Dispersione scolastica, Comunità Sant’Egidio: al 25%, 1 su 3 al Sud. con DAD metà dei bambini hanno avuto delle difficoltà a seguire le lezioni. [INTERVISTA]

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Un fenomeno sempre presente nella scuola, ma che la pandemia ha acuito, è la dispersione scolastica. Ne abbiamo parlato con il dottor Stefano Orlando che ha curato l’inchiesta realizzata dalla Comunità di Sant’Egidio all’interno del progetto Valori in Circolo, selezionato dall’impresa sociale “Con i Bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, a partire dal lavoro di sostegno scolastico che si svolge nei centri pomeridiani gestiti dalla Comunità conosciuti come “Scuole della Pace”.

Dottor Orlando, come nasce questa inchiesta realizzata dalla comunità di Sant’Egidio e quali obiettivi vi siete prefissati.

Quest’inchiesta nasce dal desiderio di voler dare voce ai bambini e si rivolge agli alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado. In questi mesi si è parlato molto delle criticità e dei problemi che affrontavano gli alunni delle scuole secondarie di secondo grado, anche grazie alla loro capacità di organizzarsi, di manifestare ed esprimere i propri disagi, mentre poco o nulla si è parlato dei problemi di chi ha sempre frequentato rischiando di diventare, come definiva la Montessori, il cittadino dimenticato di cui nessuno si interessa. Dicevamo che questa inchiesta si prefigge l’obiettivo di dare voce ai bambini ed in particolare a quelli delle periferie dove operano i nostri centri pomeridiani. Le periferie urbane rappresentano i luoghi dove vivono la maggior parte degli abitanti del nostro paese e noi di Sant’Egidio siamo presenti in queste zone con dei doposcuola pomeridiani, che chiamiamo “Scuole della Pace”.

In queste realtà ci siamo resi conto che la pandemia stava avendo un effetto piuttosto preoccupante sui bambini, per cui abbiamo voluto provare a capire meglio la situazione e abbiamo condotto un’inchiesta conoscitiva, affiancandola ad attività di acquisizione di ulteriori informazioni, parlando con i bambini e gli insegnanti e raccogliendo dati dalla documentazione ufficiale in modo da comprendere meglio quanto era grave e diffuso il fenomeno della dispersione e cosa si poteva fare per affrontarlo.

Il nostro obiettivo principale è stato quello di stimare quanti bambini fossero a rischio di dispersione, quindi non parliamo ancora di abbandono scolastico, che è un fenomeno che si definisce con dei criteri specifici, osservando in particolare due indicatori: il numero dei minori con più di tre assenze ingiustificate al mese, quindi non vengono considerate assenze giustificate, ad esempio, per periodi di quarantena, e il numero di bambini che non avevano ripreso le attività scolastiche perché non avevano effettuato l’iscrizione o, pur essendosi iscritti, non avevano frequentato la scuola nel periodo di osservazione che va da settembre fino alla pausa natalizia. Il campione osservato è rappresentato da una parte dei bambini che frequentano i nostri centri, quindi rappresentativi dei bambini delle periferie. Ma facciamo attenzione, questo non vuol dire che si tratti solo di bambini svantaggiati.

Oggi nelle periferie delle grandi città, penso a Roma dove vivo, troviamo situazioni fortemente eterogenee, sia dal punto di vista sociale che di provenienza. I nostri doposcuola non sono soltanto un servizio per i più poveri tra i poveri, come si dice, ma sono una proposta educativa rivolta anche ai bambini della classe media, giusto per capirci. Lo dico per far comprendere che la gravità dei dati raccolti non riguarda solo situazioni estreme, ma ci riguarda tutti. Abbiamo sommato i bambini che fanno molte assenze, che non vuol dire che abbiano smesso di andare a scuola ma rappresenta un campanello d’ allarme, con quelli che non stanno frequentando da settembre ad oggi e il risultato è che circa un minore su quattro è considerato a rischio dispersione. Stiamo parlando del 25% come dato su base nazionale che diventa uno su 3 al sud Italia, dove la situazione è molto più grave. Abbiamo inoltre osservato che nelle scuole che per motivi di emergenza, ad esempio per casi di positività, hanno adottato la didattica a distanza, circa la metà dei bambini hanno avuto delle difficoltà a seguire le lezioni. Questa soluzione, quindi, ha sostenuto solo la metà dei bambini mentre l’altra metà è rimasta esclusa.

Questi sono dei campanelli d’allarme importanti che riguardano tutti. Un altro dato che abbiamo registrato è stato che una scuola su nove, quindi circa il 10%, ha avuto un orario ridotto da settembre a dicembre. Ad esempio non è stato mai ripreso il tempo pomeridiano e questo significa che anche i bambini che non hanno avuto problemi con la DAD comunque hanno avuto meno ore di scuola quest’anno. Ma quello che ci ha maggiormente preoccupato è che rispetto a questa situazione, che è chiaramente una situazione d’emergenza, s’è fatto poco, ci sono state poche proposte, lasciando passare tutto un po’ nel silenzio. Con questo non vogliamo dire che prima la situazione era tranquilla.

In Italia già prima della pandemia avevamo un tasso di abbandono scolasti del 13%, anche se il trend era in discesa negli ultimi anni grazie al lavoro che si era svolto. Quello che però ci preoccupa è che la pandemia rischia di invertire questa tendenza e che ci sia poca attenzione a questo tema che necessita di rispondere e di azioni concrete. Per questo motivo, come Comunità di Sant’Egidio, non ci siamo solo limitati a comprendere meglio il fenomeno della dispersione scolastica, ma abbiamo provato a strutturare delle soluzioni anche per dare voce a questi bambini che rischiano di essere dimenticati.

Dicevamo che la vostra inchiesta è stata svolta all’interno dei vostri doposcuola, le scuole della pace, che si trovano sparse un po’ su tutto il territorio nazionale, possiamo quindi affermare che i dati raccolti sono rappresentativi di tutto il territorio nazionale?

Si, è un’inchiesta che abbiamo svolto in ventitré città di dodici regioni, non è l’intera penisola ma comunque è una buona parte, da nord a sud, ed è rappresentativo soprattutto delle periferie urbane dove si trovano le nostre comunità. Purtroppo i contesti rurali siano esclusi dalla nostra inchiesta, e credo che se fossero stati inseriti, almeno da quello che si apprende, il quadro che ne sarebbe uscito sarebbe stato sicuramente peggiore, in particolare perché in questi contesti bisogna includere anche le difficoltà legate ai sistemi di trasporto e alle difficoltà di raggiungere scuole lontane. Non abbiamo una certezza non avendo dati, ma sono supposizioni fortemente supportate da quanto si legge e si vede.

Quali sono i numeri dei soggetti che sono stati raggiunti dalla vostra inchiesta.

Parliamo di 2.800 bambini che frequentano 80 doposcuola di Sant’Egidio.

Come vi siete rapportati con le scuole.

Con le scuole al momento è complicato. Abbiamo provato ad agire all’interno delle situazioni di cui eravamo a conoscenza, soprattutto a fare da tramite tra la scuola e la famiglia o il territorio. Faccio un esempio per capirci, qualche anno fa è stata introdotta una modalità alternativa di istruzione che adotta il metodo dell’istruzione parentale. Questo voleva essere uno strumento per le famiglie che avessero voluto offrire percorsi personalizzati per i propri figli, oppure per bambini con gravi malattie che non potevano frequentare la scuola, che consisteva nell’avere a casa un’istruzione garantita da un tutore. In questa situazione pandemica varie scuole hanno proposto questa modalità di istruzione parentale alle proprie famiglie dicendogli che se i propri figli avessero difficoltà ad andare a scuola potevano ricorrervi.

Tanto per capirci, ci è capitato un caso in cui questa proposta è stata fatta per un minore dove entrambi i genitori erano in carcere. È un caso estremo, ovviamente, però è un caso che ci dimostra come in alcune situazioni gli insegnanti non abbiano contezza delle condizioni in cui vivono questi minori. Pere affrontare queste situazioni di potenziale rischio, la nostra Comunità, essendo presente sul territorio, sta provando già da alcuni mesi a fare da tramite e ad andare nelle famiglie per capire quali fossero i reali problema per poterli correttamente alle istituzioni scolastiche affinché quest’ultime potessero adottare gli interventi più appropriati. Questo è quello che stiamo provando a fare nei tanti casi che seguiamo direttamente, ma siamo consapevoli che rappresentano solo una parte del grande problema che esiste. Per questo motivo una delle proposte che abbiamo formulato, e che vorremmo portare avanti, è stata quella di istituire, in questo momento d’emergenza, delle nuove figure di supporto alle scuole che abbiamo chiamato “School facilitator”.

A questi facilitatori scolastici dovrebbe essere assegnato il compito di andare a cercare i bambini che si stanno perdendo. Nel in cui un bambino smetta di andare a scuola, cosa più frequente nella scuola secondaria di primo grado, quali sono gli strumenti a disposizione degli insegnanti? A chi si possono rivolgere? Siamo consapevoli che gli insegnanti non possano andare casa per casa, però riteniamo possibile un monitoraggio dei bambini che non frequentano in modo da intervenire tempestivamente con queste nuove figure da mandare a casa dell’alunno al fine di verificare la situazione e capire cosa stia accadendo e quali siano gli ostacoli per la frequenza della scuola da parte del bambino. A volte sono difficoltà anche semplici da risolvere, penso ad esempio alla difficoltà di fare un tampone, perché magari il genitore non ha capito dove andare o come fare per farlo, e questo comporta un ostacolo alla ripresa scolastica del proprio figlio. Faccio un esempio per capirci meglio, nella periferia di Roma è accaduto che una scuola abbia dovuto sospendere le attività in presenza per la positività di due insegnanti religione, che ovviamente erano presenti su più classi, ed al rientro in presenza molti bambini non sono rientrati a scuola.

C’è da chiedersi quali siano state le motivazione di queste assenze, forse di fondo c’era la paura, o non avevano compreso che bisognava rientrare in presenza. le motivazioni reali delle assenze non le conosciamo e quindi diventa difficile intervenire. Ma il dirigente scolastico e gli insegnanti cosa possono fare di fronte a situazioni simili a questa? Molto poco, invece in queste situazioni sarebbe fondamentale avere a disposizione persone che vadano casa per casa ad informare i bambini che è giunto il momento di rientrare a scuola. Sono solo esempi, ma che servono a comprendere meglio la tipologia dei problemi che abbiamo notato e gli interventi possibili al di là delle cifre dell’inchiesta.

Parlavamo di didattica a distanza che è ha avuto diverse problematicità durante il primo lockdown, ma che vede trascinarsi queste difficoltà anche in questa seconda fase. Penso in particolare ai problemi legati alla connettività o alla mancanza, in ambito familiare, di spazi idonei da dedicare alle attività di studio. Quali sono le vostre conclusioni in base ai dati registrati.

Abbiamo chiesto ai bambini che seguiamo quanti di loro avrebbero difficoltà a seguire la didattica a distanza, o perché non hanno gli strumenti o perché non hanno qualcuno a casa che li possa assistere. Nel caso di bambini piccoli, ad esempio dei primi anni della scuola primaria, è necessario che ci sia qualcuno che si metta fisicamente al computer vicino a loro per supportarli. Il dato registrato è che la metà di questi bambini hanno difficoltà, questo significa che la didattica a distanza, sebbene nella prima chiusura abbia rappresentato un elemento fondamentale per mantenere il contatto con gli alunni, non può essere considerato un elemento affidabile per sostituire la didattica in presenza, perché la metà dei bambini non la riesce a seguire come dovrebbe e poi anche per i restanti, sebbene non abbiano avuti grosse difficoltà nello svolgere la DAD, ha comportato maggiori difficoltà dal punto di vista dell’apprendimento. Per questo noi caldeggiamo, laddove possibile, una frequenza maggiore in presenza, ovviamente in sicurezza sia per gli alunni che per i docenti, cercando di recuperare il tempo perso.

Non ci sono colpevoli per questo tempo perduto, l’unico vero responsabile è il virus, non si poteva fare altro, ma considerato che la situazione dovrebbe migliorare, anche grazie all’avvio delle vaccinazioni per il comparto scuola, bisogna pensare a come porre rimedio ai danni provocati da questa assenza da scuola. Nei mesi che ci restano bisogna in qualche modo recuperare. Una delle nostre proposte, fatta prima che cambiasse il governo, era quella di prolungare l’anno scolastico fino alla fine di giugno per poi riprendere agli inizi di settembre. Anche se non credo che abbia letto il nostro decalogo, ci siamo ritrovati in quello che ha detto il Presidente Draghi.

Abbiamo registrato anche molte posizioni negative verso questa proposta, soprattutto da parte dei docenti che tenevano a precisare il loro impegno in questa situazione difficile, e questo nessuno lo vuole mettere in dubbio. E’ evidente che si sta chiedendo uno sforzo straordinario, ma in questa situazione eccezionale legata alla pandemia è chiaro che si richiede a tutti uno sforzo maggiore. Alle famiglie è stato chiesto tanto e credo che tutti dobbiamo contribuire andando oltre i normali compiti per aiutare concretamente questi bambini che hanno tanto bisogno di aiuto.

Vorrei soffermarmi sulla proposta del prolungamento della scuola. Molti docenti hanno rappresentato che, anche se a distanza, hanno continuati a svolgere costantemente il proprio lavoro e reputano sbagliato parlare di mancata didattica. Inoltre pongono l’attenzione sull’inadeguatezza di molte strutture scolastiche ad affrontare un’attività didattica efficace con temperature elevate come quelle che sicuramente troveremo nell’avanzare del mese di giugno. Quali potrebbero essere le soluzioni alternative ai problemi evidenziati?

Penso che soluzioni facili non esistano, ma credo che il momento straordinario che stiamo vivendo ci debba portare all’adozione di soluzioni che in tempi normali non ci sarebbero mai passate per la testa. Come comunità di Sant’Egidio abbiamo già sperimentato, la scorsa estate a Roma, delle scuole estive con i bambini che siamo stati in grado di raggiungere.

L’obiettivo era quello di provare a recupera, durante il periodo estivo, il tempo perduto e il divario che si era accumulato. Lo abbiamo fatto nei mesi di luglio e agosto e le assicuro che in una zona come Laurentino 38, in mezzo ad asfalto e cemento, non abbiamo trovato un’area particolarmente fresca. Però lo abbiamo fatto, tutto il giorno, ospitati dalle scuole. Eravamo lì, con le finestre aperte, con qualche gioco d’acqua, e abbiamo fatto questa scuola estiva dalle nove del mattino alle quattro del pomeriggio tutti i giorni dal lunedì al venerdì.

Le difficoltà non sono mancate, in altri periodi non avremmo mai accettato queste condizioni, però questa situazione ci ha richiesto qualche sforzo in più e lo abbiamo fatto ben volentieri. Ho letto che qualcuno ha proposto che queste tre settimane in più non debbano essere svolte per forza all’interno delle classi, ma che possono essere recuperate con attività alle quali abbiamo rinunciato. Concordo con questa tesi e penso in particolare alle attività laboratoriali, a quelle all’aperto, alle gite didattiche che potrebbero essere avviate in quelle settimane. Ci vuole un po’ di fantasia e flessibilità e questo agli insegnanti non manca, perché non è da oggi che lavorano in condizioni difficili. Abbiamo molti insegnanti che già prima della pandemia, mossi dalla propria passione, hanno adottato soluzioni innovative per affrontare le problematiche che di volta in volta emergevano per aiutare i propri studenti ai quali vogliono bene. Oggi forse ci vuole un surplus di sforzo e fatica ma credo ce ne sia bisogno.

Chiudiamo con un’ultima domanda, i risultati della vostra inchiesta vi hanno portato a sviluppare delle proposte racchiuse nel documento che avete chiamato “decalogo di Sant’Egidio per il contrasto all’abbandono”. Ci spiega in cosa consiste?

Abbiamo ritenuto che la nostra inchiesta non dovesse essere solo uno strumento per evidenziare le cose che non andavano e quindi abbiamo fatto delle proposte. Abbiamo scritto un decalogo con dieci proposte, un po’ perché fa cifra tonda. Per non dilungarci troppo cercherò di esporre quelle principali. Di una ne abbiamo già parlato ed è il tema del prolungamento delle attività scolastiche che riteniamo necessario per recuperare il tempo perso. Poi abbiamo proposto che il Ministero dell’Istruzione riveda i termine d’iscrizione, fissato al 25 gennaio, al fine di stabilizzare iscrizioni tardive ed evitare fenomeni di abbandono dovuto a meri problemi burocratici. Abbiamo proposto dei recuperi estivi per le situazioni più problematiche anche coinvolgendo la società civile, come ad esempio parrocchie e associazioni.

Migliorare azioni di recupero dell’abbandono scolastico. Istituire la figure dello “School facilitator”, anche solo in modalità straordinaria, non permanente, legata all’eccezionalità del momento, che siano delle figure di intermediazione tra la scuola e la società per evitare che i bambini si perdano. Rendere obbligatoria, come misura di lungo periodo, la scuola dell’infanzia dai 3 ai 6 anni, come avviene in Francia e che si è rivelata una misura con un impatto enorme sull’educazione e la crescita dei bambini. Infine le scuole aperte non devono rappresentare un veicolo maggiore di propagazione del virus, ma possono diventare una grande occasione per promuovere un’educazione sanitaria in modo da spiegare meglio ai bambini e alle loro famiglie le norme di prevenzione da adottare per prevenirne la diffusione, come ad esempio il corretto uso delle mascherine oppure, tema di estrema attualità, fornire le corrette informazioni sull’importanza della vaccinazione.

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