Diventare insegnanti, un’epopea a lieto fine. Lettera

di redazione
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Inviato da Emanuela Cicoira – Diciamoci la verità: ormai diventare insegnanti è più complicato che diventare medici.

Si comincia dalle graduatorie di III fascia, quelle a cui possono accedere i laureati che abbiano in curriculum gli esami previsti per ogni classe di concorso (e già lì, tra vecchi e nuovi ordinamenti universitari, non ci si capisce quasi niente). Poi attacchi con le supplenzine di 3 giorni, di due settimane, un po’ di qua e un po’ di là, bassamente augurandoti che la collega malata non guarisca tanto presto, così magari racimoli un punto in più per il prossimo triennio. Dopo una buona gavetta da tappabuchi, cominciano ad arrivarti addirittura le supplenze fino a fine anno, tipo 4 ore da aprile agli scrutini: cose incredibili, sconvolgenti, ai confini della realtà! E però, se non vuoi morire così, di “supplenzite”, passando i giorni liberi a controllare la posta in maniera ossessivo-compulsiva, prima o poi ti toccherà abilitarti.

Bandiscono un nuovo TFA? Allora vai, si parte: 3 esami per essere ammesso, una barca di soldi – chiedi un prestito ai tuoi a fondo perduto – altri 8/9 esami per uscirne (vivo), un’altra tesi (che, sommata a quelle prese in appalto da universitari facoltosi negli anni passati, fanno 5 tesi in vita tua), lezioni tutti i giorni, 500 ore di tirocinio e intanto, per non patire la fame, la mattina continui a lavorare. Esci dalla 2^A da insegnante ed entri nella 1^C da tirocinante, oppure, sempre da tirocinante, ti riproponi come i peperoni nella stessa classe che hai avuto l’anno prima: «Prof, ma lei non era già prof?» (a quel punto il tuo manuale di sopravvivenza scolastica è già bello e redatto, ma lasciamo stare). Almeno dalla II fascia puoi aspirare a supplenze annuali.
Finalmente viene bandito l’agognato concorsone per gli abilitati, il terzo negli ultimi 30 anni. Che fai, non lo fai? Certo che sì. Altri libri, altre prove; studi La Buona Scuola, studi la didattica inclusiva, passi lo scritto, ti impegni per passare pure l’orale ché farsi bocciare face to face non è proprio bello… Ok, andata. E ora? In Emilia Romagna tra lo scritto e l’orale passa quasi un anno. Da ciò si evince che, in un imprecisato futuro, da qui all’eternità, dovrebbe uscire una graduatoria di merito e dovresti – ma non osi dirlo – diventare di ruolo.

Luglio 2017. Hai fatto anche quest’anno la domanda di disoccupazione e sei al mare a farti i fatti tuoi sotto l’ombrellone quando, all’improvviso, grande notizia: la graduatoria di merito c’è e il contingente è smisurato. Entriamo in ruolo tutti, ergo devi sollevare le ancor pallide chiappe e ti devi catapultare in men che non si dica a Bologna per scegliere l’ambito territoriale, pena l’assegnazione d’ufficio a Borgonovo Val Tidone, in provincia di Piacenza.
Ecco che si scatena un fuggi-fuggi generale di insegnanti dalle spiagge e dai luoghi di villeggiatura di mezza Italia: figli lasciati ai nonni, treni presi di notte, quattro chat di colleghi concorsisti che trillano continuamente, il gruppo Facebook “Povere anime” – poi “Anime in attesa di giudizio”, poi “The final countdown”, alla fine “Highlanders” – pullula di post. Gli avvisi escono a getto continuo e strane voci, riguardanti oscuri meccanismi di smistamento, rimbalzano da un telefono all’altro. Le graduatorie sono sbagliate: «A me hanno aggiunto 7 punti», «Ma come, io ho preso 32 all’orale, non 30! Ci deve essere un errore di trascrizione…», «Ma allora quello è dopo di te!», “Sì, però sceglierà prima di me!»…
L’Ufficio Scolastico Regionale, inondato di richieste di rettifica, risponde picche: non c’è tempo per ricontrollare il punteggio di 540 persone, bisogna procedere con le operazioni. Lo volete ‘sto ruolo, sì o no? E allora arraffate un po’ quello che capita, al massimo poi fate ricorso.

Quando arriva il tuo turno sono le 8,30 del mattino, sei in piedi dalle 5, a Bologna ci sono 42 gradi all’ombra e ciò che di te non si è ancora liquefatto agonizza nell’atrio di una scuola ricolma di colleghi esagitati. Hai puntato un posto (l’ultimo!) nella bassa reggiana ma hai 6 o 7 colleghi davanti e reciti salmi biblici in aramaico per ingraziarti gli dei e convincerli a conservartelo. I numeri del tabellone continuano a decrescere: Modena A022; Cesena A012 (sembrano le estrazioni del lotto); Ravenna Ravenna Ravenna come se piovesse; una rinuncia (chi è questo folle?), un Rimini… È fatta. Il posto a 40 km da casa, con possibile sede staccata a Fanculandia (sarai mica così sfigato?) è tuo – sempre che tu riesca a convincere il preside a preferirti a un altro che ha scelto lo stesso ambito prima di te, ma questo, poi, è un altro problema. Ti fai avanti tuonando «Reggio 2, A012!» e ti fiondi a firmare. Ed è allora che dentro di te si apre lo scontro finale tra l’apollineo e il dionisiaco. Dioniso, l’istinto, ti dice: “Quasi quasi stavi meglio in II fascia. Una supplenza annuale a due metri da casa non te la levava nessuno. Chi te lo fa fare?”. E Apollo, la ratio: “ma che sei scema? È Il Posto Fisso! Vuoi ancora sentir parlare dell’Avente Diritto? Firma e non rompere i…”.

Vince lui, Apollo, e firmi. Firmi pensando ai tuoi alunni dell’anno scorso, che avresti tanto voluto ritrovare quest’anno e che invece avranno un altro supplente. Firmi pensando che ti alzerai alle 5 del mattino. Firmi pensando che costituisci famiglia unipersonale e l’avvicinamento a te stessa non è previsto. Firmi pensando che non è ancora finita perché ci sarà l’anno di prova e avrai di nuovo un tutor alle calcagna. Firmi, ti alzi e, dopo aver volto gli occhi al cielo come se il soffitto dell’aula magna fosse la Cappella Sistina, arpioni il cellulare e ti affidi a Google Maps: precisamente, dov’è che devo andare?…

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