Disturbi alimentari, non solo anoressia e bulimia. Docenti in prima linea nell’osservazione dei segnali, ma quali sono? Ne parliamo con la psicologa Rosa Cappelluccio

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Quattromila giovani l’anno perdono la vita per anoressia e bulimia, Disturbi dell’Alimentazione (DA) un tempo “riservati” alle ragazze e che oggi allargano il loro raggio d’azione colpendo, sempre più, anche maschi e bambini.
Il governo ha presentato in Senato il Ddl che prevede di introdurre il reato di istigazione ai disturbi alimentari, punibile con multe, che possono andare dai 20 mila ai 60mila euro, fino al carcere. Tutto questo mentre, dal ministro del Lavoro e delle politiche sociali, arriva l’impegno di introdurre lo psicologo a scuola.

Quale deve essere allora il ruolo dell’insegnante, quali i segnali da captare subito, quando informare la famiglia? Come lo sport può essere d’aiuto?

Ne ha parlato ad Orizzonte Scuola la professoressa Rosa Cappelluccio, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, responsabile Area evolutiva di Caserta e docente e supervisore dell’Istituto A. T. Beck. Ha curato l’edizione italiana del libro Dbt Skills nelle scuole, training per la regolazione emotiva negli adolescenti.

Tra le iniziative del Governo, oltre al Ddl c’è anche l’idea di istituzionalizzare il 15 marzo come la Giornata del Fiocchetto Lilla, ovvero la giornata dedicata ai disturbi alimentari e di introdurre nelle scuole psicologi ed esperti dell’alimentazione per segnalare i primi sintomi. Cosa ne pensa?

Devo dire che oltre all’introduzione di uno psicologo a scuola, che possa incontrare i ragazzi aiutarli e capire i primi sintomi, il Ddl punta, come spiega il primo firmatario Balboni, “Alla prevenzione ma anche alla repressione” dei comportamenti illegali, “Perché siamo al limite dell’istigazione al suicidio”. Composta da 5 articoli, la proposta parla di inserire nel codice penale il reato di istigazione “ Pratiche idonee a provocare un disturbo del comportamento alimentare”. In particolare prevede che chiunque, con qualsiasi mezzo, “Anche per via telematica”, determina o rafforza l’altrui proposito di ricorrere a condotte alimentari idonee a rafforzare o provocare disturbi del comportamento alimentare e ne agevola l’esecuzione, “E’ punito con la reclusione fino a due anni e la sanzione amministrativa da euro 20mila a 60mila. Se poi il reato viene commesso nei confronti di una persona in minorata difesa, o su di una persona minore di 14 anni o ancora su di una persona priva della capacità di intendere e di volere, “Si prevede l’applicazione della pena della reclusione fino a quattro anni e la sanzione amministrativa da euro 40mila a 150mila”.

Pene che prenderebbero nel mirino soprattutto i diffusissimi siti Pro Ana e Pro Mia, in Italia almeno 300mila in totale: tra blog dedicati, chat Telegram e profili di presunti coach alimentari, dove decine di giovanissimi in difficoltà si scambiano pericolosi consigli, se non a volte ordini, su come mangiare sempre meno, pesare sempre meno, punirsi per eventuali “sgarri” e condurre un’esistenza basata sulla totale privazione. La proposta del governo mira a riconoscere il disturbo dell’alimentazione come malattia sociale, così sarà più facile fare un lavoro nelle scuole.

Quali sono allora i primi campanelli di allarme a cui un docente deve prestare attenzione?

I bambini e gli adolescenti trascorrono molto tempo a scuola e questo luogo può diventare un grande fattore di protezione all’insorgenza di un Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA). Durante le ore di lezione, di ricreazione e della mensa la figura educativa può osservare quelli che sono definibili come campanelli d’allarme: che sono tutti quei segnali che possono costituire una preoccupazione rispetto allo sviluppo di un DCA o verso altra forma di disagio infantile o adolescenziale. Una volta osservate determinate manifestazioni comportamentali, qualora presente in Istituto, sarebbe opportuno chiedere la consulenza dello psicologo. L’intervento del professionista potrebbe essere indirizzato allo studente stesso, ai suoi familiari, ai docenti e all’intera classe, in ottica preventiva. Inoltre, preziosi risultano essere anche i progetti di sensibilizzazione alla corretta alimentazione, che vanno fatti in collaborazione con i docenti di scienze. Vede, soprattutto per i disturbi dell’alimentazione ci sono sempre segnali precoci che dovrebbero allertare genitori, insegnanti e tutte quelle figure che interagiscono con gli adolescenti.

Ce li può elencare?

In primis, una notevole perdita di peso spesso correlata alla preoccupazione per il peso stesso, per il tipo di alimenti che si mangiano, per le calorie introdotte, il contenuto in grassi e in generale tutta la loro dieta.

Poi ci sono i commenti, frequenti, e l’ansia nel sentirsi grassi o in sovrappeso, nonostante la perdita di peso. Inoltre, c’è la negazione della fame e ci sono scuse accampate per evitare gli orari dei pasti.

A scuola, in particolar modo, l’intervallo e la mensa (laddove c’è) risultano essere i contesti di osservazione privilegiati per un docente, o un educatore, rispetto all’emergere di comportamenti anomali dal punto di vista dell’interazione col cibo. Frequentemente, chi soffre di una difficoltà alimentare tende a evitare i momenti di condivisione del cibo, fornendo una serie di fittizie giustificazioni di natura psico-somatica come mal di testa, mal di pancia, intolleranze o allergie. Quando invece impossibilitati a sottrarsi al contesto mensa, gli alunni con sospetto DCA tendono a mettere in atto comportamenti ben specifici e facilmente identificabili quando li si osserva. Ad esempio, possono strategicamente pranzare sempre accanto ad un compagno di buon appetito che non negherà loro di consumare parte del loro pasto. Sovente, nascondono il cibo nel tovagliolo o lo gettano sotto al tavolo mantenendo una postura rigida e circospetta, nel tentativo di non essere visti dagli insegnanti e dai compagni. Da un’attenta osservazione, soprattutto nei casi di bulimia e anoressia, è possibile notare come dispongano e predispongano il cibo in maniera anomala nel piatto (a volte dividendo scrupolosamente le pietanze, altre volte quasi “pasticciando” gli alimenti tra loro). Al di là del contesto mensa, i campanelli d’allarme che dobbiamo sempre considerare come potenziale manifestazione di un disagio, soprattutto nel caso della possibile insorgenza di un DCA, riguardano tre aree ben precise: il cibo, l’umore, con il comportamento, ed il corpo.

Anoressia e bulimia sono i disturbi più conosciuti? Che differenze ci sono e quali sono, invece, i disturbi meno noti?

In genere l’Anoressia Nervosa si esprime con un controllo rigido e costante sull’alimentazione. Chi ne soffre non “sgarra” mai con il cibo: conta le calorie di ogni porzione e sa con esattezza di quali nutrienti è composta. Se l’Anoressia si manifesta in questa forma, è facile distinguerla dalla Bulimia in cui si hanno, invece, episodi più o meno frequenti di abbuffate, cioè di perdita di controllo sulla quantità di cibo ingerito. Esiste, però, un particolare sottotipo, definito “Anoressia Nervosa con abbuffate/condotte di eliminazione”, in cui si hanno le abbuffate e la messa in atto di azioni compensatorie che, come nella Bulimia, comprendono il vomito autoindotto, l’esercizio fisico compulsivo e l’uso di diuretici o lassativi. Le condotte del paziente anoressico e di quello bulimico possono apparire, quindi, molto simili. Ciò che distingue sempre uno dall’altro, tuttavia, è che il primo si presenta in sottopeso e manifesta il rifiuto, a parole o con i fatti, di recuperare o mantenere il proprio peso al di sopra del minimo normale. Il paziente bulimico, invece, è spesso normopeso o in leggero sovrappeso. In fase di diagnosi vale la regola secondo cui, anche se vi sono abbuffate, se sono soddisfatti i criteri dell’Anoressia la diagnosi corretta è di Anoressia Nervosa e non di Bulimia.

I disturbi meno noti sono invece: l’’Ortoressia: ovvero l’ossessione per i cibi giusti, la Bigoressia, che è la preoccupazione di avere un fisico poso prestante, l’Anoressia atletica, per migliorare le performance atletiche in maniera ossessiva, l’’Iperfagia prandiale: cioè l’assunzione di grandi quantità di cibo durante i pasti in assenza di malessere psicologico. E ancora: esistono il Piluccare, cioè mangiucchiare piccole quantità di cibo durante la giornata, e il Disturbo del sonno associato al Disturbo dell’Alimentazione: in genere si ingerisce cibo molto grasso durante la notte negandolo al risveglio. Ma ce ne sono ancora tanti: come il disturbo dell’alimentazione selettiva, la fobia del cibo, l’alimentazione restrittiva, la Sindrome da rifiuto pervasivo, la Pica e le Ruminazioni.

E che cos’è, invece, la Vigoressia e quanto i social hanno modificato il problema della percezione del proprio corpo?

La Vigoressia, o Bigoressia (dall’inglese “big”, grosso), è un disturbo psicologico che si può classificare all’interno dei “nuovi” disturbi alimentari, come Ortoressia (ossessione per il cibo ritenuto sano), Drunkoressia (digiunare per poi poter assumere alcolici in quantità, senza ingrassare), e Pregoressia (alimentarsi il meno possibile in gravidanza per evitare di aumentare di peso).

La Vigoressia è caratterizzata da una seria dispercezione corporea, opposta a quella dell’anoressia nervosa, che porta il soggetto a sentirsi sempre troppo esile, gracile e magro, temendo di apparire “piccolo”, debole ed anche inadeguato. Il vigoressico pensa continuamente al fitness, al suo corpo ed alla sua immagine, all’alimentazione; frequenta palestre e centri sportivi in modo compulsivo, non come un’abitudine per divertirsi, scaricarsi o mantenersi, semplicemente, sano ed “in forma”, ma come una vera fissazione che origina continuamente stress, insoddisfazione e malessere. E’ terrorizzato dal perdere i muscoli che si è costruito con tanti sacrifici e dal notare qualche eventuale “cedimento” fisico. Questo disagio, di recente scoperta nell’ambito della psicologia, viene chiamato anche “Complesso di Adone”, dal nome del personaggio della mitologia greca che rappresenta l’idea della bellezza maschile, intesa come perfezione fisica nella forma estetica;

Nell’insorgenza è rilevante il ruolo dei social, che propongono continuamente il mito della “bellezza” (intesa sotto vari aspetti, come magrezza, tonicità, giovinezza, aderenza a certi canoni tipici del moderno occidente, ecc.) come unico modello per raggiungere il successo, la felicità, la realizzazione di sé e il riconoscimento sociale.

E’ curioso notare, poi, come siano andati di pari passo l’evoluzione del concetto di “perfezione fisica” e quello di modelli disponibili, anche nel mondo dei giocattoli per bambini.

Cosa può fare un genitore per aiutare il proprio figlio? La famiglia è il luogo deputato alla guarigione o quello dal quale parte il problema?

I caregivers hanno il compito di aiutare i figli con DA validando e riconoscendo la sofferenza dietro al comportamento e indirizzandoli verso il piano di realtà senza minimizzare il problema ma anche senza colpevolizzare. Non serve neppure colpevolizzare se stessi nel ruolo di caregiver, è importante però analizzare cosa non è andato e rendersi disponibili ad un intervento sull’intero sistema familiare.

Chi soffre di bulimia è stato spesso paragonato all’alcolista: la grande abbuffata come la grande sbronza. Perché il cibo, da una parte, o il buon vino dall’altra, diventano nemici del nostro animo e conducono, nei casi più estremi, alla morte?

Perché il problema, e quindi i nemici, non sono l’alcol o il cibo, quanto piuttosto le dinamiche che ci sono dietro.

Un due tre sport è il progetto Uisp (Unione Italiana Sport per Tutti) rivolto alla fascia giovanile di tutto il territorio nazionale per contrastare, prevenire e ridurre la sedentarietà. Quanto giovano sport e vita all’aria aperta contro i disturbi dell’alimentazione?

Il progetto, Finanziato da Sport e Salute Spa e in collaborazione con Dipartimento per lo Sport e Presidenza del Consiglio dei Ministri, attivo in 71 città italiane, vuole avvicinare alla pratica sportiva e all’attività fisica bambini e adolescenti per aiutarli a continuare l’attività motoria durante il loro percorso giovanile.

La Uisp da sempre ha come obiettivo quello di promuovere stili di vita sani attraverso lo sport per tutti per migliorare il benessere e ridurre la sedentarietà. Sport e vita all’aria aperta non solo possono prevenire ma anche aiutare nel trattamento, ovviamente con le dovute cautele. Un’attività fisica moderata e soprattutto ben guidata e fondata su un’oggettiva immagine corporea che aiuta ad acquisire una corretta immagine del proprio corpo, qui ed ora, alla luce del momento di vita, del genere sessuale e dello stile di vita di ognuno.

L’attività sportiva è utile per le persone che soffrono di DA a condizione che sia attentamente programmata e seguita nel tempo con una attenzione interdisciplinare a mettere in contatto le diverse figure (medico, nutrizionista, psicologo). Se questo vale per le persone portatrici di una diagnosi di DA vale anche però in buona misura per tutti noi che ne siamo esenti. Per non parlare, poi, di quella condizione di sovrappeso e obesità (anche solo leggera se non moderata o grave) che dovrebbe essere non sottovalutata da nessuno per prevenire malattie fisiche e disturbi psichici dell’adattamento sociale.

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