Diventare insegnante: sogno irrealizzabile! Lettera


Gentile Redazione Orizzonte Scuola,

seguo la vostra pagina ormai da più di qualche mese. La mia aspirazione, fin da quando ebbi la prima coscienza di quello che “volevo fare da grande”, è stata l’insegnamento. 

Gentile Redazione Orizzonte Scuola,

seguo la vostra pagina ormai da più di qualche mese. La mia aspirazione, fin da quando ebbi la prima coscienza di quello che “volevo fare da grande”, è stata l’insegnamento. 

Studiare mi è sempre piaciuto, perché dietro quel verbo, che ha un significato intrinseco di “sforzo”, ho sin da piccolo visto e amato la bellezza del conoscere, di far mio il mondo anche solo con la mente, di vedere non solo le cose che mi circondavano, ma dentro le cose stesse.

Fortunatamente, il mio percorso scolastico è stato ricco di personalità di docenti uniche nel loro genere: non tutte, come è normale che sia, ma alcune mi hanno fatto amare la scuola come poche cose al mondo.

La scuola è stata nella mia vita la mia seconda casa, se non la prima, e con il tempo le mie figure di riferimento, non solo in quella casa, ma nella vita, sono diventati i miei insegnanti. Più o meno dall’epoca della nascita di questo sentimento e stima profondi verso quelle persone, è nato il mio desiderio e la mia ispirazione a diventare anch’io, un giorno, magari, come loro.

Oggi sono un ragazzo di 26 anni, neo-laureato in Scienze linguistiche e Italianistica, con alla base una laurea in Lettere Antiche, e lavoro in una startup digitale, myAppFree, occupandomi di tutto il reparto comunicazione, vendite e marketing.

Il mio lavoro mi piace, e tanto, ma i sogni, quelli per cui ho duramente lottato in questi anni fino all’università, non prestando ascolto a quanti caldeggiavano perché prendessi un ramo di studi più “avvantaggiato per il mercato del lavoro”, i sogni che ho sempre avuto, essere anch’io insegnante, popolano ancora le mie notti e i miei pensieri.

Sogni, dico, perché negli ultimi mesi ho messo da parte ogni mia ispirazione a realizzarli: come potrei fare in un sistema scolastico che a me, non abilitato (ho conseguito la laurea questo marzo), riserverebbe solo supplenze saltuarie che di certo non mi garantirebbero una vita autonoma? Non vivo ormai con i miei genitori da 5 anni, in cui, grazie a borse di studio, lavoretti stagionali e sostegno familiare sono riuscito a mantenermi lontano da casa in semi-autonomia.

Come potrei fare in un sistema scolastico che riserva un concorso di assunzioni a una percentuale limitatissima di (già) docenti?  Come potrei fare in un sistema scolastico che per un corso (ipotetico e fantasma ad oggi) di abilitazione, mi chiederà di versare più di quanto io possa permettermi senza ricorrere a un supporto economico esterno?

Ieri ero al B-App Expo di Milano come myAppFree.

La mia passione per il mio lavoro nel digital, lo ripeto, è grande: quando mi vedi perso nel mio mondo sono dietro alle ultime notizie di tech o a smanettare con l'ultima custom rom disponibile.

Ma ieri in fiera ho trovato anche qualcos'altro, che mi ha rapito più di qualunque tecnologia.

I ragazzi di un istituto tecnico, che erano lì a mostrare i progetti realizzati durante l'anno a scuola, mi hanno incantato con la loro semplicità e con il loro entusiasmo.

Abbiamo parlato per mezz'ora, ma a me sono sembrati minuti, minuti stupendi, quasi il tempo si fosse fermato. Gli ho detto che in realtà potrei essere un loro professore, che mi piacerebbe esserlo. Abbiamo parlato di scuola e dei pregi e difetti nell'avere docenti giovani come me e ne è venuta fuori una triste realtà. Quello che gli manca, hanno detto, è il rapporto umano con gli insegnanti. Non il vederli come amici, sia chiaro, ma come figure che li comprendano, comprendano i loro problemi, si rallegrino per le loro conquiste, e li guidino.

"Abbiamo bisogno di figure a cui ispirarci". Credo che il mio cuore in quel momento si sia spezzato come un vaso di porcellana distrattamente urtato e fatto cadere sul pavimento.

I cocci più vicini venivano dall'amarezza di non poter praticare questo stupendo mestiere perché, per essere violentemente realista, solo con supplenze saltuarie non riuscirei a pagare affitto, bollette, farmi avanzare un tozzo di pane e un giorno mantenere la famiglia che vorrei creare (e a 26 anni, non intravedere ancora neanche la possibilità di farlo, fa veramente tanto male).

Quelli più lontani portavano i segni, cicatrici e ferite vive, di una politica che ha svilito la scuola per anni e l'ha svuotata del suo senso più vero, che non è trasmettere nozioni, ma mostrare a degli occhi assetati di conoscenza cosa si nasconde nelle pieghe della realtà che vivono, diventare per loro, che sono l'equipaggio, l'Ulisse che li spinge a non fermarsi alla superficie, ma a navigare nelle acque del sapEre, che altro non è se non sentire il pieno sapOre della vita.

Alla fine "docente" altro non è se non "colui che indica" e mostra paesaggi la cui vista è preclusa ai più.

Per farlo, però, c'è bisogno di una profonda e reciproca empatia, che, come tutto ciò che è autentico, richiede tempo, pazienza, dedizione, gioie e sofferenze condivise.
C'è bisogno di quel rapporto umano che è vita, e senza il quale nessuna conoscenza, nessun sapere e sapore trovano terreno fertile.

Oggi alla scuola manca proprio questo: stabilità, sicurezza umana e importanza.

La "buona scuola" non è quella di una riforma che di scuola non sa nulla, e si basa su conti astratti (e fatti male), su assunti che non reggono, su principi che non hanno nulla a che vedere con il vero fulcro di una istituzione che, se fosse valorizzata (e non trattata come la vittima sacrificabile di ogni finanziaria, da cui si può sempre e indiscriminatamente tagliare per far quadrare qualche conto sporco) renderebbe la nostra stessa società, che oggi pullula di egoismo, arrivismo e menefreghismo, una risorsa illimitata in termini di valori umani.

Imola, 09/06/16
Michele "magari prof." Lichinchi

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