Disortografia e discalculia: e se c’entrasse anche il mancato insegnamento della calligrafia?

di Eleonora Fortunato

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Calligrafia, roba d’altri tempi. Eppure ogni volta che ci ritroviamo davanti a una scrittura illeggibile ci verrebbe voglia di rispedirli tutti in prima elementare, i nostri studenti.

Peccato che anche una soluzione così drastica non sarebbe affatto garanzia di successo, perché i problemi legati alla cattiva grafia si annidano spesso proprio lì, nelle prime classi della scuola primaria, come ci ha spiegato Anna Ronchi, calligrafa e presidente onoraria dell’Associazione Calligrafica Italiana. Dall’osservazione dei problemi di scrittura nei bambini e dalla collaborazione con le scuole è nata la sua proposta di un modello logico e rinnovato per l’apprendimento dell’alfabeto corsivo che si potrebbe insegnare fin dai primi anni di scuola e che, se insegnato con i giusti tempi e modalità, potrebbe portare ad una migliore conoscenza e utilizzo del gesto scritto.

Gesto scritto che nasce con l’intuizione geometrica e che ha non poca influenza, quindi, anche sulla formazione della mentalità scientifica del bambino, come più avanti dirà Ana Millán Gasca, docente ordinaria di matematica all’Università Roma Tre e autrice di Numeri e forme (Zanichelli 2017).

Il corsivo 1.0: la proposta della Associazione Calligrafica Italiana

Anna Ronchi si è formata presso la Scuola Politecnica di Design di Milano (in Visual design) e ha ottenuto il celebre diploma in calligrafia e rilegatura del Roehampton Institute of Higher Education di Londra; ha contribuito a diffondere la calligrafia in Italia tramite l’insegnamento e le attività dell’ACI, di cui è stata una dei fondatori nel 1991.

Dottoressa Ronchi, la scrittura corsiva è trascurata da molto tempo nelle nostre scuole e da più parti c’è la tendenza a considerarla un vero e proprio retaggio del passato. L’Associazione Calligrafica evidentemente punta a un recupero di questa tecnica, ma quali sarebbero i vantaggi sul benessere e sul rendimento scolastico degli studenti?

“La nostra associazione opera ormai da 25 anni per preservare e diffondere l’arte della calligrafia ed inizialmente si rivolgeva a persone adulte che volevano conoscere questa arte, che non era più praticata né come disciplina grafica né come materia poiché non esiste più nelle nostre scuole dal 1972; col passare del tempo ci siamo accorti, però, che nelle ultime generazioni l’utilizzo della scrittura manuale rappresenta in molti casi un vero problema. L’esperienza quotidiana ci mette spesso di fronte a grafie scarsamente leggibili, faticose, che spesso sono il risultato di condizioni di scrittura disagevoli, ardue, che generalmente hanno ricadute anche sulla costruzione grammaticale e, quindi, sulla capacità di esprimersi nella propria lingua, come ormai vanno affermando anche molti studi”.

Questo non è sempre vero, però.

“Le situazioni sono senz’altro molteplici, tali e tante sono le varianti e le combinazioni che possono verificarsi, ma la scuola ha il dovere, secondo noi, di non trascurare la scrittura quale strumento fondamentale di espressione; l’osservazione e lo studio dei casi più difficili ci ha spinto a interessarci in prima persona all’argomento. Le nostre ricerche sono iniziate qualche anno fa attraverso alcuni questionari rivolti agli insegnanti della scuola primaria attraverso i quali abbiamo potuto ricostruire un panorama fedele dei modelli e delle pratiche più diffusi per l’insegnamento della scrittura. Ci siamo accorti, per esempio, che molti libri di testo presentano modelli approssimativi senza qualità estetiche e privi di indicazioni sul movimento che deve fare la mano per tracciare le lettere. Se il modello non indica i movimenti e le direzioni e se l’insegnante non da dimostrazioni alla lavagna, il bambino non può apprendere i movimenti necessari per eseguire le lettere”.

Quasi un messaggio implicito che vuol dire: ognuno faccia come crede…

“O come può. La scrittura è una disciplina motoria a tutti gli effetti e se a un bambino non vengono assicurati gli strumenti per svilupparne una adeguata alle sue esigenze, lui imparerà a cavarsela proprio come può, spesso pagando il prezzo di lentezza, scarsa chiarezza. Così, in assenza di obiettivi ministeriali ben definiti, abbiamo lavorato a una proposta didattica priva di ambiguità, che supportasse gli insegnanti superando le incongruenze viste sui libri. In questo modo è nato il Corsivo 1.0”.

Il nome rimanda all’universo del digitale, c’entra qualcosa?

“Sì, certamente, io volevo comunicare il senso di una scrittura proiettata nella nostra epoca. Il modello proposto è comunque un corsivo che prevede una scrittura legata, fluida, scorrevole, veloce, che dovrebbe accompagnare i bambini e i ragazzi per tutto l’arco dei loro studi. È dall’Ottocento che nel nostro Paese si insegna sempre lo stesso modello risalente al Corsivo Inglese, un tempo era più inclinato, ora è più diritto, ma alcune semplici modifiche potrebbero renderlo più adatto alle esigenze del mondo di oggi”.

Quali sono le modifiche più importanti al modello che tutti conosciamo?

“Ce ne sono diverse, ma quella che risalta di più è la sostituzione delle maiuscole corsive con le maiuscole geometriche, quelle dello “stampatello”, che ritroviamo nel mondo della comunicazione e dell’editoria (basti pensare ai titoli dei manifesti pubblicitari) e che risalgono alle maiuscole dell’alfabeto latino epigrafico, senza contare che sono le prime lettere che il bambino impara a tracciare fin dalla scuola dell’infanzia.

L’altra caratteristica del Corsivo 1.0 consiste nell’aver eliminato i tratti di entrata delle lettere tonde, per conservare solo i tratti di uscita, quelli che effettivamente servono a collegare una lettera alla successiva. Il mio corsivo presenta altri dettagli e forme semplificate perché ritengo necessaria una riforma della scrittura”.

Lei propone, quindi, di unire lo stampatello maiuscolo a un corsivo minuscolo semplificato e più affine ai caratteri stampati, una pratica che sembra già abbastanza radicata nelle abitudini scrittorie di ragazzi e adulti…

“Segno evidente che nemmeno gli adulti concepiscono più la scrittura come un esercizio stilistico, ci basti pensare che persino il Ministero dell’Istruzione ha rinunciato alla sua intestazione in corsivo.

Sia io che altri calligrafi in Italia e all’estero sosteniamo la necessità di insegnare un nuovo modello, l’italico, che pur adatto alla scrittura veloce e legata, ha più similitudini con un moderno carattere da stampa. Ha un tracciato più semplice del corsivo, non ha gli occhielli ma le aste dritte”.

Perché a un certo punto si sente l’esigenza di abbandonare il corsivo?

“I ragazzi più grandi abbandonano il corsivo perché a loro sembra una scrittura troppo scolastica, troppo rotonda, infantile, così guardano le grafie degli adulti, i caratteri stampati e si fanno condizionare da essi; tuttavia queste modifiche al loro stile avvengono in maniera spontanea, non guidata, diciamo pure che ognuno impara ad arrangiarsi spesso a prezzo di lentezza e di scarsa decifrabilità. Noi, invece, proponendo l’Italico fin dalle prime classi della primaria insegneremmo un unico modello facilmente adattabile alle esigenze future”.

Man mano che il bambino cresce diminuiscono anche le occasioni di scrittura manuale a vantaggio di quella digitale, è un fattore che avete considerato?

“Ci si dovrebbe impegnare per tenere viva l’attenzione e l’educazione al gesto scritto, anche con l’ausilio di esperti esterni. Cambiare il modello sarebbe l’optimum dal nostro punto di vista perché la nostra proposta sarebbe valida per tutte le età, presenterebbe molte novità, sarebbe più leggibile e aperta alle personalizzazioni”.

Di recente si è parlato di connessioni tra cattive pratiche di scrittura e diagnosi di dislessia e disortografia, qual è la sua opinione a questo proposito?

“Alcune diagnosi di disturbi che riguardano la scrittura spesso non sono altro che il risultato di mancanza di spiegazioni, dimostrazioni e esercizi adeguati e di una vera educazione alle forme, alle direzioni e agli spazi che deve iniziare alla scuola dell’infanzia: la scrittura è una disciplina che necessita di costanza e impegno, può succedere che non tutti i bambini riescano a giungere ai medesimi risultati nello stesso arco di tempo, così i meno veloci vengono lasciati indietro e rischiano di restare privi di uno strumento tanto fondamentale per la loro capacità espressiva. La nostra esperienza nelle scuole ci ha permesso di osservare che ragazzini esentati da alcuni compiti perché considerati disgrafici o disortografici desideravano, invece, profondamente esercitarsi nella scrittura; molti di loro hanno profuso un impegno e una costanza tali da consentire una piena riuscita; altri hanno continuato a mostrare difficoltà di vario tipo, ma hanno comunque in gran parte risolto i problemi più gravi legati alla grafia”.

 

L’esercizio calligrafico è un esercizio geometrico

 

Ana Millán Gasca insegna Matematiche complementari nel Dipartimento di Scienze della Formazione Primaria a Roma e diversi suoi studi e attività a fianco dei futuri insegnanti di scuola primaria e dell’infanzia l’hanno portata a sostenere un collegamento tra cattivo insegnamento della scrittura come gesto grafico e disaffezione ai numeri.

Professoressa Millán Gasca, perché dietro alle difficoltà che alcuni bambini hanno con cifre e calcoli potrebbe esserci una non adeguata educazione alla scrittura?

“La mia esperienza mi ha portata a osservare che spesso nello svolgimento delle operazioni i bambini incontrano difficoltà di tipo geometrico, non riescono cioè ad allineare bene i numeri, i segni, i riporti, e questo crea in loro grande confusione, generando una ricaduta sulla materialità dei simboli. Per rimediare li si costringe a disegnare una “scatola” di righe e colonne dove inserire unità, decine ecc, cosa che li obbliga a una fatica ripetitiva e priva di senso: i bambini amano le linee e sono capaci di impegnarsi a fondo su un compito, ma soltanto se ne hanno ben chiaro il senso, altrimenti vanno subito incontro ad astio e frustrazione. Il mio interesse verso questo argomento nasce poi anche da una considerazione più generale: viviamo nel secolo della grafica, che è una disciplina meravigliosa e in pieno sviluppo, pertanto anche la scrittura manuale sta piano piano guadagnandosi una rinnovata attenzione, come dimostrano i due filoni di studi, in qualche modo complementari tra loro, che ho incontrato nella mia ricognizione”.

Uno di questi è proprio quello portato avanti dalla Associazione Calligrafica Italiana.

“Esatto, questo gruppo di calligrafi, ed in particolare Anna Ronchi, procedono nella ricerca di un modello di scrittura manuale rinnovata e adeguata al gusto contemporaneo e agli strumenti di scrittura di cui disponiamo oggi (fino agli anni Cinquanta i bambini ancora avevano pennino e inchiostro!); analoghe ricerche sono state fate o sono in corso in molti altri paesi, alle volte sostenuti dalle istituzioni, come in Francia. Poi c’è la casa editrice americana Zanner Bloser che sta promuovendo da ormai qualche anno una ricerca sulla struttura e sull’ossatura grafica delle lettere, editando testi che permettono ai ragazzi di comprendere che dietro alle lettere esistono concetti geometrici: segmenti, cerchi, equidistanza…

Uno dei punti fermi nei miei studi è sempre stato il considerare l’intuizione geometrica alla base dell’apprendimento della matematica e delle scienze, e anche attraverso la calligrafia il bambino fa esperienza geometrica, lavora sul parallelismo, sugli angoli, sulle proporzioni, sull’uguaglianza, sulle righe, sulle colonne, sull’equidistanza. È evidente che perdendo anche questo tipo di esercizio i bambini hanno iniziato a fare ancor meno geometria rispetto al passato”.

Sembra un’affermazione paradossale, siamo abituati ad associare la scrittura al mondo delle lettere piuttosto che a quello dei numeri.

“Tutto quello che è bello tendenzialmente possiede una struttura geometrica, la tensione con la regolarità geometrica è insita nelle arti. È vero che la scrittura rappresenta la prima introduzione al pensiero simbolico (l’alfabetizzazione), ma è anche un’esperienza grafica e motoria; sia Pestalozzi sia Séguin, padri della pedagogia moderna, hanno sostenuto che per introdurre i bambini allo studio delle lettere bisognasse lavorare preliminarmente sul disegno geometrico e sulle forme.

Si tratta poi di un’esperienza di una vitalità meravigliosa. Infatti, col gesto della scrittura non soltanto ci muoviamo fra cerchi, segmenti, angoli e distanze “statiche” della geometria, ma generando linee a partire da punti i bambini entrano in contatto con il dinamismo delle curve della scienza moderna”.

Ha parlato di gesto scritto come risposta a una tensione, a un bisogno artistico connaturato con l’uomo, a questo punto sembra quasi superfluo chiederle cosa pensa delle politiche educative di quei Paesi che hanno optato per l’abbandono della scrittura a mano in favore di una più massiccia pratica sulla tastiera.

“La sua domanda non è superflua, anzi mi dà modo di chiarire che io non vedo nessun antagonismo tra le due pratiche, che andrebbero intensificate entrambe. Trovo sconcertante che la scuola non fornisca a bambini e ragazzi gli strumenti e le occasioni per velocizzare la scrittura digitale, molti miei studenti universitari scrivono alla tastiera del loro pc o tablet utilizzando solo due dita! I docenti di stenografia e dattilografia delle superiori che sono stati spostati su altra disciplina… un altro patrimonio disperso di conoscenze e di esperienze considerate evidentemente obsolete, inutili. Da questo piccolo esempio traiamo la lezione che per innovare bisogna studiare molto e conoscere sia la tradizione, sia le condizioni dell’oggi, combinare la prudenza con le tante spinte creative presenti nel nostro mondo, e certo non seguire slogan e ideuzze improvvisate”.

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