo. In definitiva, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso.

WhatsApp
Telegram

ASUNIVER e MNEMOSINE, dottorato di ricerca in Spagna: cresci professionalmente e accedi alla carriera universitaria con tre anni di congedo retribuito